La scuola mondiale

Pubblicato il 28 settembre 2013 da admin

Avrete letto, come me, la notizia giunta da quel paesino in provincia di Bergamo, dove i genitori degli alunni italiani hanno messo in piedi una fuga di massa dalla scuola elementare perché nella classe dei loro figli c’erano a loro dire troppi bambini stranieri.
Quattordici, per la precisione.
Leggendola, ho pensato che se i genitori dei miei studenti italiani decidessero di fare la stessa cosa, la scuola dove insegno si desertificherebbe.
Nell’istituto in cui lavoro da quattro anni, il 75% dell’utenza proviene da un paese diverso dall’Italia. Di questo 75, il 50% è di origine cinese.
Se non ho mai chiesto il trasferimento in un’altra scuola, uno dei principali motivi è proprio questo: l’eterogeneità geografica e culturale dei miei alunni. Che ai miei occhi è, ogni mattina, un magnifico spettacolo che si ripete senza mai essere uguale a quello visto il giorno prima.
Fin dal momento in cui entro nel cortile e parcheggio l’auto, provo la straniante sensazione di trovarmi in un mercato multietnico movimentato e variopinto. Più che a fare lezione, mi pare di andare a fare la spesa. In effetti il senegalese seduto in prima fila l’anno scorso mi ha regalato diversi metri di braccialettini.
Anche l’odore è diverso da quello che aleggia in altre scuole: i cinesi non fanno colazione a biscotti e caffellatte, ma fin dall’alba mangiano strane pietanze a base di aglio e salsa di soia.
Per me è tutta un’incredibile rivelazione: ho scoperto che le scuole in Cina sono severe, ma quelle in Albania lo sono ancora di più e non esitano a far uso della violenza fisica; ho saputo che nelle Filippine, oltre alla divisa obbligatoria, a scuola vigono regole che impongono un codice comportamentale che da noi spedirebbe i genitori dritti in Ministero, oltre che dai carabinieri.
Ora conosco le usanze sessuali musulmane, padroneggio il ramadan, dico “angin!” quando voglio il silenzio totale e “ioppeià!” quando intendo spronare allo studio.
Ho scoperto chi scriveva poesie in Moldavia mentre Leopardi metteva in versi i suoi Canti.
Persino la mia gestualità è mutata: a un orientale non spettinerò mai i capelli con la mano perché adesso so cosa significa la testa in quelle terre.
Dopo venti anni d’insegnamento, sento che in questa scuola tutti i giorni imparo qualcosa.
Analogamente, i miei studenti italiani che dividono esperienze e spazi con coetanei venuti da lontano, eliminano il naturale istinto razzista insito nell’essere umano come una tossina, giorno dopo giorno, e crescono con una mente aperta.
Oltre a tutto questo, la disciplina nella mia scuola non è il problema che (mi dicono e so per esperienza) è in altre scuole frequentate prevalentemente da italiani.
E allora.
Genitori di quel paesino in provincia di Bergamo.
E genitori locali, silenziosamente impensieriti dalle prospettive scolastiche del presente e dell’immediato futuro.
Rilassatevi.
La scuola è mondiale: menomale!

(oggi sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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