Il ripassone

Pubblicato il 4 luglio 2018 da antonella landi

Arrivano alla spicciolata, primi il Cece e La Rouge, seconda Attrice, terza CrestaVerde. Dopo un po’ ecco la Cappe e la Puntols, ma suonano ancora, è Mister FortyFive, il Signor Quarantacinque, più comunemente noto come Cocchino, lui e la sua sfacciata tripletta di 15 alle tre prove scritte della maturità. Arrivano la Vane con la sua chioma voluminosa e mora, la Nesina con le sue cosce nude e lunghe. Si ruota il divano per fare più spazio, si stendono teli e tappeti per acciambellarsi a terra. “Profe posso togliermi le scarpe?”
Arriva un po’ più tardi -e bussa con i piedi- la Valdarnese, tra le mani regge una teglia da forno con un dolce alla frutta che in pasticceria ve lo sognate. Si sciacquano bicchieri, si mostra dove stanno le bottiglie, coca, chinotto, tè verde e due-litri-due di latte Mukki bello marmato come piace a noi. Un chilo e ottocento grammi di Nutella occhieggiano dalla vetrinetta. Si lavano e si servono albicocche del Mugello. Per la birra artigianale prodotta e portata da Cece aspetteremo la Gami, che ha promesso di venire per l’aperitivo.

I quattro mandati giolittiani, le leggi fascistissime, la società di massa, il patto Gentiloni, il suffragio universale, il Minculpop che a dirlo ci scappa sempre un sorrisino, don Luigi Sturzo, il delitto Matteotti, l’asse Roma-Berlino, il Patto di Londra, la Pace di Brest-Litovsk.
E ancora: il ciclo dei vinti, il fanciullino, i premi Nobel, i poeti-soldato, le figure femminili verghiane, la zoomorfizzazione dei personaggi umani, l’antropomorfizzazione dei personaggi animali, le figure retoriche, la musicalità del verso, i collegamenti con la tesina, macrotemi e microtemi.

Tra qualche sfondone e parecchie risate, ieri abbiamo fatto il ripassone. Abbarcati in ogni angolo, appoggiati in ogni dove, distesi perfino sul lettone. Insomma a casa mia. Dove per tre anni non li avevo fatti mai venire per il timore di eccedere in confidenza e rimetterci in autorità.
Ma ora che tutto è finito, anche le paure sfumano, come il tempo che ci è stato dato; adesso possiamo fare tutto quello che ci pare.

Perle

Pubblicato il 30 giugno 2018 da antonella landi

Un post al volo, prima di stendermi sul letto e perdere i sensi fino al tramonto.
La maturità (si sa) è (anche) l’occasione per farsi grasse risate grazie alle uscite geniali di studenti poco studiosi ma (va riconosciuto) molto fantasiosi.

“Di quale scrittore sto parlando? Pensaci: convertito al cattolicesimo, autore di poesie religiose quali gli Inni sacri, di opere tragiche quali Adelchi, Il conte di Carmagnola, di odi storico-civili quali Il 5 maggio e Marzo 1821, e infine del Romanzo storico per eccellenza.”
“?!”
“Dai, colui che ci parla di oppressi e di oppressori, di provvida sventura…”
“Ci sono! Verga!”

“Guarda, ti metto davanti il libro con questo testo poetico: fammi sentire come leggi, poi facciamo la parafrasi.”
“Anche un uomo tornava al suo nido:/ l’uccisero: disse: Perdono;/ e restò negli aperti occhi un grido/ portava due BOMBOLE in dono”.
(E io mi sono vista passare davanti il babbo di Pascoli con due bombole di gas sulle spalle, una di qua e una di là).

“In quale impresa commerciale si lancia la famiglia Malavoglia?”
“Sulla loro barca mettono un carico di LUPETTI.”
(E io ho visto prima la Provvidenza piena di cuccioli di lupo a ululare alla luna uuuuuuuhhhh, e poi la solita Provvidenza affollata di giovani boy scout coi calzoncini corti e il foularino al collo mentre gridano: A-ke-la! Del-no-stro-meglio! Nostro meglio, nostro meglio, nostro meglio!”).

