Come mi sono innamorata di lei

Pubblicato il 8 settembre 2019 da antonella landi

Io sono sempre stata innamorata di Firenze. Ero una ragazzina e sognavo il giorno in cui mi ci sarei trasferita. Andai a lavorare in Lombardia e tutte le notti dei cinque anni successivi mi sono addormentata pensando che prima o poi ci sarei tornata. Di Firenze mi piaceva tutto, anche le cose che non piacciono ai fiorentini. Il traffico, le code sui viali, il numero eccessivo di turisti in centro, le voci becere dei bottegai, gli scooter che t’entrano anche in tasca, le differenze abissali tra i quartieri. E quando finalmente mi ci trasferii, e ci tornai dopo l’esilio volontario, feci il possibile per godermela tutta, spremendola come un’arancia piena di succo rosso e zuccheroso, sfruttando ogni occasione per saltare sulla bicicletta e raggiungere quello che mi offriva per quel giorno, una mostra, un cinema, un concerto, un tè con le mie amiche, un aperitivo lungo l’Arno, la presentazione di un volume, una conferenza, un corso di ballo, un corso di yoga, un corso di pilates, un corso di cinese, con la Moleskine che certi giorni finiva lo spazio e non sapevo dove scrivere che alle cinque e mezzo alle Oblate c’era Leggere per non dimenticare. A Firenze ho vissuto i miei amori più importanti, ho preso qualche cantonata, sono andata a sbattere contro un calesse pericoloso e gigantesco a cui adesso graziaddìo non penso più. E ogni volta che camminavo sopra le sue pietre la trovavo sempre bella, bellissima, la città più bella di tutto il mondo, e l’emozione mi saliva in gola, i brividi mi si spandevano sulle braccia, gli occhi cercavano particolari ancora mai visti e si appoggiavano sulle conferme del suo splendore eterno. Sentirmi anonima dentro le folle che attraversavo ma non sentirmi sola, mescolarmi a gente che non avrei mai più incrociato nella vita. Tutto mi affascinava, e la guardavo come si guarda la persona che si ama, vedendone solo i pregi, negandone ogni difetto. Ho cambiato undici case e ho assaggiato la vita di ogni quartiere.
Poi, non so com’è accaduto, ho iniziato ad amarla sempre meno, che palle questi turisti che passano, consumano e se ne vanno distratti e frettolosi, che tristezza queste botteghe antiche che chiudono per far posto ai moderni mangifici, che pena scoprire pisciate ai muri del centro, e che agonia pagare anche l’aria che dobbiamo respirare. E le occasioni culturali sì belline, ma che casino per arrivare in centro, che gente volgare nei locali, che livello di nervosismo per le strade. Contemporaneamente, mi sono innamorata di un’altra.
Livorno da piccina credo di non averla neanche mai vista. Non posso dire di averci dei ricordi d’infanzia, le mie vacanze erano altrove, il babbo e la mamma non mi portavano su quel punto della costa, ma più a sud, il mare per me iniziava da Grosseto. Fu Claudia a trascinarmici, da grande, ma tante estati fa. Un’amica di un suo amico aveva invitato quel suo amico e gli aveva detto porta anche qualche amica, e lui l’aveva detto a lei, che l’aveva detto a me, che l’avevo detto a lui, che l’aveva detto a loro. Ci ritrovammo in sette in un appartamento lungo la via Grande, abbarcati nei lettoni, pigiati in cucina a preparare pesce fresco, e sempre a giro per mercati e strade con le ciabatte ai piedi, un permesso dei vigili per parcheggiare sotto casa e la sensazione che quella città mi avesse accolta prima ancora di domandarmi il nome.
Ma soprattutto furono gli anni successivi a convincermi che Livorno accoglie. Ci si andava il sabato, la domenica, d’estate, d’inverno, mezzi gnudi, intabarrati nei cappotti, con la scusa di mangiare il pesce, di vedere il mare, di ascoltare i livornesi mentre parlano, di bere uno, due, tre ponci al mandarino, di mangiare un frate fritto, un cinque e cinque dalla Gagarina. E ogni volta era così facile attaccare discorso, stabilire una relazione coi passanti, ridere coi venditori di ciarpame. Livorno senza turisti, genuina, verace, linguacciuta, lenta, rilassata, vagabonda, Livorno che se ti girano i coglioni vai sul mare e passa tutto, iniziò a diventare il mio nuovo amore.
Adesso la notte mi addormento pensando che forse quella casa in Borgo Cappuccini, un giorno, potrebbe essere la mia.

