Quella corrispondenza d’amorosi sensi

Pubblicato il 31 gennaio 2014 da antonella landi

Gli studenti considerano gli insegnanti delle inspiegabili entità che ben poco hanno di umano. Pensano che la nostra identità e la nostra esistenza si realizzino esclusivamente a scuola e che, fuori da quelle mura, noi non abbiamo una vita personale (altrimenti non si spiegherebbe l’esclamazione a cui si abbandonò quella mia alunna -“Profe! Ma lei mangia?!”- quando un giorno m’incontrò al supermercato). Forse pensano addirittura che noi non proviamo sentimenti, che nulla possa commuoverci, che nessun evento possa turbarci. Regolarmente smonto l’assurda teoria e dichiaro che anch’io, oltre ad alimentarmi come fanno loro, amo, gioisco, soffro e mi dispero come qualsiasi essere umano.
In questi giorni lo hanno visto bene, perché non ho fatto segreto di essere molto triste a causa di un terribile lutto che ha colpito la mia famiglia, anzi, ho approfittato di essere arrivata a Foscolo con il programma per rivendicare l’attualità del poeta, costringerli ad affrontare un argomento scomodo spesso rifiutato dagli adolescenti e aprire le porte del mio cuore perché ci buttassero un’occhiata dentro.
Credo di poter dire con certezza che sono trascorse ore molto belle sia per loro che per me.
Loro hanno conosciuto la mia parte intima e segreta, hanno ascoltato il racconto delle mie emozioni, hanno condiviso con me qualcosa che va ben oltre il recinto della scuola. E’ stato un po’ come presentarli allo zio che amavo e che ho perduto, farli entrare da una porta dentro la mia vita passata, consentire loro di sapere chi sono stata prima di diventare la loro professoressa di italiano e dove affondano le radici della mia natura e della mia personalità.
Io ho avuto la conferma e la dimostrazione concreta di qualcosa intorno a cui purtroppo nutro talvolta qualche dubbio: la materia che insegno è la più utile del mondo. Non sempre ci credo con questa radicale convinzione: ci sono occasioni in cui la domanda che mi sento rivolgere in classe (“Profe, ma a cosa serve, di preciso, la poesia?”), oltre a indispettirmi, mi disarma e mi abbatte.
Poi però arrivano occasioni come questa, occasioni dolorose ma consolatorie insieme, in cui mi dico che (provare a) insegnare ai ragazzi a ragionare, ad ascoltarsi, a leggere, a capire, a contestualizzare e condividere, aiuta a vivere meglio.
Adesso so per certo che l’incantevole concetto di “corrispondenza d’amorosi sensi” tra i vivi e i defunti non li abbandonerà mai e che coltiveranno l’amore nella loro vita perché “sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna”. So che quando soffriranno per aver perso qualcuno di molto caro si sentiranno meno soli perché si ricorderanno di Ugo Foscolo, della sua poesia utile, dei suoi endecasillabi sciolti ed eterni, della fatica spesa per capirli.
E forse anche di me.

(oggi sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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