Al nostro Conte Max!

Pubblicato il 22 febbraio 2014 da antonella landi

Caro zio Massimo,

ieri sera le tue ragazze sono venute a cena da me, insieme all’altra cugina del nostro quartetto.
Sono arrivate alle 9, uscendo dall’ascensore con i loro sorrisi, le loro borse griffate e i loro tacchi alti. “O che vi siete messe i trampoli per stare a cena in casa?!” ho esclamato, e sono corsa a mettermeli anch’io, sostituendo un paio di tronchetti da pantera ai mie anfibi silenziosi.
Con i nostri otto tacchi sonanti abbiamo fatto il tour dell’appartamento fermandoci in cucina per il sollevamento dei coperchi. “Ma quanta roba hai fatto?! O non s’era detto che si piluccava?”.
Sì, s’era detto. Ma io in quel lungo pomeriggio libero da impegni m’ero proprio divertita a cucinare per loro qualcosa di sfizioso, dei cornetti di pasta brisè con ripieno di carciofi da servire appena sfornati con una virgola di miele sopra, delle cupoline di cavolo verza con salame e formaggio brie, delle fettine di bresaola abbracciate a un impasto di caprino ed erba cipollina. Il primo piatto erano lasagnette verdi con asparagi, besciamella e gorgonzola. Il secondo un pollo agli aromi con olive e prugne, accompagnate a patate arrosto.
Ma prima di dare fondo a tutto questo, prima di metterci sedute, prima della prima sigaretta, prima ancora di aver appoggiato in qualche parte quello che tenevamo in mano, dal frigo ho estratto lei: la bottiglia di Ferrari che ti piaceva tanto, comprata per fare il primo di una serie di brindisi. Tutti dedicati a te. “Alla cuginanza. E al nostro al Conte Max.”
A tavola, sul divano, in terrazza e dove capitava, abbiamo parlato d’infinite cose, tutte nostre, tutte intime, tutte personali. Come si va d’intestino, se ci funziona la tiroide, quanto si tromba, come vanno i bambini a scuola, chi cucina nelle proprie case, com’è palloso fare la spesa al supermercato, com’era brutto quel fidanzatino che avevamo da ragazze, com’era bello quando eravamo bambine e c’incontravamo alle feste di famiglia e ai compleanni, come stanno le cicatrici sulla nostra pelle.
Siamo state bene. La cena era venuta buona. Abbiamo anche riso tanto.
Ma la cicatrice che ci hai lasciato dentro il cuore, zio, è così fresca e aperta che non riusciamo più ad essere felici. Possiamo essere contente, possiamo ciarlare una serata intera, calarci i jeans per mostrarci vicendevolmente la cucitura del cesareo, quella dell’ultimo intervento, la cellulite, le smagliature. Possiamo sollevarci il golf e confrontare quanto son calate le nostre poppe rispetto a qualche anno fa. Possiamo scendere dai trampoli, sfilarci le calze, e mettere accanto, in fila, i nostri piedi nudi di cui siamo sempre vergognate e che abbiamo imparato ad accettare solo una volta diventate adulte, e ridere per l’alluce largo di una, il medio a ET di un’altra, il mignolo minuscolo di un’altra, l’osso sporgente a patata di un’altra ancora. Possiamo decidere di fare la panna montata a mezzanotte, schizzare tutta la cucina di sputacchi bianchi, mangiarla usando fragole al posto di cucchiai e dire, gonfie e sazie, “oioi ora moio”. Possiamo successivamente darci un tono sorseggiando roojbos caldo in tazze a fiori rosa come dame inglesi d’altri tempi. Possiamo ridere sguaiate e telefonare all’uomo di casa buttato fuori a forza e raccontargli in due minuti le nostre quattro ore insieme.
Ma tu non ci sei più.
E questo inquina il nostro riso, depaupera la nostra allegria, compromette la nostra gioia di esserci ritrovate e di volerci tutto il bene che ci vogliamo.
Tu non ci sei più e alla fine di tante parole leggere ce ne siamo dovute dire anche qualcuna più pesante, per esempio cosa fare di tutti i tuoi vestiti ancora in fila nell’armadio, come dividerci le foto che ti ritraggono quando eri il nostro Ringo, in che modo ti sogniamo quando ti sogniamo.
Tu non ci sei più e la tua assenza feroce e irreparabile ci ricorda che nulla sarà mai più com’è stato, che quella fase della vita è ormai finita e che con lei è finito un tempo.
Il tempo dell’illusione primitiva, della speranza cieca, della felicità vera e totale.

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