Un triennio da sogno

Pubblicato il 30 agosto 2019 da antonella landi

Sarà stato… quando? Piùo meno un anno fa. Una collega a scuola (eravamo sotto il portico che guarda il Parco della Pace, nostro angolo di paradiso nelle ore buche) me ne parlò per la prima volta.
“… E comunque io voglio fare il dottorato di ricerca” disse.
“Davvero? E puoi? Voglio dire, adesso che lavori e che hai chiuso con l’università da diversi annetti.”
“Certo che posso! Possiamo! Anche tu puoi!”
“Io?! Sìe, io tra un po’ vado in pensione.”
“L’età non c’entra mica nulla. E nemmeno il tempo che è passato da quando ti sei laureata. Noi il dottorato possiamo farlo sempre!”
“Ma noi chi?!”
“Noi dipendenti statali, noi che insegniamo nella scuola pubblica!”
E mi spiegò che, insomma, bastava avere un argomento da proporre in ateneo che risultasse interessante ai docenti universitari, trasformarlo in un progetto scritto bene e il gioco era (quasi) fatto.
“Fatto… più o meno. In realtà, oltre a trovare un tema valido, c’è poi da sostenere un concorso e vincerlo. Una volta idonei, per tre anni siamo sollevati dall’attività lavorativa e possiamo tornare a studiare mentre il Miur ci conserva il posto e lo stipendio.”
Io con i concorsi ero convinta di aver chiuso dopo il culo spaventoso che mi ero fatta vent’anni fa a prepararne due (quello ordinario e quello riservato) per conseguire l’abilitazione all’insegnamento. Tutta la Letteratura Italiana dalle origini a ieri; tutta la Storia dalla preistoria in qua; tutta la Geografia compresa quella umana, economica e sociale. Un mazzo che mi lasciò stremata per mesi. Uno stress per lo scritto pari solo a quello per l’orale.
Ma a me studiare piaceva. E piace ancora. Non dico quell’oretta quotidiana con la quale pianifichi la lezione per il giorno dopo. Dico lo studio-studio, quello che t’infili di capo dentro ai libri la mattina e ne riemergi solo per mangiucchiare qualcosina, e dopo ti rimetti lì gobba sopra a quelle carte fino alla sera tardi. E fai gli appunti, gli schemini come insegni ai ragazzi a scuola, dopo aver letto, inteso e sottolineato. Insomma lo studio da secchiona. Quanto mi piace. Alzarmi dalla sedia e trovarmi mezza arrocchettata per la posizione curva e sghemba tenuta troppo a lungo, dovermi stendere per terra con due libro sotto la testa e fare un po’ di tecnica Alexander. A me studiare non è mai venuto a noia. E quando gli anni dello studio all’improvviso terminarono, a me dispiacque da morire.
Ma quella storia lì del dottorato mi appariva remota, lontanissima dalle mie possibilità e dalla mia vita in generale. Che poi, chi ce lo aveva un argomento da proporre?
Ma hai visto a volte la vita come fa? Ti viene incontro, ti offre su un piatto dorato quello che tu eri convinta di non trovare mai. A me lo fece trovare dentro un canzone di Bobo Rondelli. E mi spinse, sempre la vita, a contattare l’artista livornese che già amavo così tanto. Come una pisserina, gli scrissi un messaggino tutto imbalsamato in cui gli dicevo che facevo la professoressina in un liceino di Firenze e che bla bla bla mi sarebbe piaciuto confrontarmi con lui per capire meglio ancora il testo di quella canzone e la persona che ci si nascondeva dietro e insomma bla bla bla che forse avrei potuto tentare di proporlo all’università e magari chi lo sa bla bla bla farci su un lavoro bello. Un monte di parole, per ricevere da lui una riga di risposta: il suo numero di cellulare.
E già per me, quella sera in cui partii da Firenze per andare a cena insieme a Bobo (e a mezza Livorno che passando di lì s’intratteneva), era come aver vinto una decina di concorsi tutti insieme. E conoscerlo, e parlarci, e nelle settimane successive andarci più volte a pranzo insieme, in piazza Garibaldi da Michela o dal Piulle in via dell’angiolo, e poi andare con lui, Gianni e la Mirta alle botteghe dell’usato a comperar cappelli di stoffa e cappotti di pelle, e scambiarsi libri e regalini, era meglio che fare cento dottorati.
Ma quello non era che l’inizio del regalo che la vita aveva deciso di farmi.
Il secondo fu quello di farmi ruzzolare dalle scale a scuola e stroncarmi il piede e la caviglia. La maledetta immobilità mi permise di tornare la secchia che ero e studiare per il concorso senz’altri pensieri.
Il terzo, più recente, è stato quello di farmi vincere il concorso sostenuto per metà in lingua italiana e per metà in una lingua (quella inglese) che ero convinta di non ricordare nella maniera più assoluta ma che, grazie alla Tiz e alle sue lezioni private e generose, ho rispolverato e imparato ad apprezzare.
E insomma sì, lunedì rientro a scuola per il Collegio dei Docenti, e il 16 in classe per fare lezione. Ma il primo di novembre saluterò tutti e per tre anni, anziché un’insegnante, sarò una dottoranda.
E (Pisa merda) andrò a vivere a Livorno. Ma questa è un’altra storia.

Approfondimento

Pubblicato il 6 agosto 2019 da antonella landi

Quindi?

