Io c’ero

Pubblicato il 17 settembre 2014 da antonella landi

Quando era il momento non scrissi niente. Non perché non avessi da raccontare. Perché non avevo connessione. Ormai è passato molto tempo. Due mesi, per essere precisi. Non sarebbe più il caso di parlarne. Figuriamoci poi scriverne. Per sentirsi dire (dai seguaci dell’imitazione): ecco la solita fissata. E allora avevo deciso di lasciar correre, di tacere, di non ripescare -da questa inusuale e indimenticabile estate appena finita- uno dei giorni più inusuali e indimenticabili.
Il 30 giugno.
Poi, oggi, all’edicola, ho visto questo.

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E allora fatemelo dire, che io c’ero.
Fatemelo dire, che quel giorno ero contentissima come Tiziano Ferro, che mi sono parata d’abiti birboni e che ho raggiunto Roma, per trovarla bella come non me la ricordo mai abbastanza. Fatemelo dire che non vedevo l’ora che fossero le nove, anche se pure tutto il prima (un pranzo in Trastevere e i quadri di Frida Kahlo appesi alle pareti delle Scuderie del Quirinale) non era da meno.
Ma alle nove.
Alle nove avrei rivisto lui.
L’uomo di cui m’innamorai a quattordici anni, l’uomo con cui sono cresciuta, e che amo ancora che son vecchia. L’uomo dagli occhi azzurri e penetranti, l’andatura goffa e la zeta emiliana. L’uomo che si è drogato, che è finito in prigione, che ha esagerato, che ha scandalizzato. L’uomo che molti anni fa ha scritto le sue canzoni eterne e le ha cantate aggrappato di lato all’asta del microfono.
Io c’ero, quando la folla nazionale si accalcava ai cancello dell’Olimpico. Non era più la folla drogata, fuorilegge, esagerata e scandalosa di trent’anni fa. Erano famiglie con bambini, erano ragazzi con la fidanzata, erano amici, giovani, giovanissimi, attempati, stempiati, rugosi, immortali.
Io c’ero, quando lo stadio di Roma respirava di un respiro solo.
E con una voce sola urlava.
VASCO.

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