Il nostro Conte Max

Pubblicato il 27 gennaio 2014 da antonella landi

Quando muore qualcuno che ti è vicino, senti che si spegne un po’ di te e della tua storia. Ecco, oggi sento violentemente questa emozione.
Se ne è andato Massimo De Nicola, Ringo, il Conte Max e chissà quante altre identità si porterà con sé.
Difficile che un valdarnese non lo ricordi, non abbia avuto l’avventura di incontrarlo.
Io lo conobbi alla fine degli anni 60, aveva lunghi capelli biondi, jeans attillati ed un giubbino di pelle con i peneri, allora era Ringo.
Erano gli anni in cui noi lottavamo e lui continuava… continuava a rappresentare quell’irriverenza stralunata e canzonatoria, che caratterizzava e arricchiva l’essere toscano.
“Ringo non paga” – era la sua spavalderia, quando saliva sul treno per Firenze.
“Ringo scende” – si racconta fosse la risposta del controllore di turno.
Passarono gli anni, e l’Italia divenne quella dell’Italia da bere, degli yuppies e dell’impresa rampante. Fu allora che Massimo riapparve socialista e imprenditore di successo, naturalmente in Ferrari.
La crisi poi travolse anche lui, ma ormai la sua creatività era feconda e, di lì a poco, eccolo ripresentarsi in nobili vesta, così, un po’ come il Mascetti degli Amici Miei, in quel di Loro Ciuffenna, ristoratore della pancia, ma anche della mente, il Conte Max.
Ma si sa, Massimo si alimentava con le novità e si deprimeva con la consuetudine, e anche le sue imprese di successo a Loro Ciuffenna si spensero poco alla volta. Prima la locanda dei vini e del buon mangiare, poi il caffè della piazza. Sembrava in una perenne ricerca dell’altrove, fosse esso alle Figi o a Salvador Bahia.
Era lì che immaginavo di vederlo ancora.
Invece lo attrae San Giovanni Valdarno, e lì con rinnovate energie si riaffaccia con una nuova impresa, il caffè all’ombra di Palazzo D’arnolfo. Ancora fantasie e progetti.
Il conte era pronto per una nuova avventura, magari per una nuova identità. Non ce l’ha fatta, e così il futuro non busserà più alla sua porta.

(memoria scritta da Enzo Brogi, ex sindaco di Cavriglia, consigliere regionale)

Nei miei ricordi di bambina, il Conte Max è lo zio che, incontrandomi, voleva sempre darmi un bacio a stampo sulla bocca.
In casa sua usava così.
Ma in casa mia no.
In casa mia i baci ci si davan sulle guance e a me faceva un poco effetto quella bocca d’uomo sulla mia.
Nonostante questo, già allora il Conte Max era lo zio che mi strappava più risate e quello che più mi piaceva stare a contemplare.
Allora però non si chiamava Conte Max.
Allora si chiamava Ringo.
Quando era Ringo, lo zio Massimo era bellissimo.
Biondo e sfacciato, secco allampanato, costantemente sopra le righe, eccentrico, esagerato, lunatico e scanzonato, lo zio Massimo era il più giovane di tutta la famiglia.
Crescendo, spaccò il paese in due: di qua quelli che lo amavano, di là quelli che non lo potevano vedere.
Noi stavamo di qua e lo amavamo profondamente, come si ama qualcuno anche se ci fa incazzare per la sua tracotanza cocciuta, che c’innervosisce per la sua sfrontatezza esasperata, che ci commuove per il suo cuore gigante.
Quando diventò il Conte Max, lo zio divenne inenarrabilmente fascinoso.
Con gli anni, la sua figura era lievitata e dal suo viso erano scomparsi gli spigoli puntuti della gioventù. I suoi capelli biondi si erano macchiati qua e là di grigio. Il suo stile era drasticamente mutato: non più ribelle e capellone, ma imprenditore di successi e di sconfitte. Però sempre altero, orgoglioso e impavido.
Perché nulla faceva paura al Conte Max.
Per lui la vita era una sfida con gli altri e una scommessa con se stesso.
Quando nessuno ci credeva, lui ci puntava sopra tutto,
Quando qualcosa era insperabile, lui ci si buttava a capofitto.
Intanto io mi ero fatta adolescente.
Lui però seguitava a trattarmi da bambina e, quando m’incontrava, pretendeva ancora che lo baciassi sulla bocca.
All’ultimo momento giravo in fretta il viso porgendogli la guancia.
Allora lui imparò ad afferrarmi il volto tra le sue manone enormi e, paralizzandolo, mi stampava il suo bel bacio sornione e sorridente sulle labbra.
Poiché (pur non essendolo) mi sentivo donna, rivendicavo il suo rispetto.
Ma lui si faceva beffe della mia seriosità precoce e fuori luogo, e pretendeva che rimanessi una bambina da baciare sulla bocca.
Una volta adulta, pensante e politicamente schierata, il Conte Max mi aspettava puntualmente al varco per scagliarsi contro le mie posizioni di sinistra, che non riusciva ad accettare: vedendomi arrivare da lontano sulla strada, alzava il braccio destro, mi salutava alla romana e (urlando) mi chiamava camerata.
Eppure non sono mai riuscita a detestarlo.
L’ho sempre amato di un amore arreso, cieco, disarmato, e totale.
L’ho amato perché era invincibile e umano insieme.
L’ho amato perché non l’ho mai visto odiare neanche chi provava a odiarlo e non l’ho mai sentito criticare o giudicare, ma solo sbeffeggiare chi lo criticava e lo giudicava.
Per questo, negli ultimi quindici anni anni, quando lo incontravo, ero io a cercare la sua bocca per lasciarci un bacio sopra.
Per questo ieri sera, all’obitorio dove giaceva coperto solo di un lenzuolo, l’ho baciato anche se era gelido e viola per l’infarto iniquo e infame che, molto prima del tempo giusto, ce lo ha portato via.
Il bellissimo Ringo.
Il mio zio Massimo.
Il nostro Conte Max.

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