Insomma, mi sto divertendo molto.

Commissioni

Pubblicato il 25 giugno 2018 da antonella landi

Per questa maturità sono stata nominata all’altro Liceo Artistico di Firenze, il Leon Battista Alberti.
A me fare gli esami piace da morire. E’ un’occasione preziosa per conoscere nuove scuole, sperimentare nuovi metodi, osservare nuovi studenti e confrontare il modo di lavorare di ciascuno. Alla maturità io imparo sempre un sacco di cose belle. Fatte rarissime eccezioni (una, in 26 anni di lavoro), poi, m’imbatto sempre in commissioni simpatiche con cui intreccio rapporti che si perpetuano anche dopo. Memorabile quella di Grosseto, i cui membri possono ormai dirsi amici conclamati.
Quando il Miur pubblica i nomi dei commissari esterni, si scatena in rete la caccia di notizie.
“Profe! Quelli dell’Alberti chiedono di lei, vogliono sapere com’è!”
“E voi dovete dire che sono stronzissima, acida e cattiva.”
Invece gli hanno detto che sono un pezzo di pane. Leggi “tonta”.

Vieni, c’è una strada nel bosco

Pubblicato il 25 giugno 2018 da antonella landi

La mamma la cantava sempre, questa canzone de’ suoi tempi, vieniii… c’è una strada nel boscooo… il suo nome conoscooo… vuoi conoscerlo tuuu?.., che era uno dei suoi cavalli di battaglia quando rifaceva i letti, insieme a Avevo una casetta piccolina in Canadà, Mamma solo per te la mia canzone vola e Sei grande grande grande come te sei grande solamente tu. Così ho ripensato molte volte a lei, durante la settimana trascorsa nella casa nel bosco, isolatissima da tutto e tutti, sola con i tre maschi della mia vita, in questa parte di vita.
Per arrivarci si doveva uscire a Donoratico e, una volta superato il paese, il forno Tani e il baracchino della verdura a chilometri zero, tagliare per i campi di una fattoria di cui non si intuivano i confini, e proseguire sullo sterrato fino a un grande cancello chiuso da un lucchetto arrugginito. Poi, una volta dentro, era come entrare in una fiaba. Pineta pineta e pineta a perdita d’occhio. E un tappeto d’erba e d’aghi in terra, e pigne piene di pinoli, e uno stagno con le calle, e un recinto con quattro maiali e una cinghiala che ci s’era intrufolata di soppiatto e che portava in giro una decina di cinghialini a righe. La casa, su un unico piano, col fontanello d’acqua sull’entrata e due tavoli esterni per mangiare fuori, era arredata alla buona, coi mobili scompagni rimediati chissà dove, senza la televisione, senza la connessione, senza nulla che ricordasse il secolo in cui siamo a parte l’acqua calda e il gas per cucinare.
Una manciata di giorni a fare niente se non leggere, giacere, passeggiare, cuocere pastasciutta al pesce fresco, e in cinque minuti raggiungere una spiaggia deserta con l’accesso privato. Il cane e il gatto che stringevano amicizia coi maiali, la cinghiala e i cinghialini; la spesa la mattina di verdura profumata; l’unico pensiero cosa si mangia oggi?
Ma eccoli, loro, gli studenti della quinta, che trovavano il modo di scovarmi e incalzarmi con quelle (cazzo di) tesine. Io le avevo scaricate nel portatile prima di partire e le correzioni gliele ho fatte con messaggi audio su whatsapp, pagina uno riga tre, metti lettera maiuscola; pagina quattro, riga dieci, cambia quel verbo; pagina nove, riga quattordici, rimetti quella frase contorta che non torna.
Una notte il temporale ci ha svegliati tutti, fulmini che ci cascavano tra i piedi, lampi e tuoni da paura, eppure Mimmo e Bobi lì belli tranquilli sul lettone ad aspettare che passasse, sereni e sicuri perché c’eravamo noi.
Poi la maturità ha chiamato, la commissione si stava per insediare e noi siamo tornati nella città puzzona e incasinata, con quella strada nel bosco dentro il cuore e gli occhi pieni di colori.

