Valuta il prof

Pubblicato il 4 aprile 2014 da antonella landi

Circola in Rete una petizione on line, introdotta da un appello che dice così: “I professori valutano noi studenti e perché noi non dovremmo valutare i nostri professori? La proposta è chiara e semplice: ogni anno gli studenti dovranno compilare un questionario cartaceo o online anonimo nel quale esprimeranno per ogni docente un voto che va da 1 a 10. In base al risultato ottenuto il docente verrà penalizzato o premiato sui futuri concorsi. In questo modo gli alunni potranno valutare con efficacia il lavoro dei propri professori e servirà da stimolo per invitare i docenti ad un lavoro più proficuo”.
Tra tutte le proposte che mi capita di leggere circa la spinosa questione della valutazione degli insegnanti, quelle che suggeriscono di ascoltare direttamente il parere degli alunni mi sembrano sempre le più sagge.
Nel mese di maggio arriverà la consueta (e infinita) valanga cartacea dei test Invalsi, quella specie di verifica nazionale che ogni scuola riceve, somministra agli studenti e di cui poi comunica al Ministero i risultati. Seguono le solite polemiche. Neanche a me i test Invalsi sconfifferano, a dire la verità. E non perché non digerisca l’idea di essere sottoposta a una valutazione da parte delle alte sfere. Anzi, non mi parrebbe il vero. Ma non mi convincono perché credo che questa formula sia inefficace a ottenere il risultato a cui aspira chi ci vuole giudicare. Gli Invalsi non possono riflettere l’immagine reale di una scuola e di un corpo insegnante, per molteplici motivi: checché se ne dica, ci sono insegnanti che bluffano e suggeriscono le risposte agli studenti per fare bella figura, ci sono scuole con un’utenza e delle realtà troppo variegate perché possa valere questo metodo unico, rigido e scientifico. Troppo scientifico.
Invece del giudizio dei ragazzi mi sono sempre fidata. E puntualmente ne ho riscontrata l’affidabile veridicità. Quando gli studenti raccontano che quell’insegnante arriva sempre tardi, che quell’altro non compiccia nulla, che quell’altro ancora regala i voti e non lascia in dono un’eredità di conoscenze significativa, nove su dieci è la pura verità. Altrettanto corrispondono alla realtà i giudizi encomiastici che danno sui docenti preparati, severi ed esigenti. Non è vero che gli alunni sputano sentenze solo per il proprio tornaconto personale, che a dire di molti sarebbe solo durare poca fatica e conquistare promozioni facili. Molti di loro ambiscono a imparare e si sentono ingannati da quegli adulti che non prendono sul serio la propria professione e il proprio ruolo.
Nella mia scuola c’è una professoressa di Inglese celeberrima per il silenzio che pretende a lezione, per la precisione delle informazioni che diffonde, per le interrogazioni spietate che rifila. Ella però, per i medesimi motivi, è amatissima dalle sue classi, che la rispettano e le si affidano con cieca fiducia. E questo lo dicono per primi i suoi studenti.

(oggi, nelle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Sigla

Pubblicato il 4 aprile 2014 da antonella landi

C’è questa classe buffa dove imperversa una moda che non riesco ad arginare.
Quando interrogo, io annuncio il nome della vittima e loro la accompagnano nella traversata dell’aula cantando in coro la sigla con cui a “Uomini e donne” Maria De Filippi introduce corteggiatori e corteggiate.
Un’oscenità che purtroppo mi fa morire dal ridere.

Un cane per metafora

Pubblicato il 1 aprile 2014 da antonella landi

Oltre alla solita “Coscienza di Zeno”, affrontando Svevo decido di inserire nel programma “Argo e il suo padrone”, un racconto lungo di cui ai tempi del liceo m’innamorai.
E non solo per l’indomabile passione che da sempre nutro per i cani.
Trovo che Argo, che nella novella parla di sé in terza persona, sia una metafora perfetta dell’uomo.
Ci sono passi di una comicità unica, altri di una verità spiazzante, altri ancora di una malinconia struggente.

