Fuga per la salvezza

Pubblicato il 21 marzo 2014 da antonella landi

Lo scorso settembre, anziché presentarsi in classe e scegliersi un banco su cui vivere l’ultimo anno di superiori, decise di abbandonare la scuola e cercarsi un lavoro. Definiva saggia quella a me pareva una scelta paragonabile solo alla follia. Sosteneva di sentirsi sollevata e lasciava addosso a me un macigno di delusione, senso di sconfitta e frustrazione. A cosa erano serviti gli anni precedenti consumati insieme? Dove sarebbe andata senza un diploma? Cosa sarebbe stata la sua vita? Che donna sarebbe diventata senza aver finito il suo percorso naturale di ragazza? Le risposte sono arrivate ieri sera, quando lei mi ha chiesto di incontrarci per trascorrere una serata insieme e io le ho detto sì.
Fissiamo per un aperitivo. Opto per il bar sull’altana delle Oblate, che sposa panorama ad atmosfera e consente di parlare senza dover urlare. Arriva un po’ in ritardo perché smonta dal lavoro ogni sera alle otto. Si presenta sorridente nel suo maquillage delicato e con almeno cinque chili in meno addosso. Mi complimento per la forma eccezionale e lei mi racconta che per le relazioni col pubblico a cui è stata assegnata le viene richiesta un’attenzione particolare alla cura di sé. Mi dice che il contratto è buono, che lo stipendio netto supera i mille euro. Mi confida che l’amore ancora non è arrivato, ma che le amicizie sono tante e interessanti e che proprio con una variegata compagnia partirà questa estate per Corfù. Mi chiede della scuola, dei suoi ex compagni e dei miei colleghi, fa domande sul programma di quinta e quando le dico che siamo all’Urss stalinista glissa e vira il discorso sulle letture. Mi ricordo bene, infatti, che amava i romanzi più di ogni cosa e che ancora prima di finirne uno mi dava il tormento affinché gliene dessi un altro, un altro e un altro ancora. Nelle altre ore i colleghi la beccavano sempre nascosta dietro lo zaino a macinare capitoli su capitoli, la redarguivano e venivano a lamentarsi con me. Io davo loro ragione ma la volta dopo le suggerivo un titolo nuovo.
Mentre sorseggiamo uno spritz mi dice che l’ultimo libro letto è stato “Cime tempestose” di Emily Bronte e viene spontaneo a entrambe urlare “Heathcliff!” in mezzo al locale. Mi dice che conserva ancora quel volume che sfilò dallo scaffale di casa mia (“Pura anarchia” di Woody Allen), che di quel nostro tempo insieme non ha dimenticato niente, che è ancora tutto nella sua testa e nel suo cuore, ma che non è pentita, anzi, è sempre più convinta che la sua strada sia questa: un lavoro che le permetta un’autonomia economica e tanti libri che nutrano la sua mente curiosa. Prima di salutarla le scrivo su un foglio quattro titoli che ora è pronta per leggere.
Rientrando a casa, mi scopro sollevata. Non ho più quel macigno di sconfitta e frustrazione a gravarmi lo stomaco. A scuola era spesso ombrosa e scostante, ora è luminosa e leggera. Forse la scuola non era fatta per lei. Forse lei ha fatto bene a fare a meno della scuola.

(oggi sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

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