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Buon compleanno

Pubblicato il 24 giugno 2018 da antonella landi

Va bene che gli auguri è importante non farli mai prima, però 14 giorni dopo pare troppo pure a me.
Ma sono qui per farteli, amore mio.
E’ passato un anno da quando sei venuto al mondo insieme ai tuoi fratelli Ulisse e Uncino e alla tua sorella Ursula. Sei nato in una villa in via dei Ceci, a Cecina (viva l’originalità). A guardarti uscire dall’antro buio e umido che vi custodiva tutti c’erano Ilaria e Delia Bichisecchi, proprietarie dell’allevamento più atipico che io abbia mai visto. Una cucciolata alla volta e tra una cucciolata e l’altra tanti mesi d’intervallo affinché ci sia sempre modo di tirare su i piccini appena nati, accudirli e accompagnarli al giorno dell’addio, che per loro è sempre un giorno di dolore. Osservarli sgambettare nella quiete di un giardino immenso e ben curato, individuare il carattere di ognuno, le peculiarità comportamentali che subito si manifestano, Uncino insolente e indemoniato, Ulisse introverso e solitario, Ursula paciocca e accomodante, e infine tu, dolcissimo e appiccicoso, attratto dagli umani più che dai propri simili, adorante e contemplativo nei tuoi malinconici sospiri e nella tua attesa quotidiana che a portarti via giungesse la persona perfetta per te.
Cioè io.
Io sono arrivata da te sessanta giorni esatti dopo, quasi per caso, una ricerca in rete e una telefonata, la richiesta di una femmina bicolore (per rivederci Vanda) e la risposta: solo maschi tricolori. Sono venuta lo stesso a vederti, per curiosità, e tu sei stato il primo a venirmi tra le braccia e l’unico che, dopo la prima di tre visite, sei rimasto col muso schiacciato contro il cancelletto a uggiolare perché già ti mancavo da morire.
Quando penso che ho titubato nella scelta, che quasi quasi avrei portato via Uncino anziché te perché la Delia mi diceva “è un mascalzone”, che stavo per perdere il regalo più bello della vita, quasi non ci credo. Eri tu quello perfetto per me. Tu e i tuoi occhi languidi, le tue labbra pendule, la tua pelle in esubero, i tuoi pois nella pancia, il tuo culo rotondo, la tua coda a antenna, le tue zampe a gatto, la tua voce roca, tu e nessun altro, con la tua personalità che s’incastra con la mia, sociale e selettivo, affettuoso e schivo, iperattivo e pigro, all’unisono con me.
Da quando ci sei tu, io non sono mai triste, non sono mai sola, non sono mai pentita, amareggiata, inquieta, delusa, irata. Da quando ci sei tu, io sorrido sempre. Dalla mattina quando apro gli occhi e ti vedo appiccicato a me in pose improbabili e immorali, alla sera quando li richiudo scaldata dal calore del tuo corpo che si cuce con il mio. Da quando ci sei tu, io sono sempre felice di tornare a casa e di vederti, sfamarti, parlarti, accarezzarti, metterti la pettorina e uscire nei prati e nei boschi, lungo le spiagge e per le strade del mondo.
Solo un anno, ma già un baule di ricordi insieme a te, e tante gente che non avrei mai conosciuto se non ci fossi stato tu, e mille avventure attraversate insieme, e tantissime fotografie che mi s’è intasata la memoria dell’iphone.
Come passa svelto il tempo della vita quando si è felici, vero Ubaldo?
Auguri, Bobi.

