Che dire

Pubblicato il 11 settembre 2013 da admin

Buongiorno ragazzi, e ben ritrovati!
Vi vedo in splendida forma, la pelle ancora ambrata e i capelli schiariti dal sole di queste lunghe vacanze, la faccia distesa priva di espressioni patite e semmai segnata da tutto quello che, di buono o meno buono, vi è successo d’estate.
Quest’anno siete voi le mie quattro classi: una seconda, una terza, una quarta e una quinta. Vi conosco già tutti, per avervi avuti gli anni scorsi. L’appello potrei farlo anche a registro chiuso. Conosco i vostri nomi e so di voi quel poco o quel tanto che avete deciso di farmi sapere scrivendolo nei temi, confidandomelo nei corridoi, raccontandomelo con lo sguardo. Non tutti mi piacete allo stesso modo, ma tutti mi state a cuore e mi interessate in pari misura. E non vedo l’ora di ricominciare. Come ogni settembre sono emozionata e curiosa di tornare in classe. E poiché questo è il quarto settembre che lavoro nella stessa scuola, emozione e curiosità sono rafforzate dalla confidenza del tempo che abbiamo condiviso.
Voglio subito dire qualcosa agli studenti di quinta: vi starò nove mesi col fiato sul collo. E non solo perché studiate il programma di italiano e di storia. Ma perché studiate voi stessi e cominciate a capire dove volete andare a parare. Sono i nostri ultimi nove mesi insieme, è l’ultima carta che ho da giocarmi per lasciare dentro voi il segno che spero profondo come un solco d’aratro pesante. Voglio darvi fastidio, voglio pungolarvi, mettervi in crisi, obbligarvi a interrogare voi stessi. Voglio che l’argomento che sceglierete per la tesina della maturità sia il bignami di quello che volete combinare nella vita. Voglio che dopo l’esame vi resti addosso un’imprevista voglia di studiare e che v’iscriviate all’università, senza farvi smontare da chi vi dice che un laureato di oggi è un come un diplomato di ieri: vale poco. Perché non si vale grazie a un foglio, ma quel foglio vale. Questa estate vi ho dato da leggere D’annunzio, Pirandello e Svevo, voi su whatsupp mi avete infamata col dire che sono tre mattoni e io mi sono sentita felice, perché è anche questo che deve fare la scuola, essere impopolare e farvi leggere mattoni che altrimenti non leggereste mai.
A quelli delle classi inferiori dico quello che sanno già: che li aspetta un altro anno in cui lo studio sarà mescolato al piacere perché credo nell’adagio latino che sposa due verbi, docere e delectare, e mi fido ciecamente del vecchio Platone che disse “educa i ragazzi col gioco: riuscirai meglio a scoprire la loro inclinazione naturale”. Per cui andremo in cerca di ossimori, metafore, anafore e allegorie, ma come se fosse una caccia al tesoro. Cos’è la poesia, del resto, se non proprio questo? E studieremo la storia di ieri per districarci in quella di oggi, che allibisce me quanto voi, affinché non cresciate con l’insana convinzione che la politica non vi riguarda, che i politici sono tutti uguali, e che in Italia non cambierà mai nulla, ma con la necessaria illusione che sia tutto il contrario. Come l’anno scorso, vi farò partacce a brutto muso se non starete a sedere composti, se sarete pressappochisti e sguaiati, se non farete la raccolta differenziata dei rifiuti. Perché io e voi non siamo amici, per niente. Siamo molto di più.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

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