Malesigu

Pubblicato il 22 marzo 2014 da antonella landi

Malesigu in dialetto sardo vuol dire maligno, bizzarro, vivace, irrequieto.
Malesigu lo chiamavano quando fuggiva dall’asilo delle suore, quando osteggiava le lezioni della maestra elementare Pintus, quando distrusse con le proprie mani l’orto della contadina che aveva rifilato un pacco di verdure marce alla sua mamma. Malesigu lo chiamava suo padre quando non studiava, quando anziché a scuola andava a zonzo coi più mascalzoni, quando rubava gli incassi dei bar di Nuoro, lanciava barattolate di vernice addosso ai muri, disfaceva tutto ciò che gli capitava a tiro.
Per cercare di raddrizzarlo, la sua famiglia lo trascinò con sé dalla Sardegna in un paesino in culo alla Toscana, Abbadia San Salvatore, in mezzo al nulla della Maremma senese. Lì lo massacrarono di lavoro agreste e lo costrinsero a fare il guardiano delle pecore. Ma anche quella volta Malesigu trovò una scappatoia: condotte le pecore in collina, le lasciava sole e a cavallo raggiungeva il paese per far danno.
Finché un giorno fu cacciato di casa e lasciato solo, con una vita vuota e libera davanti.

Massimo Bono, detenuto di Sollicciano con davanti a sé ancora tanti anni da scontare per una colpa che non ci è dato di sapere, ha messo la sua vita in un monologo teatrale e lo ha portato in scena ieri sera al Teatro Everest.
Naturalmente me ne sono innamorata.

Comments are closed.