La norma e l’eccezione

Pubblicato il 21 dicembre 2013 da antonella landi

Dicembre, mese di ricevimenti. E non mi riferisco a quelli dell’alta società, ma a quelli della scuola. Parlo di quel giorno infernale in cui tutti i genitori dei ragazzi che frequentano un tale istituto vanno appunto nel tal istituto a parlare con gli insegnanti dei propri figli per sapere come vanno, come si comportano, che voti hanno messo in saccoccia fino a quel momento lì. Si tratta di un appuntamento guardato con orrore da tutt’e tre le categorie interessate. I figli si capisce bene perché. Ma anche gli altri due gruppi, i genitori e gli insegnanti, ne hanno una paura mostruosa, quasi ancestrale. Più o meno è sempre stato così, ma ora lo è di più. Perché? I docenti, che in passato sentivano dalla loro i genitori, adesso quasi li temono. A volte sottolineare i limiti, i difetti, le mancanze di uno studente induce il genitore di costui a trasformarsi in un sindacalista disposto a scendere in piazza per la strenua difesa del sangue del suo sangue. Il che è sconcertante. Ma può succedere un fatto ancor più sconcertante di questo.
E’ accaduto a una mia amica, che me lo ha raccontato quasi incredula. Andata al ricevimento dei professori di sua figlia (terza media), si è sentita chiedere spiegazioni su certi comportamenti della ragazzina. Perché è così silenziosa? Perché è così rispettosa? Perché interviene raramente nel (tanto celebrato) dialogo educativo? E perché, quando lo fa, lo fa con tanta grazia, con tanto rispetto per il parere dell’insegnante, con tanta considerazione per gli spazi verbali dei suoi compagni? Il che poteva anche essere formulato in altro modo: perché non fa tutto il baccano che in genere fanno gli studenti, perché non dà aria gratuita ai polmoni, perché non interrompe sgraziatamente l’insegnante a mezzo discorso, perché non parla sopra ai suoi compagni, perché non urla, non schiamazza, non si fa notare? Perché è così buona, così calma, così equilibrata? E’ forse una seguace del “lathe biòsas” epicureo, tanto caduto in disuso nei tempi di internet da suonare preoccupante? Vuole forse “vivere nascosta”, quando tutti i suoi coetanei si affannano alla ricerca di una vita in perenne esposizione? E perché non ha le loro stesse aspirazioni, perché non si comporta come loro, perché è così diversa?
Ne abbiamo parlato, riflettuto e alla fine riso insieme, io e la mia amica. Ma era un riso amaro. Perché siamo arrivate alla conclusione che quello che pochi decenni fa era la norma, adesso è diventato l’eccezione, il caso da studiare, la peculiarità su cui indagare. Oggi lo studente che si comporta bene è notato, ma con un vago sospetto. Come se dietro la misura, il rispetto e l’autocontrollo si nascondesse non dico una patologia, ma almeno un problemino, forse caratteriale, o magari familiare.
Io so solo che, quando per miracolo me ne trovo uno in classe, me lo tengo stretto e ringrazio il fato che me l’ha mandato.

(oggi, sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

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