Il punto della situazione

Pubblicato il 5 agosto 2019 da antonella landi

E insomma si diceva?

Il meraviglioso mondo dell’Inail

Pubblicato il 29 maggio 2019 da antonella landi

Quando ti fai male sul posto di lavoro, del tuo caso se ne prende cura l’Inail.
Fino a un certo punto della tua convalescenza però di quest’Inail nemmeno l’ombra perché chi ti segue è il medico dell’ospedale in cui ti hanno portata dietro l’urlo sguaiato dell’ambulanza, un medico, nel mio caso, ruvido all’apparenza ma nella sostanza un uomo gentilissimo che mi ha presa, credo di poterlo dire, a cuore come si fa con i figlioli o con i cani; e io del resto con lui uguale, tanto che, se alla visita ci trovavo la sua sostituta, una dottoressa giovane e carina ma, se mi si permette, un poco fredda e troppo tecnica per il mio bisogno di rapporto umano, storcignavo il naso e prima di andarmene lasciavo a lui una letterina adagiata sulla scrivania che la vedesse al suo ritorno dalla sala operatoria.
A un certo punto però i medici dell’ospedale, per quanto bene possano volerti, ti licenziano e ti dirottano in via degli Orti Oricellari, dove ha sede l’Inail; un bell’edificione tutto bianco e ben tenuto, con un cortile interno, tre scalette e un atrio luminoso da accecare, con tante seggioline giro giro. Che uno entra e subito gli viene incontro un omone in camicia, corpulento ma agile, svelto, sveglio la sua parte: ha un appuntamento? Se ce l’hai premi tasto giallo, se non ce l’hai premi tasto rosso. In ogni caso farai un’attesa incredibilmente breve, perché tutto, all’Inail, è organizzato alla perfezione. E qui uno -trattandosi di istituto pubblico- penserà sé, ciao, e invece sì, fidatevi, l’Inail, quello di Firenze almeno, funziona che è un piacere andarci.
Intanto questo portiere con la fisicità di un lottatore e la gentilezza di un individuo d’altri tempi, seguirà la tempistica di ciascuno dei presenti e, giunto il tuo momento, ti darà tutte le indicazioni necessarie a non smarrirti nei meandri ma imboccare l’àndito corretto.
E poi tutto il personale, dagli impiegati allo sportello alle signorine all’accoglienza, dalle infermiere ai medici legali, una cordialità da non si credere. Ma vorrei, se posso, spendere qualche parola in più sulle fisioterapiste. Dopo la visita dalla fisiatra, ti viene assegnata una fisioterapista: si prenderà cura del tuo arto sbertucciato tutte le mattine, per un periodo di tempo che può essere anche molto lungo, o non molto, dipende da cosa ti sei fatto.
E così tutte le mattine prendi a recarti all’edificio bianco, che è proprio dietro la stazione, dentro il quale tutto assume un aspetto protetto e ovattato, come un uovo in cui ti appallottoli dimenticando quello che hai lasciato fuori, il traffico, i treni, la tramvia (benedetto chi la volle), la caciara e gli spintoni, per metterti nelle mani di una donna che maneggerà, bombarderà, stirerà, piegherà e riabiliterà il tuo arto.
Tutto questo non da sola, ma in compagnia. In compagnia di un mondo: tre muratori di orgine albanese che si erano tritati braccia e spalle e che ogni mattina portavano il caffè alle fisioterapiste; un peruviano dolcissimo e Modesto anche nel nome a cui il braccio non tornava ancora dritto; una thailandese caduta mentre serviva ai tavoli di un hotel a cinque stelle in centro; una preside scivolata come me sulle scale della scuola che dirige; un giovane socio di una cooperativa che lavora coi disabili, diventato a sua volta più disabile di loro; un signore caduto dallo scooter mentre consegnava biancheria pulita negli alberghi cittadini. Un mondo di storie a cui ogni mattina si aggiungevano dei tasselli, dei particolari, in una scoperta quotidiana di varietà umana piena di fascino, roba che ti faceva alzare la mattina e dire: uh che bello anche oggi vado all’Inail.

Se la vita si ferma

Pubblicato il 24 maggio 2019 da antonella landi

Si vive in una corsa perenne, sveglia colazione doccia cane piscia cacca borsa libri auto traffico parcheggio scuola ciao buongiorno posso offrirti un caffè ci vediamo all’intervallo oggi interrogo profe mi giustifico li ha riportati i compiti quanto manca all’uscita auto traffico pranzo cane parco amiche bla bla bla ciao a domani aperitivo cena cinemino a letto presto a letto tardi.
Poi, un giorno, la vita si ferma. La vita ti ferma.

“Accidenti, ho dimenticato la mia scatolina di latta con i gessetti colorati nell’aula al piano di sotto: voi intanto prendete tutto quello che ci serve per fare Divina Commedia, io corro giù e torno subito!”
Ho corso troppo forte. Non sono più tornata.