(Nella foto, Bobi la prima volta che lo vidi)

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L’ultimo tema

Pubblicato il 23 giugno 2018 da antonella landi

“Professoressa, basta con queste esercitazioni sulle tipologie della prima prova scritta della maturità. Basta analisi del testo, saggi brevi e articoli di giornale. A noi non piacciono, esattamente come a lei. A noi piace il vecchio caro tema, come a lei. Ce ne dà ancora uno?”
“Sì, ci dia l’ultimo tema!”
“E’ vero, l’ultimo, da consegnarle all’ultima lezione!”

A me, in 26 anni d’insegnamento, mai nessuna classe aveva chiesto questo, con questa passione. L’ultimo tema. Nessuno aveva ricopiato la traccia, inventata su due piedi e scritta alla lavagna, con l’acquolina nel cervello all’idea di metterci le mani sopra e iniziare a scriverlo.

Anno 2080: se ormai un ottuagenario e, in una scatola dimenticata da tempo in soffitta, ritrovi per caso una foto scattata in quel lontanissimo anno scolastico 2017/18, quando frequentavi la quinta liceo all’Artistico di Porta Romana. Improvvisamente volti, nomi, situazioni, aneddoti, risate, angosce, emozioni ti ritornano alla memoria con la freschezza un po’ offuscata dal tempo. Intorno ad essi, il quadro sociale di un’epoca definitivamente tramontata. Racconta.

E gli confido che questa traccia s’ispira a un libro edito da Sellerio ormai introvabile perché mai più andato in ristampa, firmato da Marcella Olschki, Terza Liceo 1939, i suoi ricordi da liceale nel ventennio, la memoria amara e struggente della gioventù. E gli racconto che tanti anni fa invece quel libro lo davo da leggere alle classi che amavo di più e che stavo per lasciare. E poi chiedevo loro di fare un tema analogo. E venivano fuori dei piccoli capolavori.

E loro lo scrivono, e poi chiedono di leggerlo in classe davanti a tutti nella nostra ultima lezione, ultima capisci?, vuol dire che non ce ne saranno altre, che sono finite per sempre, che non ci rivedremo più, almeno in queste aule, tra questi banchi, che il nostro tempo è terminato, questi tre anni che sembrano iniziati ieri sono già sfumati e da domani saremo altro, saremo “ex”, ex alunni, ex professoressa, e magari ci vedremo fuori o verranno a trovarmi a casa, ma questa quotidianità perfetta, mai intaccata da una lite, mai inquinata da uno scontro, sempre perfetta e gioiosa, è finita.
Ed è chiaro che ci mettiamo a piangere. Tutti quanti. Come bimbi.

Stiamo tutti bene

Pubblicato il 22 giugno 2018 da antonella landi

Non so come siano andate esattamente le cose. I giorni sono diventati settimane, le settimane quasi un mese e io non ho più scritto. Prima l’infezione di Bobi, poi il mio colpo della strega per averlo sollevato troppe volte quando non riusciva a camminare, gli ultimi giorni di scuola, la burocrazia da espletare, gli adempimenti finali da assolvere, e quindi gli scrutini, l’addio all’amata quinta, la guerra interiore per la tristezza di vederli andare e la gioia di immaginarli in giro liberi per il mondo a costruirsi la vita, la nostra ultima cena di classe, il loro ultimo tema letto a voce alta in mezzo al pianto, le uscite serali coi colleghi nel localino nuovo lungo l’Arno, e infine la partenza del carrozzone della maturità, l’insediamento della commissione e la scoperta che è composta da persone amabili e corrette, le telefonate e i messaggini audio ai miei studenti che non sarò io a interrogare, il primo compleanno di Bobi festeggiato nella settimana al mare nella casa dentro il bosco incantato noi quattro tutti insieme come nel nostro tempo lontano e felice.
Insomma, gli argomenti (compresa la sessantaduesima ed ultima puntata di Breacking Bad) non mancavano.
Eppure il tempo è scivolato tra le dita ed è quasi la fine di giugno.
Il miracolo della scrittura però prevede anche la possibilità di tornare indietro nelle ore, nei giorni, nelle settimane e quasi un mese, per raccontare tutto in ordine e con calma.
Intanto rassicuro chi mi ha scritto mail private per sapere come sta Bobi.
Bobi sta benissimo.
E quindi anch’io.

