Life of Pi, the movie

Pubblicato il 19 agosto 2013 da admin

Che sarebbe stata dura arrivare ai titoli di coda l’ho capito dai titoli di testa, incastrati tra le immagini dello zoo indiano da cui la storia comincia.
Fenicotteri rosa, bradipi abbracciati ai rami, facoceri in corsa, scimmie nasone, elefanti al ràllenti, uccelli in multicolor.
E poi lei.
La tigre.
Richard Parker.
Ieri sera insomma l’ho visto. Il film tratto dal romanzo che questa estate mi ha fatto sognare, piangere, tremare e ragionare. Vita di Pi. All’Arena Grande di Campo di Marte. Un posto perfetto per farsi risucchiare dentro la tempesta, il naufragio, la convivenza coatta con una tigre del Bengala. All’aperto, uno schermo gigantesco, i pini intorno, il vento caldo di un’estate che sfuma.
Fino a ieri sera solo Il nome della rosa non aveva deluso le mie aspettative di lettrice, grazie alla prima volta che vedevo Sean Connery invecchiato come è invecchiato solo lui.
Ora sono due, i film tratti da opere letterarie che citerò quando vorrò dire che lo schermo a volte pareggia la pagina.
Life of Pi, the movie, è SBA-LOR-DI-TI-VO.
Tutto quello che hanno aggiunto ci sta bene, tutto quello che hanno tolto non dispiace. E comunque la fedeltà al libro è salvaguardata come lo spirito nel quale il libro è stato scritto.
Pi, in qualsiasi età sia rappresentato -bambino, adolescente, adulto- è credibile, bravissimo, bello e comunicativo. Tre magnifici indiani.
La colonna sonora merita l’acquisto del cd e non a caso ha vinto uno dei quattro Oscar attribuiti alla pellicola.
E infine gli effetti speciali. Quelli per i quali io non vado neanche matta. Quelli di cui m’è sempre importato il giusto. Quelli che temevo addirittura rovinassero la storia.
Gli effetti speciali di Vita di Pi vanno visti in tutti i modi, non si può perdere l’occasione di stare dentro una tempesta, né quella di galleggiare di notte sull’Oceano Indiano. Non si può stare senza provare l’emozione di una tigre (realizzata interamente e perfettamente col computer) che ti si scaglia addosso per farti a brandelli, né quella di una balena che ti salta sopra il capo. Si deve per forza guardare l’invasione dei pesci volanti e il sovrappopolamento di suricati sull’isola carnivora.
Ma fatto tutto questo, guardando Vita di Pi si deve soprattutto mollare i freni inibitori e piangere. Piangere a dirotto, dai titoli di testa ai titoli di coda, piangere anche se i vicini di seggiolina allungano il capino verso di te per capire come mai non fai che soffiarti il naso il 18 agosto, piangere coi singhiozzi sincopati che fanno traballare tutta la fila, piangere fino a che cammini verso casa e la cefalea da troppo pianto ti cammina accanto.
Guardando Vita di Pi piangi col dolore di quando il ragazzo che amavi ti disse che non ti amava più e col terrore che tuo padre muoia prima che tu abbia potuto dirgli tutto il bene che gli vuoi. Piangi per gli abbandoni che hai subìto, per gli addii malriusciti e incompiuti di tutta la tua vita, per le persone che hai perduto e per quelle che vorresti ancora accanto a te.
Piangi perché la tigre se ne va senza più voltarsi indietro e di Pi fondamentalmente se ne sbatte.
Piangi perché anche Dio a volte sembra che fondamentalmente se ne sbatta.
E quindi piangi.
Perché la vita, come quella di Pi, è un’avventura travestita da tragedia.
O una tragedia travestita da avventura?

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