Mai più

Pubblicato il 11 aprile 2014 da antonella landi

Al liceo mi portarono quattro volte in gita: in quarta ginnasio un contenuto anda e rianda a Siena, in quinta tre giornate letterarie tra lago di Como, luoghi manzoniani e casa milanese dell’autore, in seconda liceo sei giorni a Roma e l’anno della maturità una pirotecnica settimana a Vienna. Conservo di quelle esperienze incantevoli ricordi: a Siena ci spalmammo distesi sui rettangoli in cotto di piazza del Campo a cantare cori stonati al vento, a Roma ricevemmo in dono un mazzo di fiori cadauna dal nostro professore di Filosofia che adorava noi come noi adoravamo lui, a Vienna alloggiammo all’Hotel Shoenbrunn in cui, contemporaneamente a noi, alloggiava Vasco Rossi in compagnia della Steve Rogers band. Più di così si muore. Ma rose profumate e incontri esaltanti a parte, quello che mi è rimasto sempre dentro di quei giorni è il desiderio che avevamo di stare insieme, la ridarella immotivata e impossibile da trattenere, la voglia di scoprire aspetti ignoti dei nostri insegnanti e il gusto di un divertimento comunque disciplinato e mai fuori luogo.
Da insegnante ho portato spesso in gita le mie classi: a Perugia persi per la via quattro studenti distratti e sognatori, a Roma un disgraziato vomitò i gamberetti della cena dal quarto piano dell’albergo rigurgitandoli con precisione ingegneristica proprio sul piazzale dell’ingresso, a Praga uscimmo da una discoteca e, per i bollori del surriscaldato ambiente e degli ormoni, in quindici s’ignudarono in piena piazza Venceslao conservando addosso solo le mutande e rischiando la sincope. Giudicando queste motivazioni sufficienti, iniziai ad accarezzare l’idea di saltare qualche appello e di lasciare che a rischiare vita e fedina penale fossero i colleghi.
Ora, quando una classe parte per la gita, puntuale a me viene un magone fatto di maliconia e di dispiacere, l’adolescente che si ostina ad albergare in me addita la mia pavidità e mi accusa d’ignavia.
Poi leggo di quel ragazzo volato dalla nave attraccata al porto di Barcellona e morto annegato, o di quell’altro che si è trovato un coltello piantato in mezzo al cuore per gioco, sfida o idiozia, e mi dico: mille volte meglio essere pavidi ed ignavi che temerari fino all’incoscienza. Meglio aspettarli fresca come una rosa in classe al loro ritorno che presentarmi a scuola dopo una settimana di follia coatta con gli occhi gonfi come valigie sfatte e stremata da notti insonni, scarpinate diurne e turni di ronde su e giù per i corridoi di uno stupido hotel.
E non ho voglia neanche di improvvisare confronti tra le generazioni di ieri e quelle di oggi.
Semplicemente, in gita ce li portino i loro genitori.
Io preferisco accompagnarli in lunghi, interminabili, avventurosissimi viaggi mentali: si rischia di meno e si gode molto di più.

(oggi, nelle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

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