Basta rosso!

Pubblicato il 1 giugno 2018 da antonella landi

A volte le scuole decidono di unirsi e danno vita a qualcosa che dirompe. S’intitola “Basta rosso” l’evento poliartistico nato da un’idea del Dirigente scolastico Ludovico Arte e messo in piedi da quattro istituti superiori fiorentini (il Liceo Artistico di Porta Romana e Sesto Fiorentino, il Liceo Scientifico Gramsci, L’Isis Leonardo da Vinci e l’Itt Marco Polo) e dedicato a un unico tema, quello dell’amore malato, del senso del possesso, della gelosia morbosa, distorsioni deviate del sentimento più bello, che purtroppo quasi quotidianamente portano alla solita parola: femminicidio. Quante volte la cronaca può graziarci da notizie di questo tipo? Poche. Pochissime. E allora il titolo di questa performance a tante mani suona come un urlo stanco, basta rosso, troppo sangue è stato versato, basta rosso, non ne possiamo più, basta rosso, qualcosa deve cambiare.
“Ma soprattutto –ci spiega Silvia Palmerani, docente di Laboratorio e Costume dell’indirizzo Moda del Liceo Artistico di Porta Romana – questa volta vogliamo guardare, analizzare e denunciare il terribile fenomeno del femminicidio non con gli occhi del cittadino, ma con gli occhi dell’artista”. Ed ecco la scelta: Artemisia Gentileschi, la pittrice secentesca violentata dallo stesso uomo che suo padre le aveva messo accanto perché le insegnasse a dipingere, la donna che affrontò un processo durante il quale dovette combattere (e farsi umiliare) per riuscire a dimostrare che proprio di violenza si era trattato.
“Artemisia, nella sua tragedia, fu fortunata –dice Chiara Ceruti, studentessa della 4C Moda dell’Artistico, la classe che va interamente in scena per questa occasione- poté curarsi con l’arte, poté usare i colori (prima tanto, tantissimo rosso, poi man mano che guariva affiancandolo anche ad altre scelte cromatiche) per dare voce all’orrore subìto, e grazie a questo processo riuscì a salvarsi dalla disperazione.”
C’è un lavoro immenso dietro questa performance, un lavoro che ha riunito i talenti di tutti gli indirizzi della scuola, da Pittura che ha curato la realizzazione delle tele, alle Arti Grafiche che hanno realizzato il volantino, dall’Oreficeria che ha fatto il pugnale, all’Arredamento che ha creato gli oggetti di scena, dalla Grafica Pubblicitaria che ha prodotto il manifesto, alla Moda che ha pensato agli abiti, agli accessori e alla scenografia, il dipartimento di Scultura che ha realizzato la testa di Oloferne, per finire con il Multimediale Audiovisivo che curerà la proiezione di un video nell’Aula Magna del Liceo. E molti docenti hanno dato la loro massima disponibilità affinché ogni materia potesse contribuire, le professoresse Giuseppina Gruppillo (Moda), Anna Maria Pedace (Lettere), Claudia Urbanelli (Storia dell’Arte), Francesca Sandroni (Laboratorio Multimediale), addirittura un docente in pensione dall’anno scorso che però, a titolo del tutto gratuito, è rientrato in classe per curare la sceneggiatura del testo, Maurizio Novigno (Lettere).
“Abbiamo lavorato al progetto da dicembre a giugno –aggiunge Silvia Palmerani- dividendoci in gruppi e dando vita a ben quattro Artemisie, che rivelassero le molte sfaccettature psicologiche di una personalità femminile tanto intensa. Adesso con le ragazze e l’unico ragazzo della classe (Zoe Ballerini, Lorena Calusi, Chiara Ceruti, Ichchha Chenet, Margherita Chiarini, Virginia Fabeni, Ilaria Federico, Francesca Filippini, Martina Ferruzza, Alessia Gargaro, Tecla Merciai, Michela Pandolfi, Martina Paradisi, Alessia Romoli, Marta Romano, Brayan Soriben, Carlotta Vetralla e Qian Yu) non vediamo l’ora di andare in scena e di condividere questo messaggio con le altre tre scuole coinvolte.”
L’Isis Leonardo da Vinci proporrà “T’amo da morire, tuo Otello”, con la collaborazione dei docenti Laura Croce e Maria Teresa Garro; il Liceo Scientifico Gramsci porterà un lavoro di improvvisazione teatrale dal titolo “La sQuola… una sfida” a cura di Erika Cardeti; l’Itt Marco Polo presenterà due lavori (“Perché io ho il petto bianco, docile, inoffensivo, dev’essere che tante frecce che vanno nell’aria vagando prendono la sua direzione e lì si piantano” e “Tragedia (in)utile_dimostrazione di lavoro”, ideazione e cura di Antonio Perrone, collaborazione di Serena Politi).
E allora, l’appuntamento è negli incantevoli locali dell’Artistico di Porta Romana, situati nel Parco della Pace confinante col Giardino di Boboli, lunedì pomeriggio dalle ore 18 in poi, con una reiterazione degli spettacoli nei vari luoghi della scuola.

