A chi vede più nidi

Pubblicato il 29 marzo 2014 da antonella landi

Un giorno lui disse a mio padre: “Ma la zia non viene mai a prendermi a scuola?”.

Alle quattro sono davanti al portone.
Alle quattro e dieci la campanella suona ed esce lui.
Biondo come un campo di grano, secco come uno stecco, lungo come una biscia, vispo come un grillo.
“Maestra, eccola là, la zia!”
E solo dopo avermi squadrata da capo a piedi la maestra me lo consegna tra le braccia.

Trasporta un doppio carico di zaini (uno per i libri, uno per l’allenamento di karate) e un giubbotto dentro cui sparisce. Ai piedi ha le solite scarpe da ginnastica della zia.
“Merenda?”
“Merenda!”
Un trancio di pizza ai wurstel, un estatè alla pesca e un tavolino all’aperto tutto per noi.
“Ti voglio dare i regalini che ho preso per te!”
“Ti voglio far vedere i bravissimi più che ho preso a scuola!”
“Oddio! Ma sei bravissimo!”
“Siiiii! I Lego Movie!”
Intorno al nostro tavolino si raduna un crocchio di seienni, vicini, sempre più vicini, come gli omini gialli del colesterolo nella pubblicità, zitti e invasivi si fanno sempre più addosso, incurisioti da quei pacchetti da scartare, dalla maglina di Super Mario, dai pantaloncini di Spiderman, e da tutti quei pezzetti da montare che schizzano qua e là.
“Ragazzi, invece di stare lì a guardare, dateci una mano con questi Lego, noi non ci si capisce nulla. Te, come ti chiami?”
“Io?! Leonardo.”
“Forza Leo, mettiti a sedere qui, montaci questo messicano. Te invece chi sei?”
“Io?! Tommaso.”
“E te?”
“Io?! Federico.”
“Allora forza, tutti a sedere a montare questi aggeggi!”
(“Oh, ma lei chi è?!”)
“Lei? E’ la mia zia!!!”
Ha lo sguardo luminoso di un giorno di festa.
Ho lo sguardo liquido di un’incalcolata commozione.

“Oh! Non si farà mica tardi in palestra? Muoviamoci!”
Ci prendiamo per la mano e corriamo verso l’auto.
“Zia, ma te quando corri te li senti i capelli?”
“Io sì, te?”
“Io no. Mi sembra di non averceli.”
E invece ce li ha, lunghissimi e lisci come suo padre quando era bambino e a scuola andavo a prenderlo io, che ero una bambina ma un po’ meno di lui e tanto la scuola era davanti a casa nostra e non c’erano pericoli e le auto erano meno e andavano pianino.

In palestra c’è puzzo di piedi e di sudore, nello spogliatoio girano donne nude con le poppe e la passera all’aria, ma lui manco ci fa caso. Lui pensa a spogliarsi e, come un omino, indossa il suo kimono fermandolo con la cintura gialla conquistata di recente.
Ai piedi mette minuscoli infradito che aggancia con quei ditini a ET.
Il maestro è marocchino, watusso e in perenne regime alimentare da ramadan. Si vede solo perché anche lui indossa un kimono, come l’uomo invisibile di cui si percepisce la presenza grazie ai panni che lo configurano.
Riscaldamento, posizioni, mosse, corpo a corpo.
Lui fa tutto con un occhio puntato sul maestro e un occhio fisso alla grande finestra dietro alla quale io assisto all’allenamento. E quando mi assento per andare a fare la pipì, lui abbandona la lezione e viene a controllare che non mi sia distratta accidentalmente.
“Zia! Oddov’eri?”
“Amore, ero al gabinetto.”

Usciamo, mangiamo caramelle alla fragola e all’arancia, beviamo acqua senza bolle, saliamo in auto.
“Zia guarda: un nido!”
“Anche a te piacciono da morire i nidi che si intravedono tra i rami degli alberi ancora spogli?”
“Sì, tantissimo. Anche a te?”
“Anche a me tantissimo, li guardo sempre e mi fanno ridere un sacco!”
“Si fa a chi vede più nidi?”
“Vai: da ora.”

Vince lui, cinque nidi a uno.

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