E sì che le scarpe ai piedi ce le avevo bassine bassine. Ma il destro è andato di traverso e io col peso della scavallata mi ci son buttata tutta sopra, allegra e frettolosa che era sabato e tra tre ore saremmo usciti e per tutti noi sarebbe iniziato il finesettimana.
Per me stava per iniziare una prigionia lunga due mesi e mezzo.
Ho sentito fare CRACK! e il piede non mi ha retto più, le scale le ho fatte con il corpo, accasciato alla fine della rampa addosso al muro, una voce che non mi conoscevo urlava aiuto aiutatemi vi prego, la testa correva ad un pensiero solo, Bobi, signor’iddio fa’ che non mi sia rotta nulla o come farò con Bobi.

“Si tratta di una severa distorsione della caviglia con frattura del metatarso. Adesso la ingessiamo. Per dieci giorni starà distesa a letto e terrà il piede sollevato, appoggiato su cuscini. Si alzerà solo per andare in bagno e stando bene attenta a non appoggiare assolutamente il piede in terra. Si procuri un paio di stampelle. Tra dieci giorni tornerà qui a farsi rivedere. Le faccio un certificato per un mese.”
(Piangendo e tirando su il moccico col naso) UN MESE?! Io NON POSSO stare a casa per un mese! Faccio l’insegnante!”
“Uh che bello, e dove insegna?”
(Piangendo e seguitando a smoccicare) All’Artistico di Porta Romana, ho tre classi di cui una quinta, devo prepararli alla maturità, non è pensabile che io stia a casa per un mese, io…”
“Lei starà a casa almeno per un mese. Ma vedrà che dovrà starci molto di più. Coi piedi, signora, non si scherza. In quanto alla scuola, non ne farei una tragedia: prenderanno una supplente.”
(Sempre più disperata) Lei non capisce! Le classi… i ragazzi… il programma… (si soffia il naso con rumore)… le scadenze… i voti… il pagellino interperiodale…”
“Non capisco proprio perché pianga. Dovrebbe prima di tutto pensare alla sua salute.”
(Sull’orlo della disperazione) MA IO HO UN CANE!”
“Alt. Allora questo cambia tutto. La capisco perfettamente.”

È così che io e l’ortopedico siamo diventati grandi amici.

Il succhiotto

Pubblicato il 30 gennaio 2019 da antonella landi

Mi chiama al banco per chiedermi se so del libro che Marco Travaglio ha recentemente pubblicato.
“Scusa, ma quello che hai sul collo che cos’è, un succhiotto?”
“Ehm, beh, mph, quale?”
“Quello lì, quel livido rosso-violaceo sulla sinistra.”
“Ah, questo, beh, sì, ehm, penso di sì.”
“Pensi o lo è?”
“Profe, via, sì, lo è. Me lo ha fatto la mia ragazza domenica scorsa.”
“Ma che schifo, non ti vergogni?”
“Vergognarmi?! No, perché?”
“Perché dovresti!”
“Ma perché, scusi eh, non è mica nulla di male.”
“Non è nulla di male, però fa un po’ schifino. I succhiotti io non li sopporto, mi irritano, mi fanno senso.”
“Ma perché?”
“Perché sono l’espressione di un’intimità sbandierata, mentre penso che l’intimità sia bella proprio perché è tale, cioè intima, riservata, privata. Un momento esclusivo tra due persone che entrano in totale confidenza con i loro corpi e per questo va protetto.”
“La profe ha ragione, tu fai schifo.”
“È vero, sei indecente.”
“Oh, ma che volete, nemmeno a me piacciono i succhiotti se devo dir la verità. Ma eravamo alla stazione e io stavo per partire, lei restava lì, non ci vedremo più per settimane, e allora lei mi ha lasciato un segno, come per dire a tutte le altre che incontrerò nei prossimi giorni che non sono libero.”
“Cosa?! Vorresti dire che ti ha stampato sulla pelle un marchio di proprietà?! Peggio ancora!”
“Ma no professoressa, io invece la capisco. È come uno che si fa un tatuaggio perché vuole esprimere un messaggio, ecco, lei con questo succhiotto vuole dire che le appartengo.”
“Ma tu appartieni a te stesso, non sei un bove da marchiare!”
“Ha ragione la profe, i succhiotti sono proprio brutti.”
“Sì, anch’io la penso così.”
“Anch’io.”
“Anch’io.”
“Uffa oh, ma che c’avete stamattina, sarò libero o no di farmi fare i succhiotti che mi pare. Oltretutto cerco di coprirlo con la sciarpa.”
“Noi però lo abbiamo visto.”
“Infatti.”
“E ci fa schifo.”
“Infatti.”
“Scusate eh, io mi dissocio. Io non ho nulla contro i succhiotti e non mi dà fastidio vederglielo sul collo, anzi, mi piace!”
“Eh, tu dici così perché sei amico suo.”
“Non è questione di amicizia, il succhiotto è un atto passionale.”
“Vorrai dire animale.”
“Ma in fondo professoressa noi cosa siamo, non siamo animali?”
“Animale sarai te, io no di certo.”
“Io sì, sono animale e me ne vanto.”
“Però a te i succhiotti nel collo non te li ho mai visti.”
“Perché non me li fo fare.”
“E allora!”
“Ma non trovo nulla di male nel fatto che lui ne porti in giro uno. Anzi, bravo!”
“E la tua mamma che ti ha detto?”
“Sta scherzando professoressa, la mia mamma non lo ha visto, me lo nascondo quando sono in casa.”
“E i genitori della tua ragazza?”
“Figuriamoci, se lo vedessero non le farebbe freddo!”
“E allora vedi, c’ho ragione io.”