(cronaca fiorentina del Corriere della Sera)

Incontro con Sergio Staino

Pubblicato il 30 maggio 2018 da antonella landi

Arriva a braccetto con Francesca, l’assistente che ogni giorno lo segue nelle questioni pratiche e organizzative. Varca il portone di quello che docenti e studenti chiamano “l’ottagono”, l’atrio d’ingresso dominato dall’immenso Dioscuro. E anche se ormai la vista lo ha quasi del tutto abbandonato, si guarda intorno immerso nei ricordi.
Sergio Staino, il noto fumettista, vignettista e regista, ha un appuntamento coi ragazzi delle classi quinte dell’indirizzo Arti Grafiche del Liceo Artistico di Porta Romana, scuola in cui egli stesso studiò molti anni fa e che oggi accoglie una sua mostra.
Con passo lento e concentrato prende posto al grande tavolo dell’Aula Magna, ma gli si mette di lato. Seduta al pc sul lato opposto, Francesca fa partire un video. Ed ecco, in mezzo a un pugno di colori vividi, i tratti di un omone con il naso tondo e grosso a cui siamo abituati da anni, Bobo. Accanto a lui un bimbo con i riccioli rossi. In sottofondo le prime note di una musica ben nota a chi è cresciuto in compagnia dei cantautori: Francesco Guccini, Il vecchio e il bambino.
“Mi piace cominciare così questo incontro –ha esordito il maestro- per la simpatia che provo per il fumetto come per la musica d’autore, arti parimenti vituperate e per molto tempo considerate di serie B”.
A giudicare dal silenzio attento con cui lo ascoltano parlare, anche ai ragazzi presenti piace questo inizio. Staino parla sottovoce, come se quello che dice fosse una serie di confidenze riservate. E infatti lo sono. Comincia da lontano, dall’inizio, dall’8 giugno 1940, giorno della sua nascita a Piancastagnaio, da una mamma fiorentina e da un babbo che dal Sud era venuto in Toscana a fare il carabiniere. Due giorni appena, e l’Italia entra in guerra: il babbo parte soldato, la mamma resta sola a prendersi cura del neonato. Sarà l’inizio di un legame speciale, forte e imperituro, una fase indimenticabile nella mente di un bambino destinato a fare del disegno una professione. E’ proprio quella mamma a mettergli in mano, dai tre anni in poi, l’occorrente per ridisegnare le tavole dei libri illustrati. Forse, più che una predisposizione naturale da andare a ricercare nei geni del dna, è stata questa nuova genesi materna a produrre il talento, come se il disegno fosse un secondo ventre di donna in cui poter rientrare alla bisogna, nei momenti di smarrimento, di debolezza, di paura, disegnare per guarire, per vivere meglio, o per sopravvivere.
“Ho sempre disegnato dappertutto, anche usando materiale non adatto, il disegno è stata la mia droga, la sicurezza, la dolcezza, ho sempre pensato a quale miracolo sia portare su un piano qualcosa che nella realtà è tridimensionale e si muove. Pensateci.”
Ci pensano, gli studenti dell’Artistico; ci pensano mentre contemplano quell’uomo che ha bisogno di essere guidato per spostarsi, ma non per affabulare con grazia, ironia e leggerezza di quando, alle scuole elementari, viene subito individuato come una sorta di enfant prodige e portato per mano e per bocca da una giovane maestra incantata dal dono a colori di quel piccolo alunno. “Era innamoratissima dei miei disegni. A 9 anni mi portò agli Uffizi e io per la prima volta restai imbambolato davanti a tutti quei cavalli dipinti dai grandi maestri.”
