Il mercato delle vacche

Pubblicato il 26 gennaio 2014 da antonella landi

Con l’anno nuovo, arriva il tempo dell’open day.
A chi non bazzica nel settore (cioè non fa il mio mestiere o non ha figli da iscrivere prossimamente alle scuole superiori): l’open day è il giorno in cui le scuole restano aperte alle visite del pubblico, ovvero delle famiglie di studenti di terza media. Le quali si armano di santa pazienza e fanno il giro dei vari istituti allo scopo di sondare quello che, in un acronimo onestamente cacofonico (POF), indica il Piano dell’Offerta Formativa di ogni scuola da quando è iniziata la gloriosa (?!) epoca dell’autonomia.
Tutte le scuole prevedono la “funzione orientamento”, costituita da insegnanti che promuovono quello in cui prestano servizio come l’ambiente più accogliente, efficiente e attrezzato del mondo. Raramente lo è, viste le condizioni in cui versa la maggior parte delle scuole d’Italia. Però in certi casi pare valere l’adagio erroneamente attribuito a Machiavelli (che salutiamo, nell’anniversario appena finito del suo capolavoro principesco), secondo cui il fine giustificherebbe i mezzi.
Io penso che, soprattutto quando si ragiona di scuola, bisognerebbe avere l’onestà di raccontare le cose come stanno senza vendere tanto fumo (al momento ancora illegale oltretutto), ma torniamo all’open day.
A Firenze da diversi anni viene scelto addirittura un giorno preciso per radunare insieme tutti gli istituti nel medesimo luogo (il Mandela Forum per la precisione), consentire loro di issare un banchetto e fare autorizzata promozione di se stessi.
Potrebbe anche sembrare un’idea buona.
Ma (almeno secondo il mio modestissimo parere) non lo è.
Non lo è perché l’iniziativa, col tempo, ha assunto il sinistro aspetto di una fiera del bestiame, di un mercatone dozzinale, di un supermercato della cultura, in mezzo al quale la scuola si mostra esattamente per quello che una certa politica l’ha fatta diventare: niente più che un’azienda (del resto il vecchio caro preside non si chiama adesso dirigente?).
Ora, tutti sanno che l’azienda funziona e rende a seconda dei clienti che attira. E che per attirare i clienti sono necessarie strategia, promozione e pubblicità. E siccome un semplice depliant illustrativo delle varie scuole evidentemente non bastava più, le scuole-aziende si sono attrezzate: gadget, offerte culinarie, omaggi. Col risultato che uno va in cerca di notizie su un liceo e torna a casa con una bracciata di palloncini. Nella pantomima della fiera, vince la scuola che offre, regala, promette e sorride di più.
Non ho figli da mandare alle superiori. Ma se ne avessi uno, non aspetterei il mercatone dell’open day. M’informerei prima dai genitori di studenti più grandi, crederei al passaparola che da sempre funziona sulle scuole, mi fiderei della fama, che ha “ali late” e, sull’argomento, raramente racconta bugie.

(venerdì, nella pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

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