In cerca d’autore

Pubblicato il 25 ottobre 2014 da antonella landi

Prima che l’anno scolastico finisse e che l’estate esplodesse in un boato d’afa e tempo libero, la Johanna ce lo assegnò in lettura per le vacanze. Pirandello. Sei personaggi in cerca d’autore.
Non ci disse niente, non ci preparò a quello che avremmo trovato. Ce lo affibbiò così, come un libro qualunque, dicendoci solo che era una commedia e che ne avremmo riparlato a settembre, quando sarebbe iniziato il terzo anno, la prima liceo.
Su quella commedia mi lambiccai il cervello per una stagione. Lo ammetto: non lo capivo, non ne venivo a capo, mi c’impantanavo e soprattutto mi c’incazzavo. A parziale scusa posso portare che avevo solo quindici anni e che i libri di allora non spianavano la lettura con tutte le introduzioni, le note, gli schemi e le mappe concettuali di quelli di oggi, che scodellano (spesso sciupandola) la pappa letteraria.
Arrancai per settimane dietro alla storia di quei sei figuri che irrompono sul palcoscenico di un teatro dove una compagnia sta provando Il gioco delle parti, dello stesso autore (“che chi l’intende è bravo”), e chiedono al capocomico di inscenare il proprio dramma, squallido e vergognoso. Mi perdevo dietro l’intrico parentale, il Padre sposato alla Madre e il loro Figlio, la Madre che ha una tresca con un altro uomo e il Padre che la lascia andare via con lui, sottraendole però il Figlio per farlo crescere altrove. La Madre e il nuovo compagno che hanno una Figliastra, un Giovinetto e una Bambina. La Madre che, rimasta vedova di questo secondo compagno, torna al paese d’origine e trova lavoro nell’equivoca sartoria di Madama Pace, in realtà un bordello. La Figliastra che, per far quadrare il bilancio agonizzante di una famiglia sfasciata, si prostituisce in quel bordello. Il Padre, abituale frequentatore del bordello, che senza saperlo sta per consumare un rapporto sessuale con la Figliastra bloccato in extremis dalla Madre stessa. E poi quel finale allucinante, la Bambina che affoga nella vasca di un giardino e il Giovinetto che si spara un colpo in testa.
Passai tutta l’estate a cercare di capirci qualcosa.
Perché detta così sembra anche facile. Ma Pirandello non la dice così.
Pirandello mescola il racconto alla contemporaneità, mischia i personaggi agli attori, la realtà alla finzione, il passato al presente, la vicenda all’indagine psicologica e fa un magnifico, immane casino straziante e verboso.

A settembre, mi presentai in classe con l’ansia addosso e il libro in borsa. La commedia l’avevo letta. Ma onestamente non ci avevo capito una sega.
La Johanna mi beccò. Glielo dissi.
Lei, da straordinaria insegnante qual era, guidò me e le mie compagne alla comprensione di un testo che (ci sarà un perché) era stato fischiato alla sua prima rappresentazione nel 1921 al Teatro Valle di Roma.

Ci portò a capire che l’intreccio familiare e l’incasinata vicenda non erano ciò che importava all’autore, non erano ciò che doveva importare a noi.
A noi, come a lui, doveva importare la clamorosa trovata (già un po’ anticipata da Moliere, da Goldoni, da Mejerchol’d e da Evreinov, benché non in modo così esasperato e geniale) di aver messo “il teatro nel teatro”, e ce ne insegnò la parola: metateatro. Una parola bellissima, che (ricordo) m’incantò.
Scoprii in questo modo i temi cari a Pirandello, la guerra implacabile tra Vita e Forma, la critica al teatro tradizionale, la denuncia della tragedia del vivere. Scoprii la “sala nuda”, l’impossibilità per un attore di sentire quello che sente davvero il personaggio, creatura viva e non macchietta di un tipo, e l’impossibilità per un personaggio di essere accantonato dopo aver ricevuto dall’autore il fiato della vita grazie al processo dell’invenzione.

Sono passati molti anni. Anni in cui sono stata spesso a teatro e ho visto molto Pirandello. Mai però quei Sei personaggi su cui tanto avevo sudato.
Ieri sera, in prima nazionale, al Teatro della Pergola, Gabriele Lavia era il Padre e il regista.
E finalmente il mio cerchio (di comprensione e di emozione) si è chiuso.

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