Che poi a me dei succhiotti in verità non me ne frega nulla, anzi, mi fanno tenerezza.
Ma come mi diverto a metterlo in imbarazzo e a fargli fare il viso rosso non c’è cosa.

Un’esperienza mistica

Pubblicato il 27 gennaio 2019 da antonella landi

Quando non lo aspettavo più, arriva quel messaggio: a che ora?
Butto là: alle 6?
Ma poco dopo arriva una chiamata: potresti fermarti anche a cena?
Alle 7, portato il cane a scavallare alle Cascine, fatte due cosine in casa, distribuita la pappa della sera, mi butto in macchina e imbocco la Fi-Pi-Li.
Procedo a 90 per godermi la strada che mi porterà all’incontro a cui, fino a pochi giorni fa, non osavo nemmeno pensare.
Non so cosa mi aspetta.
Con lui ho parlato solo due volte e solo per telefono, la sua voce bassa profonda e bella come quando accendo il Sonos e lo faccio cantare, la mia incerta timida e imbranata.
La città che di solito vedo di giorno è buia e accoglie la gente della sera, giovani col motorino, macchine che fanno un po’ di tappo alla rotonda dei quattro mori. Apro il finestrino per annusare il mare.
Riguardo la mappa che mi ha inviato con la posizione del ristorante dove mangeremo e parcheggio lì vicino. C’è un barrino, entro a chiedere conferma.
“Scusate, è per qui Liquidi e Solidi?”
“Liquidi e solidi?! Occos’è?”
“Un ristorante, no?”
“Un l’ho mai sentito, dé.”
Proprio così, sono a Livorno. Ma poi gli torna in mente.
“Ah! Te dici il Piulle! Vai giù per questa strada, a destra giri, fai cinquanta metri e te lo trovi sulla destra. (Dé, va dal Piulle).”
“Ah, dal Piulle! Dé, ma infatti si diceva maccos’è Liquidi e Solidi! Noi si conosce come Piulle.”
“Ok, grazie mille.”
“Ma di che, dé, divertiti, buona serata!”
L’ingresso del Piulle è a vetri con le tendine a mezzo, monto sullo scalino e m’affaccio per guardare dentro. Lui è già lì. Siede a capotavola, imbraccia la chitarra, ha una maglia nera, un giubbotto verde marcio del mercato americano, un calice di rosso lì davanti, ai piedi un amplificatore ancora spento, la custodia rigida di un’altra chitarra.

Sono tornata a casa dopo cinque ore, ho mangiato tagliatelle con la razza e il parmigiano, ho bevuto del buon rosso che scendeva dal decanter, ho parlato con tutti quelli che arrivavano, si fermavano allo stesso tavolo per un piatto caldo e ripartivano, ho scoperto che il Piulle è un oste poeta che scrive poesie che non hanno nulla da invidiare a quelle che scriveva Rilke, Steve ha mangiato un primo e poi è scappato via a ripassare i pezzi col violino, Mirta parlava di cavalli, Gianni mi diceva domani vo a vedere una casa a Quercianella, mollo tutto e mi trasferisco qui per sempre. Non avessi mai tirato fuori l’argomento del microfono: finché non ne ha trovato uno uguale al suo non ha avuto pace e ha fermato tutti i neri, e dopo mi c’ha fatto fare il karaoke, dé, ‘sa vòi canta’? E non so perché ho scelto di cantare Parole parole parole di Mina, che la canto da quando ero piccina e mi garba sempre abbestia, con quel microfono in mano mi davo un monte d’arie e mi sentivo a casa mia, anzi meglio. Con Giorgia siamo uscite sulla strada a fumare uno, due, tre, quattro cicchini, faceva un freddo cane ma chi se ne fregava, ero a Livorno, ero con loro, ero felice da morire. Una ragazza bionda che abita precisa sopra il Piulle mi guardava allucinata e mi diceva ma davvero anche te ti trasferisci qua, ma che sei pazza, ma perché non stai a Firenze, qua un c’è nulla, è una morte, una galera. Ma tutti vellattri a dargli contro, ma che dai retta a lei, qui si sta da dio, guarda questo video che tramonto c’era oggi, si vedeva la ‘Orsica, che un si vede quasi mai. E soprattutto lui con la sua voce bassa e profonda e bella come quando canta mi diceva vieni, vieni a stare a Livorno, le leggi livornine sono ancora vive, parlano ancora, senti come sono belle, vieni te le leggo: a tutti voi, mercanti di qualsivoglia nazione, Levantini, Ponentini, Spagnoli, Portoghesi, Greci, Tedeschi, Italiani, Ebrei, Turchi, Mori, Armeni, Persiani ed altri, concediamo reale, libero e amplissimo salvacondotto e libera facoltà e licenza che possiate venire, stare, trafficare, passare e abitare con le famiglie e, senza partire, tornare e negoziare in terra di Livorno, hai letto?, dé, è Ferdinando I de’ Medici, capito, era il 1591.
E insomma son tornata a casa che era buio come un culo, la testa mi ronzava di chiacchiere canzoni e di risate, l’adrenalina spanta dappertutto, ma la luna giaceva di schiena in mezzo al cielo e m’ha fatto compagnia fino a Firenze.