Mi legarono alla catena. Sospetto avessero qualche cosa di buono da mangiare e non volessero darne parte al povero Argo. Anna se ne andò senza più guardarmi mentre io le guardai dietro finché non scomparve nella casa sperando si pentisse della sua malvagità. Abbaiai per un po’ cercando di commovere o di disturbare; ma nessuno si curò delle mie lagnanze.
Poi ebbi una sorpresa gradevole e dimenticai le mie sofferenze. Non ero solo alla catena. Forse la stessa buona Anna prima di andarsene per alleviare la mia posizione aveva lasciato accanto a me una vecchia scarpa. Una scarpa odorosa. L’uomo che l’aveva usata doveva aver camminato molto. In un cantuccio della scarpa c’era un chiodino che odorava di sangue rappreso. E non finivo più di rigirare quella scarpa. A poco alla volta capisco che se l’oggetto non è vivo grida e da esso risuona la vita. Vita nemica o amica? Piuttosto nemica. Quando entrano in casa delle persone con scarpe tanto odorose io le scaccio perché sono troppo dissimili dagli odori cui son uso. Mi prende l’ira e mi metto a sbranare la scarpa che resiste. Resiste come se vivesse. Non è facile scioglierne le fibre. Ma ecco che riesco a ficcare il naso in posti prima inaccessibili e subito troneggia un altro odore. Più vecchio ma non meno chiaro. Faccio la pace con la scarpa perché il nuovo odore non è nemico e cesso di sbranarla. Scherzo con essa e le do dei colpettini che la fanno balzare allegra, allegra. Si capisce che sbranare una scarpa simile è come correre libero pei campi. Una vista si alterna con l’altra e non c’è posto alla noia.
A un dato punto la scarpa ricevette un colpo troppo forte e cadde fuori del ristretto spazio cui la catena mi permette di accedere. È perduta per me e rientro nel dolore della schiavitù. Oh! Quando verranno a riprendermi? La scarpa olezza di nuovo da nemica, ora ch’è in salvo.
Quando dopo molte ore la vecchia Anna venne finalmente a liberarmi io non ebbi più voglia di fermarmi alla scarpa. Abbondanti effluvi arrivavano da ogni parte e mi chiamavano imperiosamente. Si vede che per gustare certe cose occorre la catena. Diedi una breve annusata alla scarpa e corsi via.
Purtroppo non ci pensai di riportarla nel posto accessibile quando mi trovo alla catena. Lo rimpiansi il giorno appresso soltanto quando mi trovai di nuovo solitario alla catena. E quando fui libero commisi di nuovo lo stesso errore di cui non m’avvidi che quando ritornai alla catena. Ma pensare alla catena quando si è liberi sarebbe come diminuire la grande gioia della libertà.

Loro invece commentano impudicamente che questa pappardella (scritta male) gli fa dupalle grosse come un par di cani a cuccia.

Esilio e sushi

Pubblicato il 1 aprile 2014 da antonella landi

La lezione è un ibrido tra letteratura e storia: l’autore è Manzoni, il testo è Il 5 maggio, l’argomento è vita, esilio e morte di Napoleone.

“Profe scusi, ho una domanda sull’esilio di Napoleone a Sant’Elena.”
“Dimmi caro.”
“Praticamente, questo, icché faceva dalla mattina alla sera?”
“Poco e nulla, vedi, lo scrive anche Manzoni nella sua ode storico-civile: Oh quante volte, al tacito morir d’un giorno inerte, chinati i rai fulminei, le braccia al sen conserte, stette, e dei dì che furono l’assalse il sovvenir! Napoleone, iperattivo ed egocentrico, costretto all’inattività, in esilio fondamentalmente si annoiava a morte.”
“Ma mangiare mangiava?”
“Certo.”
“E come faceva?!”
“Gliel’avranno preparato. Non era mica solo: viveva nella Longwood House, sorvegliato a vista dagli inglesi, che però provvedevano anche al suo sostentamento.”
“Va be’, allora non è che stesse proprio male male.”
“Mah, insomma: a te piacerebbe vivere in esilio, lontano dai tuoi affetti, privato della tua vita, isolato in una caccola d’isola in mezzo all’Oceano Atlantico?”
“Dipende da quello che c’era per cena. Tipo, col sushi sarei stato di lusso.”

Promessi sposi gay

Pubblicato il 1 aprile 2014 da antonella landi

“Prima di procedere con la lettura di qualche capitolo scelto, propongo un ripassino del romanzo manzoniano. Tizio, quanti anni dedicò l’autore alla stesura?”
“Una ventina.”
“Bravo Tizio. E tu, Caio, dimmi: quante furono esattamente le stesure?”
“Tre stesure, ma due edizioni, di cui la prima detta ventisettana dall’anno in cui ebbe luogo.”
“Bravo Caio. E ora tu, Sempronio: qual è il titolo della prima stesura?”
“Fermo e Renzo.”

Questo Sempronio (che è lo stesso dell’ “alte rego”) mi pare ci si metta parecchio d’impegno a ritagliarsi uno spazio nel mio blog.

