Ritorni

Pubblicato il 17 settembre 2014 da antonella landi

Non voglio scrivere di chi c’è ancora dentro. Voglio scrivere di chi ne è finalmente fuori, ma pagherebbe per rientrarci. A scuola, dico. Quella scuola che, quando ci sei, infami, insulti, stramaledici. Quella scuola che, quando poi finisce, ti lascia in eredità un paranco triplo in gola. Hai fatto l’esame, lo hai superato, hai il tuo diploma, sei maturo. Sei libero. Eppure il 15 settembre ti sei svegliato presto, troppo presto per il nulla che (coi tempi che corrono) ti aspetta, e ti sei scoperto un’uggiolina addosso, un accenno d’ansia alla bocca dello stomaco, un disagio umorale che si traduceva in agitazione fisica. Ti sei buttato giù dal letto perché di riaddormentarsi non se ne ragionava. E così ti sei lavato, ti sei vestito, sei uscito di casa. E dove sei andato? Non ci crederai: sei andato a scuola.
Neanch’io ci posso credere quando me li vedo entrare nell’atrio, in sala professori, in classe. O voi?! Eh, noi: siam qua. Parliamone, allora, del perché siete qua, perché proprio qua e non altrove, spieghiamocelo, il perché della forza centripeta che vi risucchia dentro questo cubo di mattoni e vetro, questa scatola che quando vi appartiene non vi lascia respirare e quando si dissolve vi lascia come nudi, spaesati, disarmati, agonizzanti. E vi manca l’aria, vi manca lo spazio, vi manca il profumo. Della scuola, a conti fatti, vi manca tutto. Per questo ci tornate. Come ergastolani che ottengono un improvviso quanto agognato sconto di pena e poi capiscono che, incredibilmente, stavano meglio prigionieri. Forse la prigione era solo nella vostra testa. Forse il fuori vi attraeva perché -a occhio- c’era più luce, c’era più sole. Forse il lamento è inscindibile dalla categoria dello studente, sta nel ruolo, costituisce il gioco delle parti. Quando però il gioco finisce, la scuola vi appare per quello che è: l’emblema della libertà (basta tenere aperti i libri), dell’aria che circola (basta ascoltare la voce degli altri), della luce che distenebra ma che non abbacina (basta credere che esiste un’illuminazione metaforica molto più potente di una fisica). Così vi guardo, quando il primo giorno vi affacciate con lo sguardo mogio dei canini bastonati, col senso di inadeguatezza che traspare dai vostri movimenti impacciati. Quando eravate in quinta spadroneggiavate e vi sentivate i signori della scuola, ora non siete più neanche i valvassini e scambiereste i vostri abiti perfino coi primini, che hanno ancora tutta la strada da percorrere, che hanno appena imboccato la salita, che per cinque anni almeno saranno (beati loro) i prigionieri che eravate voi.

Comments are closed.