La mia guerra

Pubblicato il 21 febbraio 2014 da antonella landi

Nell’amicizia tra un docente e i suoi studenti non ci ho mai creduto. Credo anzi che mescolare un rapporto professionale con gli affetti personali possa confondere le idee e compromettere i risultati finali. Credo che un insegnante debba stare al proprio posto e trovare il modo di confinare i propri alunni al loro, mettendo distanze, piantando paletti, erigendo (nei casi più chiassosi) barricate. Credo fermamente in tutto questo. Ma (ahimé) solo su un piano teorico. Nella pratica, temo di essere una frana. Me ne sto rendendo conto da quattro anni a questa parte, tempo nel quale -avuto il trasferimento nell’attuale scuola- ho messo radici logistiche e soprattutto relazionali su cui inizio a interrogarmi. Avere il ruolo e rimanere nella stessa scuola a lungo ha innegabili vantaggi: il lavoro iniziato non resta mozzato a metà ma gode di quella che in gergo viene definita “continuità didattica” e che è certamente una cosa buona. Quello che hai fatto in prima lo vedi fiorire in seconda, fruttare in terza, esplodere in quarta, completarsi in quinta. Ma c’è un però. Il però riguarda il rapporto interpersonale che, in tutto questo tempo, nasce e si sviluppa con loro, i diretti interessati: gli studenti. Il primo anno ti vedono come qualcuno di inavvicinabile e ti rispettano come un presidente della repubblica, il secondo ti si accostano e ti vedono più come un ministro, il terzo ti affiancano (o si sentono ministri pure loro oppure sei tu che sei retrocesso a consigliere), il quarto ti appoggiano un braccio sulla spalla (sei diventato un segretario comunale come tanti?), il quinto corri il rischio di rimediare qualche scappellotto (fanno ufficialmente parte dell’opposizione). Naturalmente, scherzando, esagero. Però il problema me lo pongo davvero, perché vedo che più l’affetto si consolida, meno studiano. Ci siamo mandati tanti messaggini, ci siamo telefonati tante volte, abbiamo addirittura consumato qualche merenda insieme. E nel nome di questa insolita amicizia pensano di poter fare un po’ come gli pare. Si giustificano. Si assentano. Boicottano. Ammutinano. Così, da amici. E allora? Allora ci vuole una bella sparruccata data bene. “Noi non siamo amici! –ho urlato (forse teatrale, ma di un certo effetto) la settimana scorsa alla fine di un’interrogazione a tappeto risoltasi in una strage di massa- Io sono la professoressa! E voi siete gli studenti! Amici (semmai) lo saremo dopo l’esame. Ma fino a quel giorno io sto di qua e voi state di là! E poiché vi voglio bene, e ve ne voglio parecchio, ho deciso: da oggi vi farò la guerra! Una guerra spietata e incessante, contemporaneamente lampo e di logoramento!”.
Quella mattina sono tornata a casa con una cefalea fulminante. Da quel giorno mi detestano.
Vedessi però che bei votini mettono in saccoccia.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

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