La terra senza cani

Pubblicato il 27 settembre 2013 da admin

Nelle brevissime, lente ma salvifiche passeggiatine esterne che da ieri ho preso a fare nel quartiere per riacquistare una certa confidenza con la vita, spero sempre di imbattermi in dei cani.
Non esiste nulla sul globo terrestre che mi plachi, mi allieti e mi rallegri più della vista di un animale. Tra tutti quelli che pesticciano il pianeta, il cane è quello che mi fa più ridere. Non ci posso fare nulla: lo vedo da lontano, mi gusto lo stile sempre diverso di quella camminata che mi viene incontro, e intanto la bocca mi si allarga senza che lo voglia. Se poi un cane mi passa accanto chiuso nell’abitacolo di un’auto, l’allegria mi va alle stelle. Poche immagini mi risultano più comiche di un cane che mi sorpassa in macchina.
Da sempre ho una consapevole presunzione: sono convinta che i cani, a me, mi guardino. Cioè, che alzino proprio il muso per guardarmi in faccia come si fa tra umani. Ne sono convinta perché ci faccio caso ogni volta che ne incontro uno. Dev’essere così potente l’energia che sprigiona il mio sguardo che li punta, li segue e li pedina da lontano e mano mano che si fanno più vicini, che anche loro (poverini) provano il dovere di ricambiare.
Una volta che afferro il loro sguardo, per loro non c’è scampo perché non lo mollo più. Prima di tutto gli allungo un sorriso a tutti denti, per cui quelli controllano un po’ meglio per capire cosa abbia questa tipa qua da ridere. Ma a quel punto i passi ci hanno portati vicino. Posso giocarmi la carta della mano.
La mano a un cane dice che va data sempre bassa, mai calata dall’alto sul testone, ma sempre accompagnata con dolcezza al nasone nero, dalla parte del dorso, affinché il cane non si senta aggredito.
Anch’io faccio così.
Ma non appena il cane ha capito che vengo nella pace e si rilassa, lo attacco e prendo a ciancicarlo tutto, gli piego le orecchie, gli strizzo la ciccia in esubero sul collo e, battendogli dei bei colpi lungo il tronco, arrivo fino al culo. Sul culo dei cani che incontro mi concentro sempre con generosità. Poche cose fanno godere il cane come una ricca sculacciata sul sedere. Più uno lo sculaccia, più lui scondinzola contento. Certe frustate di coda che se ti batte nelle gambe ti fa quasi male. Se la gioia tocca picchi estremi, il cane starnutisce senza avere il raffreddore. Ti tira addosso schizzi di moccico e di bava per dirti che gli piaci. Poche cose mi inorgogliscono di più.
Generalmente a questo punto il cane è andato. Nel senso perso. Gli puoi fare quello che ti pare e lui se lo farà fare. I meno decorosi si sbraciolano per terra e ti regalano la pancia. I più eleganti (i miei preferiti) conservano sempre un certo decoro. Nello mi ricordo sterzava di culo a velocità incredibile e ti batteva il fianco addosso con violenza inaudita. Era il suo modo per dire mi sto divertendo tantissimo vai avanti così.
La disponibilità estrema di un cane a stringere amicizie si azzera nel momento in cui il padrone gli sussurra “andiamo”. Basta quel richiamo dolcemente imperativo a risvegliare il cane dall’ipnosi e riportarlo alla realtà, dentro la quale sparisce al seguito dell’umano a cui si accompagna.
Ma per me questo poco è già moltissimo.
E’ un regalo per cui vale la pena scendere per strada.
Tornando in casa, penso a cosa sarebbe la terra senza cani.
Pensaci.
Tu esci, vai per il mondo, percorri strade, attraversi campi, pianure, sentieri.
E non ne incontri neanche uno.
Perché non esistono.
Perché nessuno ha pensato di inventarli.
Come sarebbe inutile, la vita.

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