Uno, due, tre

Pubblicato il 5 aprile 2014 da antonella landi

“Oggi facciamo numeli fino dieci.”

E io tutta contenta: non ci sarà nulla da capire, solo da memorizzare.
Dieci numeri, cosa vuoi che sia.
Eccoli invece, mille trappoloni.
Intanto la scrittura.
Uno si fa con una riga orizzontale.
Due si fa con due righe, di cui una più lunga e un’altra più corta.
Tre con tre righe, sempre orizzontali, quella nel mezzo più corta delle altre due.
Una passeggiata.
Ma già il quattro è dispettoso: un quadratino con una specie di tendine ai lati. Oltretutto il quattro in Cina porta merda, sicché guai a nominarlo. Negli hotel non ci sono le stanze numero quattro, quattordici, quarantaquattro, quattrocento, quattrocentoquattro, quattrocentoquarantaquattro e così via. Non c’è neanche il quarto piano: dal terzo si passa direttamente al quinto.
Una follia.
Il cinque si disegna con una specie di seggiolina poggiata su una base con un tettuccio sopra.
Il sei tipo una capannina.
Il sette come una “t” con un cornino in fondo.
L’otto due virgole che si danno la schiena.
Il nove come una grande “r” in corsivo da bambino che va alle elementari.
Il dieci una croce.
Facile!
E invece no. Dopo averli scritti, vanno pronunciati.
Uno si dice “iiiii” (lungo e alto).
Due si dice “ar” come you are in inglese.
Tre si dice “sen”.
Quattro “sì”. Ma occhio a dirlo bene, perché se lo dici con un altro tono (il terzo anziché il secondo) vuol dire “morte”. Ed ecco spiegato perché porta merda.
Cinque si dice “vu”.
Sei “liò”.
Sette “czi”.
Otto “baaaa” (lungo e alto come “iiiii”).
Nove “ziò”.
Dieci “shì”. Che però vuol dire anche verbo essere.
Va be’, dai, basta mettere in moto il muscolo della memoria ed è fatta.
E invece no.
Ci sono i simboli manuali.
Che non hanno nulla a che vedere con i nostri.
Noi (prevedibili e scontati) non facciamo che aggiungere un ditino in più col crescere dei numeri.
Un po’ anche loro, ma usando dita diverse (te pareva).
All’uno si rizza l’indice.
Al due si va la “v” di vittoria.
Al tre si tirano su mignolo, anulare e medio.
Al quattro (visto che porta male ci si toccano le palle? No.) si uniscono le punte di tutte le dita come qui da noi per dire ma che cazzo dici.
Per il cinque si fa la “p” dell’alfabeto muto sempre delle scuole elementari.
Per il sei si fanno le corna però al posto dell’indice si rizza il pollicione. Tipo simbolo della cornetta telefonica.
Il sette si fa come noi il tre (che vorrebbe dire dieci meno tre: sette).
L’otto una pistola (che vorrebbe dire dieci meno due: otto).
Il nove non me lo ricordo.
Il dieci si può fare non in una maniera, ma nemmeno in due: in tre.
La prima: un pugno tipo bandiera rossa la trionferà.
La seconda: una croce fatta con gli indici delle due mani.
La terza: tutta la mano aperta girata avanti e indietro tipo porta scorrevole (nel senso: cinque e cinque uguale dieci).

Sto prendendo in considerazione l’idea di ritirarmi.

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