Il sogno finisce alle medie. Bocciato in disegno. “Eppure gli amici non facevano che chiedermi: Sergio, facci una donna nuda!, e io li accontentavo, certo, lasciavo dei segni confusi tra le cosce, non avevo le idee molto chiare, ma poi approdai all’Istituto d’Arte.” E’ il 1952 quando Staino prende a frequentare quello che oggi si chiama Liceo Artistico, ma inizialmente lo fa in modo parziale: la mattina lavora in una fabbrica di ceramica, il pomeriggio viene a scuola per tre ore di “cultura generale” previste da un corso di apprendistato. Finché qualche docente gli suggerisce di iscriversi regolarmente ai corsi mattutini e prendere il diploma vero.
“L’Istituto d’Arte era allora una scuola molto trasgressiva di studenti borderline e straripava di creatività. Ricordo discussioni di ore sull’arte figurativa, sull’arte astratta. E rammento anche qualche nome tra i professori più carismatici, Nencioni che insegnava Ornato, Gatti che faceva materie letterarie. C’erano solo due sezioni, la A e la B. Non come oggi, che arrivate alla M.”
Preso il diploma, Staino si iscrive alla facoltà di Architettura e consegue la laurea. “Sì, sono diventato architetto, poi ho fatto molta attività politica, ho fatto il marxista-leninista, smettendo per fortuna prima di diventare terrorista” precisa con un sorriso sornione sotto i baffi.
In una fase esistenziale nera, la mano del disegno lo riafferra nuovamente per salvarlo dalle acque torbide in cui si sentiva annegare. “Era un periodo di merda, ma i sindacalisti mi invidiavano la capacità di disegnare e mi spingevano a farlo con più serietà. Il 10 ottobre del 79 mi dissi: provo a fare una striscia e provo a mandarla all’Eco di Scandicci. Chi prendo come soggetto? Un cane? Un pappagallo? Un papero? Gli animali erano già tutti presi. Alla fine feci un me stesso ingrandito, cogli occhiali, il nasone: Bobo. I primi critici a cui sottoposi quei disegni furono gli amici: se gli amici ridono, il lavoro funziona. Allora, in un delirio di onnipotenza, mi dissi: perché inviare Bobo solo all’Eco di Scandicci? Lo mandai a Linus.”
Esilarante è il racconto dell’attesa di una risposta, il tentativo di fingersi tranquillo quando Oreste Del Buono lo contattò al telefono, o quando al primo colloquio con Del Buono e Guido Crepax gli fu chiesto se la conformazione conferita alle strisce era intoccabile e Staino confermò che, sì, non andava toccata, mentre pur di uscire su Linus quelle strisce le avrebbe fatte anche rotonde.
Staino è un torrente di parole lente che ti s’incollano addosso, è una fonte di aneddoti curiosi e spiritosi che rincuorano i ragazzi e li aiutano a sperare che, chissà, anche per loro forse la vita ha in serbo una serie di casi fortuiti e miracolosi come i suoi. “Oggi le cose per il fumetto vanno un po’ meglio: Art Spiegelmann con Maus ha vinto il Pulitzer. E vanno meglio anche per la canzone d’autore: Bob Dylan ha vinto il Nobel anche se non l’ha ritirato. Una nuova moda lessicale chiama il fumetto graphic-novel. Ricordatevi sempre che una cosa funziona nel fumetto: la perfetta corrispondenza tra la parte grafica e lo spirito del testo. Siate sinceri e riuscirete ad arrivare al cuore di chi legge. Il disegno mi ha salvato, sempre, da piccolo e da grande.”
Già. Lo ha salvato anche dalla malattia, un morbo che ha il nome e le peculiarità di uno scherzo del destino: degenerazione della retina, dopo anni di altissima miopia. Oggi Sergio Staino ci vede pochissimo. Ma (come dice lui stesso) va “in tasca alla sfiga” continuando a disegnare, facendolo a memoria, ricercando nei meandri della mente i dettagli prima dati per scontati. E chiedendo aiuto alla tecnologia.

