Lo spettacolo più brutto dell’estate

Pubblicato il 26 agosto 2013 da admin

Lo spettacolo più brutto dell’estate lo abbiamo visto noi a Scansano.
Che culo, vero?
S’intitolava “Pitecus” e lo portava in scena Antonio Rezza, uno che si sente ganzo e innovativo e invece è il solito vecchio idiota che si spaccia per artista.
“Ma è bravo?” avevo chiesto alla bibliotecaria, membro dell’organizzazione dell’estate scansanese.
“Dice. Io sinceramente ho guardato alcuni video su youtube e non mi è sembrato granché.”
La sera dello spettacolo la piazza di Scansano era gremita. Molti giovani, molti adulti, molte famiglie. E molti bambini. Ai quali, prima ancora che lo spettacolo iniziasse, è stato ordinato da una voce fuori campo di prendere posto nello spazio immediatamente prospiciente il palco e di rimanere lì fermi zitti e buoni. Cosa che (incredibilmente) hanno fatto all’istante.
L’artista ha tardato a palesarsi al pubblico: pur non essendo in un teatro ma in una piazza aperta e dispersiva, era innervosito dalla mancanza di silenzio teatrale. Lo si è chiaramente capito da un involontario collegamento acustico al microfono che ha rivelato a tutti il suo pensiero (“Se non stanno zitti col cazzo che io esco”).
Quando finalmente è uscito, eravamo tutti muti, forse intimoriti, a tratti agghiacciati.
D’altronde, eravamo lì per ascoltare lui e al momento eravamo tutti convinti che avrebbe detto qualcosa che ci avrebbe interessato.
Egli invece, nascosto dietro tende a colori, ha preso a infilare la testa in vari buchi predisposti, come fanno i maschi quando infilano un preservativo sul pisello, e a parlare mostrando a noi solo la testa, che in virtù di questo stratagemma sembrava proprio di cazzo.
Raccontava favole rivisitatamente spinte e impersonava al contempo più personaggi, non facendo ridere neanche il pollame circostante di cui abbonda quella zona agricola e rurale.
Anche per questo il pubblico taceva. Sentendolo tacere, l’artista ha preso a innervosirsi e ad attribuire all’ignoranza degli astanti quell’assenza di risate.
Perfino i bambini erano composti e silenziosi: forse allibiti dall’impresentabilità dello spettacolo, aspettavano pieni di speranza che accadesse qualcosa di cui ridere anche loro.
Ma nulla.
A un tratto l’artista ha interrotto il proprio show. Si è affacciato sul pubblico infantile, lo ha puntato dritto negli occhi e gli ha intimato di fare silenzio.
Ripeto, nessun bambino era molesto e se lo dico io che non mi sono riprodotta per non avere molestini a giro per la casa, ci si può credere davvero.
“TU, STRONZO, FAI SILENZIO -ha detto però l’artista a un bambino incredulo- E RICORDO AI TUOI GENITORI CHE FINO A CINQUE ANNI NON E’ ABORTO.”
Ancor più privo di parole, il pubblico ha preso a guardarsi vicendevolmente.
“CHE CAZZO PARLI, NANO. CHE CAZZO PARLI!” ha seguitato l’artista.
Finché la madre del nano è intervenuta e ha detto: “Non sta parlando. Sta ascoltando le stronzate che dici da mezz’ora.”
Splendida, magistrale, meravigliosa mamma e, ripeto, se lo dico io.
L’artista a quel punto non ci ha visto più.
“TESTE DI CAZZO, DEFICIENTI, ANDATE A FARE IN CULO!” ha urlato.
Tutti coloro che avevano un bambino si sono alzati e se ne sono andati.
Noi, che a malapena abbiamo un gatto, per accorata solidarietà ce ne siamo andati insieme a tutti loro.

E ora vedo che Repubblica dedica a questo maleducato autorizzato, a questo mostro strapagato, a questo osso risucciato, a questo scemo di guerra, a questo disgraziato ripreso dalla piena, tutta una pagina. Una paginata intera con tanto di titolo entusiasta che lo definisce “apprezzato da giovani e intellettuali” e di cui riporta la filosofia: “Io produco idee. Lo spettacolo non deve istruire, ma dare emozioni. Poi ognuno ci veda quello che vuole”.

Ecco, io ci ho visto una cagata.

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