Se chiudo gli occhi non sono più qui

Pubblicato il 21 settembre 2014 da antonella landi

Kiko, un ragazzo italo-filippino, vive, studia e lavora in una città del nord Italia.
Suo padre -italiano- è morto in un incidente stradale. Nonostante fosse ancora un bambino, egli ricorda perfettamente quell’uomo affettuoso e presente, che in eredità gli ha lasciato un meteorite.
Sua madre -filippina- cura la propria vedovanza al fianco di un altro uomo, che dà lavoro nero a immigrati irregolari e costringe pure quel figliastro a sudare su calce e mattoni.
Kiko a scuola sarebbe anche bravo. Ma lavora ogni giorno fino a tardi e spesso la mattina si addormenta sul banco. Gli manca il tempo per studiare la matematica e il latino, gli manca la testa per credere nella filosofia.
Un giorno (ha appena rubato un computer da Trony ed è stato beccato) un uomo gli si materializza accanto all’improvviso. Convince i proprietari a non chiamare la polizia, paga lui stesso il computer, glielo regala, gli dà uno strappo a casa. Gli dice di andare via, da quella casa. Lo invita a stare a casa propria.
Gli insegna a capire perché vale la pena studiare e il punto di vista con cui va fatto (“Prima di imparare qualcosa, chiediti perché vuoi saperla”).
Gli cambia, insomma, la vita per sempre.

Se chiudo gli occhi non sono più qui è in programmazione all’Auditorium Stensen fino al 24 di questo mese. Alla prima c’era il regista, Vittorio Moroni, che ha idealmente diviso i docenti in due gruppi, i “doganieri” (buoni solo a riscuotere il conto di quello che pensano di aver dato) e gli “stellacometa” (capaci di ispirare, di segnare, di lasciare un’impronta profonda in chi gli passa accanto); che ha parlato di scuola come ne dovrebbe parlare chi ha il potere di cambiarla.
Alla seconda, alla terza e alla quarta il regista non ci sarà.
Ci sarà comunque un film che, dietro un’apparenza desolata, nasconde un messaggio lucido di speranza.
E che a me ha ricordato molti miei studenti giunti da lontano e strappati alla scuola per una vita non loro.

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