Aiuto! Tradimento!!

Pubblicato il 21 gennaio 2019 da antonella landi

Se fai i Promessi sposi con la classe giusta, quando arrivi al capitolo ottavo puoi scialarti e buttarla sul teatrale.

“Paolo, vieni qua, siediti alla cattedra.”
“Perché?!”
“Te fidati, vieni qua e mettiti a sedere. Voi due, Pietro e Rohat, venite qua e mettetevi davanti a Paolo, dall’altra parte della cattedra, dando le spalle alla porta.”
“Ma perché?!”
“Uffa! Basta domande, muovetevi, venite qua. Tu, Riccardo, e tu, Alessandra, uscite dall’aula e mettetevi dietro la porta. Entrerete al mio segnale.”
“Ma cosa facciamo?!”
“Facciamo… il matrimonio a sorpresa!”

— Carneade! Chi era costui! — ruminava tra sé don Abbondio seduto sul suo seggiolone, in una stanza al piano di sopra, con un libricciuolo aperto dinanzi, quando Perpetua entrò a portargli l’imbasciata. — Carneade! questo nome mi par bene di averlo inteso o letto; doveva essere un uomo di studio, un letteratone del tempo antico: è un nome di quelli; ma chi diavolo era costui? — Tanto il pover uomo era lontano da prevedere che burrasca gli si addensasse in sul capo!

Il capitolo ottavo è bellissimo. Dinamico, comico, movimentato, perfetto da sceneggiare e inscenare. Se poi gli attori ti vengono dietro, il gioco è fatto. Tu, in disparte, leggi ciò che Manzoni ha scritto, loro agiscono fedeli.