(destinazione editoriale: Corriere della Sera)

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Febbre a 40 (e un forasacco)

Pubblicato il 30 maggio 2018 da antonella landi

Venerdì, sabato e domenica siamo stati al mare.
Una casina in mezzo alla campagna di Baratti, e mentre Micino da Scansano tornava ad esplorare libero nel verde, noi sperimentavamo l’incredibile dog beach di San Vincenzo e in tre giorni facevamo un’overdose di cani, sabbia, corse, inseguimenti, rotolamenti, buche, abbai, capitomboli, tuffi, sole. Ma ecco, improvviso, al terzo giorno, il crollo psico-fisico.
“Sarà stanco. Ha dato tutto. E’ cotto. Una bella dormita nel lettone e domattina sarà fresco come una rosa.”
Invece lunedì all’alba Bobi era moscio come una rosa appassita.
“Non avrà ancora recuperato. Quando tornerai da scuola dopo le tue quattro ore lo troverai rinato.”
Invece l’ho trovato semimorto.
“Senti cosa dicono i veterinari sotto casa tua.”
Ma dai veterinari c’era la coda e allora per distrarlo e vedere se reagiva l’ho portato alle Cascine dai suoi amici.
“Vieni, dai, andiamo da Giotto e Kira, ti aspettano!”
Lui però metteva a stento un passo dietro l’altro e ciondolava quel capone tutto naso e orecchie. Avrei dovuto capire e tornare indietro. Invece, certa che l’amicizia possa compiere più miracoli delle medicine, l’ho spinto ad andare avanti. E siamo arrivati al pratone dell’anfiteatro.
Infrascarsi in un cespuglio e beccare un forasacco nella narice sinistra è stato tutt’uno. Starnuti e muco, muco e starnuti. Poi, orrore, il sangue.
Quindici chili di cane tra le braccia e una corsa a perdifiato sotto la cappa irrespirabile di afa fino all’auto; uno zig zag tra il traffico; un parcheggio inventato; i pugni alla porta dei dottori.
“Va addormentato e operato.”
E menomale ho fatto in tempo a dirgli che già prima del forasacco non stava tanto bene. Un termometrino in culo e un numero enorme: “40. Impossibile procedere con l’intervento.”

E quindi il forasacco è ancora lì, rimbozzolito in un cantuccio al buio, bloccato nella sua corsa sempre in avanti da un meandro salvatore. Noi invece tutti concentrati sulla febbre, data da un’infezione non meglio identificata, che ha sballato le analisi buttando i globuli bianchi alle stelle. Facciamo i turni col lavoro per non lasciarlo solo. Veglie notturne per controllare che respiri. Pezzole fradice su quella testa a cupolino per rinfrescare la sua temperatura. A fare piscia e cacca ce lo porto in collo. Lui pare il ritratto della disperazione.