Innamorarsi di un fumetto

Pubblicato il 11 dicembre 2013 da antonella landi

Pur vivendo da dieci anni con un esperto cultore del settore, io ignoro il mondo dei fumetti.
Conosco, padroneggio e cito a memoria solo le strisce dei Peanuts perché il prete dell’oratorio che frequentavo da ragazzina me ne passava volumetti in continuazione ma, oltre quelli, precipito in un vuoto senza fine.
Ah, no, giusto. dimenticavo. So anche che Andrea Pazienza è esistito ed è scomparso prematuramente.
Mai arrivata in fondo a una sua storia in vita mia.
Un ampio settore della nostra libreria domestica comune è occupato da ciò che il mio compagno venera come volumi irrinunciabili e che io non spolvero nemmeno perché li chiamo giornalini.
Scena classica tardo serale: lui e lei (io) nel lettone. Lei (a pagina diecimila dei Fratelli Karamazov): “Tu non leggi?”. Lui (a pagina venti di Rat-Man) “Certo che leggo, non vedi?”. Lei: “Ma dico una lettura vera, non codeste cazzate”.

L’anno scorso, in una delle mie classi, entrò il Progetto Libernauta.
Il Progetto Libernauta è una cosa che si fa a Firenze e provincia, è stata inventata dalla biblioteca di Scandicci ed è definibile una figata: tu (insegnante) prenoti la visita di un esperto del progetto. L’esperto viene in classe tua con una grossa valigia contenente quindici libri e, nel giro di un’ora, accende nei tuoi studenti una voglia pazzesca di leggerli tutti. Lo fa raccontandone un brandello, leggendone qualche passo, confidando notizie sull’autore. Lo fa ad arte, con sottile sapienza. Alla fine ci cascano tutti. Primo perché i libri proposti sono sempre validi, secondo perché l’esperto non è detto esperto a caso.
L’anno scorso l’esperto era una donna. Tra i libri che presentò c’era anche un fumetto che, a suo dire, non si poteva non conoscere. I ragazzi abboccarono subito e come prima lettura scelsero quello. E’ implicito e scontato che quello che scelgono i ragazzi se lo deve sorbire anche l’insegnante, sennò come si fa a parlarne insieme dopo averlo letto. Ma per me leggere un fumetto che non parlasse di un cane multi-identitario amico di un uccello col nome del più grande concerto universale e di un gruppo di bambini che ragionano come adulti non era neanche pensabile.
Così bluffai.
Dissi che lo avevo letto senza averlo fatto.
E quando la classe mi chiese che tipo di verifica avrei proposto su quel fumetto favoloso, io feci un figurone annunciando: niente verifica!
Mentii sostenendo che di un libro si può anche godere senza parlarne e che quello era decisamente il caso di non parlarne proprio.
Con le più pittimine che pretendevano a tutti i costi di relazionarne in qualche modo, la scampai assegnando loro una liberissima recensione da inserire (alla cieca) nel giornalino della scuola da me coordinato.
E me la cavai.

L’altro giorno però in biblioteca ho rivisto quel libro e l’ho immediatamente riconosciuto. Come non riconoscere un ragazzo dalle sopracciglia foltissime e squadrate, perennemente seguito da un armadillo che ne rappresenta l’alter ego, l’amico immaginario, la coscienza?
Ho fatto l’errore di aprirlo e di leggerne qualche striscia.

Ora possiedo l’opera omnia di ZEROCALCARE e visito quotidianamente il suo portentoso blog.
Sono perdutamente innamorata di lui.
L’espertone di casa, lungi dall’esserne geloso, mi ha culturalmente rivalutata.

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