“Deo gratias,„ disse Tonio, a voce spiegata.
“Tonio, eh? Entrate,„ rispose la voce di dentro.
Il chiamato schiuse le imposte appena quanto era necessario per passare egli e il fratello ad un per volta. La riga di luce che uscì d’improvviso per quella apertura e scorse a traverso.
“L’avrete inteso dire, sono ammalato, e non so quando potrò lasciarmi vedere… Ma perché vi siete tirato dietro quel… quel figliuolo?„
“Così per compagnia, signor curato.„
“Basta, vediamo.„
“Sono venticinque berlinghe nuove, di quelle col sant’Ambrogio a cavallo„ disse Tonio, cavandosi un gruppetto di tasca.
“Vediamo„ replicò don Abbondio: e preso il gruppetto, si rimesse gli occhiali, lo spiegò, cavò le berlinghe, le volse, le rivolse, le contò, le trovò irreprensibili.
“Ora, signor curato, mi darà la collana della mia Tecla.„
“È giusto„ rispose don Abbondio: e andò ad un armadio, e cacciata una chiave, guardandosi intorno come per tener lontani gli spettatori, aperse una parte d’imposta, riempì l’apertura colla persona, introdusse la testa per guardare, e un braccio per ritirare il pegno; lo ritirò, chiuse l’armadio, svolse il cartoccino, disse: “Va bene?„ lo ripiegò, e lo consegnò a Tonio.
“Ora,„ disse questi, “si contenti di mettere un po’ di nero sul bianco.„
“Anche questa!„ disse don Abbondio: “Le sanno tutte. Ih! com’è divenuto sospettoso il mondo! Non vi fidate di me?„
“Come, signor curato! s’io mi fido? Ella mi fa torto. Ma, siccome il mio nome è sul suo libraccio, dalla parte del debito…dunque giacchè ella ha già avuto l’incomodo di scrivere una volta, così… dalla vita alla morte…„
“Bene bene„ interruppe don Abbondio, e brontolando, tirò a sé un cassetto del tavolino, ne tolse carta, penna e calamaio, e si pose a scrivere, ripetendo a viva voce le parole, a misura che gli uscivano dalla penna. Frattanto Tonio e ad un suo cenno Gervaso, si posero in piedi dinanzi al tavolino in modo di togliere allo scrittore la vista della porta; e come per ozio andavano soffregando coi piedi il pavimento, per dar segno a quei di fuori che entrassero, e per confondere nello stesso tempo il romore delle loro pedate. Don Abbondio attuffato nella sua scrittura non badava ad altro. Al fruscio dei quattro piedi, Renzo prese un braccio di Lucia, lo strinse per darle coraggio, e si mosse traendosela dietro tutta tremante, che da per sè non vi si sarebbe potuta condurre. Entrarono pian piano, in punta di piedi, comprimendo il respiro, e si collocarono dietro i due fratelli. Intanto don Abbondio, finito di scrivere, rilesse attentamente, senza sollevar gli occhi dalla carta; la piegò, dicendo: “Sarete contento ora?„ e levatisi con una mano gli occhiali dal naso, porse con l’altra il foglio a Tonio, alzando la faccia. Tonio, stendendo la destra a prenderlo, si ritirò da una parte, Gervaso, ad un suo cenno, dall’altra: ed ecco, come al dividersi d’una scena, apparire nel mezzo Renzo e Lucia. Don Abbondio intravvide, vide, si spaventò, si stupì, s’infuriò, pensò, prese una risoluzione: tutto questo nel tempo che Renzo mise a proferire le parole: “Signor curato, in presenza di questi testimoni, quest’è mia moglie.„ Le sue labbra non erano ancora tornate in riposo, che don Abbondio aveva già lasciata cader la quitanza, afferrata colla manca, e sollevata la lucerna, ghermito con la destra il tappeto che copriva la tavola e tiratolo a se con furia, gittando a terra, libro, carta, calamaio e polverino; e balzando tra la seggiola e la tavola s’era avvicinato a Lucia. La poveretta con quella sua voce soave, e allora tutta tremante, aveva appena potuto proferire: “E questo …..„ che don Abbondio le aveva gettato sgarbatamente il tappeto sulla testa e sul volto, per impedirle di pronunziare intera la formula. E tosto, lasciata cadere la lucerna che teneva nell’altra mano, si aiutò anche con quella a ravvolgerle quel drappo intorno alla faccia, che quasi l’affogava; e intanto gridava: “Perpetua, Perpetua, tradimento, aiuto!„

Ora. A volte gli attori si fanno prendere la mano. E Paolo, scelto non a caso per interpretare don Abbondio, s’è calato troppo nella parte. E arrivato a questo punto, con una certa enfasi che generalmente non gli appartiene, si è precipitato alla finestra della classe, l’ha spalancata e (tra lo stupore divertito dei compagni e il mio sostegno incoraggiante) s’è messo a urlare: “PERPETUA! PERPETUA!”
Passava di lì sotto una collega. Aveva l’ora libera e frescheggiava tra gli alberi del parco, quando ha udito le grida.
“Ragazzi, che succede?” ha gridato anch’ella, dal basso.
“AIUTO!”
“Ma che succede? Vi siete fatti male? Devo chiamare qualcuno?
“TRADIMENTO!!!”
“Ma siete soli?! Non avete l’insegnante?!”
“PERPETUA! AIUTO! TRADIMENTO!!!”

E insomma m’è toccato interrompere la regia, affacciarmi alla finestra e tranquillizzare la collega. O si finiva sulla Nazione.

Quella straordinaria vigilia di Natale

Pubblicato il 6 gennaio 2019 da antonella landi

Le feste oggi se le porta tutte via l’Epifania, ma io di tutti questi giorni di vacanza -che son stati belli e per questo son volati- ne racconto uno, che è stato più bello di tutti e quindici.

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“Hai letto? Bobo terrà il concerto della vigilia al The Cage di Livorno.”
“Oddio davvero?? Mi ci porti!!!”
“No, senti, non ho molta voglia sinceramente… arriverò a quei giorni stanco morto dal lavoro, vorrei riposarmi e non fare tardi proprio la notte prima della giornata campale coi parenti.”
“Madonnina come tu sei diventato vecchio, per dormire ci sarà tanto tempo quando saremo morti, ti prego, portami da Bobo!”
“Da un lato mi piacerebbe, ma non so, vediamo…”
“Tipregotipregotiprego!! Te lo chiedo come regalo di Natale! Voglio solo quello, di tutto il resto non me ne importa nulla, rinuncio a tutto!”

Ed eccolo, il giorno della vigilia.
Portiamo Bobi a sgambare alle Cascine affinché dia tutto e si stanchi abbestia per poi lasciarlo a casa e partire per Livorno senza un carico eccessivo di sensi di colpa.
Al concerto di Bobo, ha abbinato anche una cena tutto pesce all’Antico Moro, la trattoria trucida ma fantastica che ci ha visti per tanti anni clienti fedeli.

