Leggi che ti passa

Pubblicato il 18 agosto 2013 da admin

Alla vigilia della partenza per le vacanze, un mese fa, comprai tre libri e zitta zitta li buttai in valigia. Erano tre romanzi della mia autrice del cuore, la scrittrice segreta di cui ho giurato all’amica del cuore che non rivelerò mai il nome perché lei (l’amica del cuore, non la scrittrice del cuore) è gelosa, possessiva, elitaria, esclusivista e anche un po’ bizzarra. Erano gli ultimi che mi mancavano per completare l’opera omnia sullo scaffale e subito dopo precipitare nella più inconsolabile delle disperazioni. E infatti mi chiedevo che diavolo avrei letto una volta terminati quelli, visto che nessuno avrebbe retto il passo né il confronto.
Dieci giorni, ed erano già stati macinati.
Nessuna libreria in zona.
Però un’intima, curata, fornita e perciò magnifica biblioteca proprio a Scansano, tredici chilometri dalla mia casina di campagna in mezzo al nulla.
La salvezza l’ho trovata lì.

Prima la salvezza ha avuto la forma di quattrocento pagine intitolate Vita di Pi, che chi ha visto il film magari dice bella cazzata, ma invece il libro no, è tutta un’altra cosa, anche se io il film non l’ho visto, anzi lo vo a vedere proprio stasera all’Arena Grande di Campo di Marte, comunque il libro è, come tutti i libri, molto ma molto più bello di ogni film ricavato dopo, ma bello proprio; avventuroso, per cui te la fai addosso con Richard Parker nella stiva della scialuppa di salvataggio e il povero Pi che galleggia sull’Oceano per sette mesi con l’incubo di essere sbranato dalla tigre; mistico, perché prima del naufragio Pi fa tutta una serie di ricerche sulle religioni del mondo e poi decide che lui è cristiano, buddista, induista e musulmano, tutto insieme; intimo, perché in sette mesi hai voglia a riflettere e pensare; fantasioso, perché nella realtà col cavolo che esiste l’isola delle piante assassine però fingere di crederci è un’esperienza che riporta all’infanzia; straziante, perché quando Richard Parker sparisce nella foresta senza neanche voltarsi mezza volta a guardare Pi ti cascan giù certi lacrimoni che quello che abita con te ti sente smoccicare al piano di sopra e fa le scale a due a due per vedere cosa t’è successo ma te poi glielo racconti e lui ti dice ma allora sei una fava.
Insomma con questo libro m’è parso di dondolare sopra una scialuppa di salvataggio anche a me, non per sette mesi come Pi ma per almeno i cinque giorni che è durata la lettura. E a volte mollavo perché mi veniva il mal di mare, a volte interrompevo perché la iena che divora la zebra per dieci pagine non riuscivo proprio a digerirla, a volte facevo pausa perché tra tempeste, notti insonni sulla zattera improvvisata coi remi e i pezzi di scialuppa smontata, squali, balene, pesci volanti, fame nera, sete assurda e Pi che a un certo punto pur di mettere qualcosa nello stomaco mangia la merda di Richard Parker, non ce la facevo mica.
E nel mio quadernino dei libri, alla fine, ho ricopiato la frase che mi ha fatto capitolare e che forse è anche il cuore del libro: “Che cosa terribile, gli addii frettolosi. Nella vita è importante che ogni cosa abbia una giusta conclusione. Solo così si trova la pace. Altrimenti rimangono le parole che avresti voluto dire e che non hai mai detto, e il tuo cuore è pesante e colmo di rimorso”.
Bellissimo Pi, aveva ragione il mio amico Massi a dirmi Anto, leggilo.

Poi la salvezza è proseguita nelle trecento pagine di un libro che più che un libro è un’opera d’arte di cui (confesso) non conoscevo l’esistenza perché uno in genere di Calamandrei cosa legge, legge Lo Stato siamo noi, oppure Uomini e città della resistenza, o magari Costruire la democrazia. Premesse alla Costituente, oppure, visto che uno insegna, legge In difesa dell’onestà e della libertà della scuola che detto tra noi ce ne sarebbe anche bisogno. Ma mica ti vai a leggere Inventario della casa di campagna. E invece questo Inventario è uno dei libri più belli che io abbia letto in vita mia, un testo di memorie struggente e geniale, vergato in una lingua che non esiste più ma che dovrebbe esistere perché sa dire anche quello che non si può spiegare, i sentimenti, i ricordi, le sensazioni, le sfumature, e uno mentre legge non fa che pensare anch’io da piccina facevo così, anche il mio babbo da giovane faceva come il babbo di Calamandrei (anche se il babbo di Calamandrei era un giudice di Firenze e il mio babbo un operaio all’Italsider di San Giovanni, ma che importa).

Finito l’Inventario ecco la salvezza nella Cronaca familiare di Vasco Pratolini. No, non avevo mai letto neanche quello e ora un po’ me ne vergogno perché Pratolini andrebbe letto di più e invece non è che lo considerino in tanti, e poi perché non mi spiego come mai già alle medie avessi letto Metello, Cronache di poveri amanti, Il quartiere, Le ragazze di San Frediano, La costanza della ragione, ma questo no, o come mai? Non si può mica leggere ogni cosa però, come si fa, ci vorrebbero mille vite, oppure una vita senza mangiare, dormire e lavorare. Comunque Cronaca familiare va letto in tutti i modi perché è triste, di una tristezza infinita, con quel fratello da cui l’autore viene separato da piccino e che ritrova solo una volta cresciuto, quando ormai è troppo tardi. Triste che ti viene un magone a pagina 3 e ti ci rimane fino alla pagina finale, quando chiudi il libro e lo abbracci e te lo tieni addosso per qualche ora ancora perché non vuoi riporlo, non vuoi riportarlo, non te ne vuoi separare.

E infine la salvezza ha preso il sapore dell’allegria straziante e il nome di uno scrittore versiliese giovane e belloccio (che non è importante, ma insomma tutto fa), Fabio Genovesi.
Che esisteva lo sapevo da quando lessi quella recensione al suo saggio cult Morte dei Marmi, uscito non ricordo quando, ma che dovevo conoscerlo meglio me lo sono detto domenica 28 luglio quando sull’inserto “Lettura” del “Corriere della Sera” è apparso un pezzo suo che s’intitolava La danza erotica delle seppie vive. Questo l’è grullo, m’è venuto da pensare, e sa scrivere, sicché l’ho cercato e ora divoro il suo Esche vive e ho deciso che sarà il primo romanzo che darò ai miei alunni quando li rivedrò a settembre.

Così, in mezzo a questi titoli e a molti altri ancora la mia estate è passata e, anche grazie a loro, è passata bene. Perché i buoni libri fanno vivere meglio, fanno vivere più volentieri, fanno vivere più vite tutte insieme.

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