Black out

Pubblicato il 23 novembre 2014 da antonella landi

Da quando sua figlia le ha regalato il Velvet Soft del dottor Scholl (una macchinina prodigiosa che riduce i talloni dei piedi a uno scampolo di seta), lei è andata in fissa.

Anche quella mattina, accovacciata sullo sgabello del bagno, impugnato con la destra l’infernale e paradisiaco attrezzo, procede beata all’operazione calcagno perfetto.
Suo marito è fuori. Lei è sola in casa. Ma a momenti lui rientrerà dal giro delle commissioni e usciranno insieme per una passeggiata in paese, a braccetto, come fanno da cinquant’anni esatti, prima di pranzo, a godere del timido sole della vallata nebbiosa.

E’ serena. Suo marito è in salute e la ama come il primo giorno, suo figlio è sposato e ha un bambino favoloso, sua figlia vive la vita che le piace nella città che adora.
E’ anche malinconica. Tre dei suoi amatissimi fratelli hanno lasciato questa terra nel giro di un anno e lei ne sente una mancanza lancinante.
Ma è forte. E sa che la morte fa parte della vita anche se è così difficile accettarlo.

A un tratto la stanza da bagno inizia a girare, prima piano, poi sempre più vorticosamente.
Per fortuna è seduta. Si aggrappa istintivamente al marmo del lavandino e si tiene forte. Chiama per nome suo marito. Ma, chiamandolo, si ricorda che non c’è. Eppure lo chiama ancora, sempre più forte, mentre il tono della propria voce si trasforma in un suono che non riconosce, perché non le appartiene.
Si chiede cosa stia accadendo, ascolta le risposte del suo corpo. La vertigine. Il voltastomaco. Lo smarrimento.
Sono dieci minuti. Dieci minuti appena, prima che il marito rientri. E’ un’eternità.
Sente chiudere la porta. Lo chiama, lo chiama, lo chiama di nuovo, cercando di spingere la voce sui toni più alti. Dice: mi sento male, aiutami, mi sento male.
Ma lui la trova seduta sul solito sgabello e sul momento non afferra. Le chiede: ma che versi fai, che voce fai, perché mi parli in codesto modo strano?
Poi, improvvisamente, capisce.

Corre sul pianerottolo, suona ai vicini, li trascina in casa propria.
In quattro, afferrano lei che ha perso la parola, che non sa più parlare, ma che sbarra gli occhi in uno sguardo che denuncia una totale lucidità mentale. La depongono sul letto.
Lui afferra il telefono e fa tre numeri, due volte l’uno, una volta l’otto.
Tre minuti e arriva un furgone urlante, uomini dalla divisa fluorescente salgono al sesto piano, entrano in casa con un lettino moscio tra le mani, ve la coricano sopra, la portano via.

Lui insegue il furgoncino urlante, intanto chiama i suoi due figli.
Il figlio ha il giorno libero, è a casa e gioca col bambino.
La figlia è appena uscita dal lavoro, è sul 22 e va in centro per pranzare insieme a un amico.
Correte, la mamma sta male, correte.

La vita di tutti e tre si stoppa.
La vita di tutti e tre si trasforma.
La vita di tutti e tre si stravolge, si accartoccia, si comprime.
Si inqina, si rannuvola, si sporca di flebo, di farmaci, di cateteri.
Si altera, si compromette, si maciulla.
Tutto quello che prima si chiamava impegno improrogabile, viene immediatamente prorogato.
Tutto quello che fino a ora pareva irrinunciabile, non esiste più.
Tutto quello che era normalità, diventa eccezione.

La vita di tutti e tre si concentra ora nella stanza gialla di ospedale grigio.
In quella stanza ogni giorno entra il paese in processione.
In quella stanza si piange, si sussurra, si bercia.
Da qualche giorno, in quella stanza si è ripreso a sorridere.
Perché la vita è stravolta, accartocciata, compressa, rannuvolata.
Ma è vita.

Tieni duro, mamma.

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