Sogno di una notte di fine inverno

Pubblicato il 26 febbraio 2014 da antonella landi

Mi avevano trasferito dalla mia scuola di Firenze a una scuola di Montevarchi.
E già questo costituiva un incubo di prima categoria (San Giovanni ancora ancora. Ma Montevarchi!).
Costretta a pendolare in treno, un giorno, tornando da un collegio docenti, mi rubavano la borsa preferita, il bauletto più bello del mondo, quello a cui sono più legata sia per l’indiscutibile valore estetico (domandare, per credere, alle mie alunne che se lo leticano ai cambi dell’ora), sia per il simbolo affettivo che rappresenta, perché me lo regalò lui qualche anno fa, perché mi ha accompagnata ovunque, perché lo porto d’inverno e d’estate, perché è stato testimone di mille avventure (l’ultima, quella di ieri sera: una serata a quattro dal gusto epico, vagamente mitologico, con lui, la mia cugina e suo marito).
Insomma me lo rubavano. E con lui rubavano tutto quello che c’era dentro. Ma non era il contenuto a gettarmi nel panico completo, non era l’iphone né il portafoglio e neanche i documenti, la carta di credito (agonizzante) o il bancomat (perennemente in conclamata agonia) bensì lui, proprio lui, solo lui, il mio bauletto. Uno di quegli oggetti a cui non ci si dovrebbe legare così tanto, in quanto mero oggetto, ma a cui invece io sono legata per tutti i motivi di cui sopra.
Come me ne rendevo conto, correvo dai controllori, dal capostazione, urlando come un vitello che ha capito che sta per essere sgozzato, come una pecora che ha perso il gregge e non sa più da che parte andare.
Costoro, ma solo inizialmente, credevano di placare la mia disperazione sonora con frasi fatte (e sagge) tipo “via signora, non era che un bauletto”, “meglio un bauletto che un figliolo”, meglio un bauletto che un malaccio”. Ma poi capivano. Forse che avevano a che fare con una squilibrata.
E allora fermavano il treno, bloccavano il traffico umano e dichiaravano ufficialmente aperta la caccia al ladro. Stoppavano ogni passeggero e ogni passante, lo perquisivano, frugavano tra le rotaie, negli scompartimenti, dentro ai cessi.
Io li seguivo passo passo, sempre piangendo e ripetendo che quel bauletto era per me come un anello di fidanzamento, che non potevo vivere senza di lui perché me lo aveva regalato lui, un giorno a caso, in un atto d’amore a cui davo un valore inspiegabile e profondo. E lagrimando come una piagnona siciliana pagata per fare la nenia ai funerali di paese, urlavo all’universo valdarnese il mio sconforto inserendo tra i singhiozzi frasi come ora come farò a dirlo a lui, ora come ci resterà male lui, ora come sarà deluso lui.
Ma del bauletto nessuna traccia.

Improvvisamente riavutami e svegliatami dall’infausto sogno, madida e sconvolta, dopo essermi accertata della presenza intatta del mio bauletto sulla sedia del salotto, scrivo a lui una mail per narrargli l’orribile esperienza onirica e ricevere il conforto sperato, oltre a una dichiarata presa di coscienza del bene che gli voglio.
Risposta: “Dove cazzo andavi in treno da sola? Ti sta bene.”

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