“Allora, sei pronta? Datti una mossa a prepararti, il tavolo è fissato per le otto!”
“Arrivo! Come sono felice! Che bellissimo regalo!!”
“Mah, speriamo…”
“Come sarebbe mah-speriamo?! Di cosa dubiti?”
“Non so, i biglietti… magari… che ne so… speriamo…”
“Come i biglietti?!”
“Eh, i biglietti del concerto…”
“Ma non li hai presi on line?!”
“L’operazione non era così agevole come lo è di solito per altri concerti, ho letto che li spedivano a casa, non ho capito bene, la prassi era un po’ cervellotica, per cui alla fine ho deciso di prenderli al The Cage direttamente.”
“COSA?! Ma hai perso la testa?! Non troveremo MAI i biglietti per il concerto di Bobo alla vigilia di Natale! Ho letto che è un appuntamento fisso e consolidato da anni, ci sarà il mondo!”
“Ma cosa vuoi mondare… proprio perché lo fa ogni anno non ci saranno problemi per i biglietti. Ma poi, ragiona: per la vigilia la gente sta a casa, fa i cenoni, esce al ristorante. Chi va al concerto di Bobo Rondelli per la vigilia?”
“Tutta Livorno!!”
“Ma stai bonina, fidati, lascia fare a me.”

All’Antico Moro prendiamo un antipasto misto mare pieno di profumi, poi gamberoni e scampi a guazzetto e una frittura di totanini teneri come il burro. Un semifreddo all’amaretto lui, delle prugne cotte nel vino e servite con gelato alla crema io, due ponce al mandarino belli abbollori per arrivare caldi all’appuntamento con l’artista simbolo di questa città scalcagnata, linguacciuta, ruvida e bellissima.
La mia emozione è alle stelle.
La strada per il The Cage porta fuori Livorno, in via del Vecchio Lazzeretto, su un cocuzzolo esposto ai venti di mare e di terra.
“Ovvia, eccoci arrivati.”
“Corriamo! O i biglietti finiranno!”
“Ma stai bonina, lo vedi un c’è nessuno?”
“Non c’è nessuno perché è presto e chi viene ha già il proprio biglietto, mica noi scalzi e gnudi.”
“Oh, ma c’hai la fissa con questa cosa dei biglietti. Ce li tirano dietro, ti dico. Ecco là la biglietteria, andiamo. Uh guarda, c’è un cartello attaccato al vetro. Cosa dice?”

BOBO RONDELLI SOLD OUT BIGLIETTI ESAURITI.
Questo diceva, il cartello.

Muso lunghissimo tipo tinca, mutismo assoluto, broncio cazzuto, braccia incrociate segno di chiusura ermetica, capo basso a mulo.
“Dai, non fare così. Mi dispiace. Ero davvero convinto di poterli trovare anche in loco. Lo so cosa pensi: te l’avevo detto. Vero? Sentiamo che ci dicono alla biglietteria.”
“Dé, provate a aspetta’ un poìno, ci sta che quarcuno all’urtimo un possa veni’.”
“Hai sentito che hanno detto? Magari qualcuno ha la febbre e resta a casa. Ma quante parolacce mi vorresti dire, di’ la verità! Giù, sfogati un pochino che poi stai meglio.”
“Testadicazzo.”
“Ecco, ora va meglio? Stai tranquilla, sono sicuro che i biglietti li troviamo. Dobbiamo avere fiducia: è la notte di Natale! Toh, tanto per cominciare guarda chi c’è!”

C’era Bobo. Proprio lui. Bobo Rondelli. Che arrivava su un furgoncino blu guidato da un amico e parcheggiava dentro al The Cage, a dieci passi da dov’ero io. È sceso è m’è passato accanto.
“Bobo…”
“Eh.”
“Bobo… un c’ho il biglietto…”
“E io che ti posso fare?”
“Non è che te ce n’hai uno da darmi?”
(Ride, probabilmente incredulo)“No, io un ce n’ho biglietti.”
“Ma io vengo da Firenze apposta per te, come fo?”
“Prova a aspetta’. Chiedi.”

A forza d’aspetta’ e chiède, è passato un genovese con un biglietto in più e me l’ha venduto.
“Hai visto! Ora ce ne manca uno solo e si può entrare tutt’e due!”
Ma io all’improvviso mi sono ricordata dello scherzo che mi fece al concerto delle Luci della Centrale Elettrica, quando mi mollò alla seconda canzone dicendo “vado in bagno” e ritornò a concerto finito solo per infamare il poero Brondi.
Il senso di colpa che l’ipotesi di entrare sola aveva risvegliato, s’è riassopito in un istante. Il senso della ribellione e quello dell’autonomia, in compenso, hanno preso a ruggirmi dentro. Il senso dell’umorismo, intanto, m’appoggiava.
“A me del tuo biglietto non me ne frega nulla. Io entro. Te arrangiati.”

È stato un concerto indimenticabile.
È stata la più bella vigilia di Natale di tutta la mia vita.

P.S. Certo, una ventina di minuti dopo il biglietto l’ha trovato anche lui.

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