Ora legale

Pubblicato il 31 marzo 2014 da antonella landi

Spalanco gli occhi in una camera invasa dalla luce del mattino.
Sarebbero le sei.
Ma sono le sette.
Stramaledicendomi mi butto giù dal letto.
Colazione, doccia, vestizione.
E, insieme a tutte queste cose, una telefonata a scuola.
“L’ora legale, perdonatemi, faccio prima possibile, sarei in quarta, mandate qualcuno, chiedo scusa, corro, scappo, arrivo, ma non prima della seconda ora!”
Faccio tutto senza respirare, ho l’affanno, l’ansia, il rimorso, l’agitazione.

Ma già in auto sorrido a e di me stessa.
A metà strada mi sono ampiamente perdonata: sono cose che accadono ai vivi.
Al cancello della scuola mi sto addirittura simpatica.
Sono così fallibile, così maldestra.
Così straordinariamente umana.

Loro invece sono incazzati neri.
Hanno passato il fine settimana a studiare Storia per una verifica rimandata a giovedì.

Lui e lei

Pubblicato il 29 marzo 2014 da antonella landi

A volte certi incontri ti piovono sulla testa all’improvviso, calati dall’alto senza che tu li abbia richiesti, senza che tu ne sappia nulla. Allora un po’ ti scoccia interrompere quella lezione programmata (all’ego straripante degli insegnanti le proprie lezioni sembrano sempre irrinunciabili), spostarti con la classe, andare in aula magna per unirti ad altre e ascoltare passiva ciò che dice qualcun altro. A volte però ciò che dice qualcun altro è molto più interessante di quello che avevi in programma di dire tu.
Per ieri avevo pianificato uno speciale sui Promessi sposi da rifilare in quarta. E invece mi sono ritrovata ad ascoltare lui e lei. Lui israeliano, lei palestinese. Entrambi a Firenze per qualche giorno. Entrambi nella scuola dove insegno, per un’ora, un’ora sola. Un’ora imbastita nell’ultimo momento utile per acciuffare questi due e farli venire a parlare a degli adolescenti che studiano discipline economiche ma che non sanno (almeno fino a quando non arrivano in quinta a studiare la storia del Novecento) che a tre ore di aereo da casa nostra ci sono due popoli che si contendono una terra delle dimensioni dell’Emilia Romagna, che vivono gomito a gomito ma ben separati da un muro, che vengono educati all’odio reciproco e che in una vita non s’incontrano mai.
Susan e Daniel invece non solo si sono incontrati (proprio qui, in Italia), ma si sono anche conosciuti, si sono fidati e adesso lavorano insieme a un progetto promosso dal Cospe, l’organizzazione no profit per lo sviluppo dei Paesi emergenti.
“Fair trade fair peace”, un commercio giusto per una giusta pace, questo il nome del progetto, incentrato sulla messa in rete di due cooperative, una palestinese e una israeliana, la Bethlehem Fair Trade Artisans a Betlemme e la Sindyanna a Cana di Galilea. Il progetto realizza attività di formazione professionale, garantisce opportunità di reddito per piccoli produttori e gruppi marginali che non hanno accesso al lavoro, come donne e disabili, produce, promuove e distribuisce oggetti realizzati per metà da mani palestinesi, per metà da mani israeliane e poi assemblato. Tutto questo, spiegato agli studenti in lingua inglese dai due protagonisti dell’incontro. “Noi crediamo nelle persone, non nei governi” hanno detto Susan e Daniel. E ancora: “Noi vogliamo vivere, punto”. E infine: “Il risultato migliore è la fiducia reciproca possibile”.
E allora, cos’era più importante: parlare -per una mattina- di apertura, dialogo, cooperazione, pace, o parlare di Renzo e di Lucia?

(ieri, sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

A chi vede più nidi

Pubblicato il 29 marzo 2014 da antonella landi

Un giorno lui disse a mio padre: “Ma la zia non viene mai a prendermi a scuola?”.

Alle quattro sono davanti al portone.
Alle quattro e dieci la campanella suona ed esce lui.
Biondo come un campo di grano, secco come uno stecco, lungo come una biscia, vispo come un grillo.
“Maestra, eccola là, la zia!”
E solo dopo avermi squadrata da capo a piedi la maestra me lo consegna tra le braccia.

Trasporta un doppio carico di zaini (uno per i libri, uno per l’allenamento di karate) e un giubbotto dentro cui sparisce. Ai piedi ha le solite scarpe da ginnastica della zia.
“Merenda?”
“Merenda!”
Un trancio di pizza ai wurstel, un estatè alla pesca e un tavolino all’aperto tutto per noi.
“Ti voglio dare i regalini che ho preso per te!”
“Ti voglio far vedere i bravissimi più che ho preso a scuola!”
“Oddio! Ma sei bravissimo!”
“Siiiii! I Lego Movie!”
Intorno al nostro tavolino si raduna un crocchio di seienni, vicini, sempre più vicini, come gli omini gialli del colesterolo nella pubblicità, zitti e invasivi si fanno sempre più addosso, incurisioti da quei pacchetti da scartare, dalla maglina di Super Mario, dai pantaloncini di Spiderman, e da tutti quei pezzetti da montare che schizzano qua e là.
“Ragazzi, invece di stare lì a guardare, dateci una mano con questi Lego, noi non ci si capisce nulla. Te, come ti chiami?”
“Io?! Leonardo.”
“Forza Leo, mettiti a sedere qui, montaci questo messicano. Te invece chi sei?”
“Io?! Tommaso.”
“E te?”
“Io?! Federico.”
“Allora forza, tutti a sedere a montare questi aggeggi!”
(“Oh, ma lei chi è?!”)
“Lei? E’ la mia zia!!!”
Ha lo sguardo luminoso di un giorno di festa.
Ho lo sguardo liquido di un’incalcolata commozione.

“Oh! Non si farà mica tardi in palestra? Muoviamoci!”
Ci prendiamo per la mano e corriamo verso l’auto.
“Zia, ma te quando corri te li senti i capelli?”
“Io sì, te?”
“Io no. Mi sembra di non averceli.”
E invece ce li ha, lunghissimi e lisci come suo padre quando era bambino e a scuola andavo a prenderlo io, che ero una bambina ma un po’ meno di lui e tanto la scuola era davanti a casa nostra e non c’erano pericoli e le auto erano meno e andavano pianino.

In palestra c’è puzzo di piedi e di sudore, nello spogliatoio girano donne nude con le poppe e la passera all’aria, ma lui manco ci fa caso. Lui pensa a spogliarsi e, come un omino, indossa il suo kimono fermandolo con la cintura gialla conquistata di recente.
Ai piedi mette minuscoli infradito che aggancia con quei ditini a ET.
Il maestro è marocchino, watusso e in perenne regime alimentare da ramadan. Si vede solo perché anche lui indossa un kimono, come l’uomo invisibile di cui si percepisce la presenza grazie ai panni che lo configurano.
Riscaldamento, posizioni, mosse, corpo a corpo.
Lui fa tutto con un occhio puntato sul maestro e un occhio fisso alla grande finestra dietro alla quale io assisto all’allenamento. E quando mi assento per andare a fare la pipì, lui abbandona la lezione e viene a controllare che non mi sia distratta accidentalmente.
“Zia! Oddov’eri?”
“Amore, ero al gabinetto.”

Usciamo, mangiamo caramelle alla fragola e all’arancia, beviamo acqua senza bolle, saliamo in auto.
“Zia guarda: un nido!”
“Anche a te piacciono da morire i nidi che si intravedono tra i rami degli alberi ancora spogli?”
“Sì, tantissimo. Anche a te?”
“Anche a me tantissimo, li guardo sempre e mi fanno ridere un sacco!”
“Si fa a chi vede più nidi?”
“Vai: da ora.”

Vince lui, cinque nidi a uno.

Ni hao

Pubblicato il 25 marzo 2014 da antonella landi

Dopo anni di assidua frequentazione fatta di sorrisi semimuti e gestualità da mimo, aspettavo questo momento come un riscatto, un’opportunità, un regalo della vita. Finalmente ci saremmo capiti! Finalmente avremmo comunicato! Chissà come sarebbero rimasti esterrefatti, che reazione avrebbero avuto, quante domande mi avrebbero fatto, quale meravigliato stupore avrebbero lasciato trasparire dai loro occhi a mandorla!

“NI MEN HAO!!!” esclamo oggi varcando la soglia della mia amata rosticceria cinese, fiera dei sudati risultati conseguiti al corso di cinese.
“Ni hao” fanno loro.
Così.
Come se nulla di straordinario fosse appena accaduto.

Happy birthday

Pubblicato il 24 marzo 2014 da antonella landi

Stamani era il suo diciannovesimo compleanno.
E’ arrivata in classe con un vassoione di pasticcini per tutti i compagni e gli insegnanti.
“Ma che, si mura a secco?!” ho chiesto.
“O profe, la ci porti ai’ barre della scuola.”
Così ce li ho portati, ai’ barre della scuola.
E mentre sorseggiavamo un teino cardo cardo, per regalo l’ho interrogata su tutto il programma di Italiano.
Un’altra m’avrebbe mandata affanculo.
Lei invece ha risposto a tutto e ha preso un bel sette.
Ovvai.