Galimba live

Pubblicato il 5 ottobre 2017 da antonella landi

Il Galimba (Umberto Galimberti, filosofo contemporaneo che io leggo e amo da almeno un paio di decenni) giunge a Prato per parlare di Bellezza. L’incontro con il suo pubblico, al Museo di Arte Contemporanea, è organizzato e prodotto dal padre del mio alunno Cece. Non posso mancare. E infatti non manco, tra la calca sudata e appassionata che popola il Pecci.
La follia necessaria all’arte; l’assurdo bisogno dell’uomo di pensare a un aldilà; il ruolo consolatorio e falsato del cristianesimo; l’errore di sperare nella speranza; l’orrore per i giovani di oggi di crescere in un mondo come questo; la dittatura della tecnologia; la sfacciata presunzione dell’uomo di credersi al centro della terra; il nichilismo che ci annichilisce. Di tutto questo parla il Galimba. Lo fa con la sua voce monocorde, insopportabile addosso a chiunque altro, ipnotizzante addosso a lui. Lo fa senza mai mutare espressione, come una statua del museo, come se la tragedia che tratteggia fosse irrisoria, come se a lui non gliene fregasse nulla. Lo fa senza spostarsi di un centimetro dal tavolo a cui si appoggia, dalla sedia su cui siede. E nonostante tutto questo, lo fa in modo magistrale. Sommerge gli ascoltatori adoranti di etimologie dal greco e dal latino, prende per mano ciascuno di noi e ci porta a giro per l’assoluta mancanza di senso della vita e del mondo.
Menomale che all’uscita c’era Bobi a farmi pensare che ne vale comunque la pena.

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Nel Parco della Pace

Pubblicato il 5 ottobre 2017 da antonella landi

Giovedì, giorno libero: porto Bobi nel parco del liceo per fargli conoscere i cani che io conosco da due anni (Fuka, Giove, Giotto, Marlene, Nerina, Franco, Dante, Furia), i colleghi che non hanno ancora avuto la fortuna di incontrarlo, e gli studenti che lo hanno visto solo in foto.
“Ma Bobi qual è, quel cosino amorosissimo là in mezzo?”
“Ma è stupendo!”
“Più lo guardo e più mi sembra semplicemente perfetto.”
Solo un collega ha osato dire:
1. che i beagle da piccoli son belli ma da grandi diventano dei cicciabombaferrovieri.
2. che il nome Bobi fa cacare.

Bobi non l’ha degnato di un’annusata.

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Didacta

Pubblicato il 29 settembre 2017 da antonella landi

Tutte le parole etimologicamente riconducibili al verbo greco didàsko mi attirano. Vado quindi alla Fortezza da Basso per visitare Didacta, sottotitolo: la più grande fiera scolastica. Ho letto che sarà presente il meglio delle aziende della lunga filiera della scuola: dall’editoria all’edilizia, dalle tecnologie agli arredi, fino ai prodotti di consumo e ai servizi pensati per la scuola. E ho letto che tutte le categorie di operatori del mondo della scuola sono interessate: dirigenti scolastici, insegnanti, docenti universitari, formatori, giornalisti specializzati e i principali ordini di professionisti, oltre a tutti i livelli di istruzione e formazione (scuola primaria, secondaria e superiore, istituti professionali, università, istituti di ricerca scientifica e di formazione professionale). Insomma, entro.
A me le fiere ubicate alla Fortezza non piacciono quasi mai: i locali sono così grandi, che tutto sembra sempre spoglio e vagamente deprimente. Anche stavolta è così. Ma ecco, subito dopo la biglietteria, lo stand della Fondazione Don Lorenzo Milani ad accogliermi. Ampi pannelli rettangolari ritraggono il prete ribelle e i suoi alunni di Barbiana, la scuola dove non c’era niente eppure c’era tutto: un tavolo di legno, sedie e panche intorno, libri e quaderni. Accanto alle gigantografie che ritraggono persone e ambienti, le frasi scritte all’epoca dai ragazzi stessi: “La nostra scuola è in due stanze della canonica, più due che ci servono da officina. D’inverno ci stiamo un po’ stretti. Ma da aprile a ottobre facciamo scuola all’aperto e allora il posto non ci manca! L’orario è dalle otto di mattina alle sette e mezzo di sera. A poco a poco abbiamo scoperto che questa è una scuola particolare: non c’è né voti, né pagelle, né rischio di bocciare. Questa scuola, dunque, senza pause, più profonda, più ricca, dopo pochi giorni ha appassionato ognuno di noi a venirci. Non solo: dopo pochi mesi ognuno di noi si è affezionato anche al sapere in sé”. Mi commuovo sempre, quando rileggo passi della Lettera a una professoressa. Perlustro la fiera.
Tra pennarelli Carioca e matite Fila di gusto vintage, spiccano i prodotti tecnologici all’ultimo grido, dai display interattivi ai tavoli modulari, dalle stampanti 3D ai proiettori Lampfree. Su un pannello luminoso scorre la scritta: problemi col registro elettronico? Affidati a Regel: segreteria digitale, modulistica, rilevazione presenze, personale, sito web. Penso immediatamente al registro cartaceo che quest’anno mi sono comprata da Buffetti: lo svendevano a 5 euro e 60, contro i 18 di un tempo, perché non va più, è caduto in disgrazia dopo l’introduzione di quello elettronico a cui ogni scuola si è dovuta adeguare. E anch’io l’ho fatto, per forza. Ma quando i miei colleghi di liceo me l’hanno visto spuntare tra i libri, hanno preteso di sapere dove l’avessi trovato al grido di: lo vogliamo anche noi. E così, mentre cammino tra gli stand e i miei occhi sono attratti da quel tripudio di luci, cursori, link e cartelle digitali, mi chiedo se tutta questa tecnologia può non dico salvare, ma aiutare la scuola. E mi rispondo che sì, forse la aiuta. Però prima di tutto bisognerebbe disporne. Nella scuola dove insegno (1300 alunni e 150 docenti) le aule con la Lim non arrivano a dieci. Forse nemmeno a cinque. Non lo so con precisione, perché a me non toccano mai. Il corso per imparare ad usare la lavagna elettronica lo frequentai sette anni fa. Da allora, mai una lezione ho potuto proporre con il suo ausilio, perché di fatto non ho mai avuto la buona ventura di trovarmela in aula. Da allora, procedo come avevo sempre proceduto nell’era ante-digitale, cioè col gesso che m’impolvera le mani, con gli schemi sempre ripetuti (ma mai sempre uguali) di anno in anno. Io nella scuola digitale non ci credo. Non credo che il registro elettronico aiuti i docenti e le famiglie a stare più vicini (anzi, li allontana tristemente), né che l’uso dei tablet (o degli smartphone, come vorrebbe la nostra ministra) solletichi la curiosità dei nostri alunni. Anzi, proprio perché i ragazzi vivono con quegli oggetti perennemente tra le mani, penso che gli oggetti alternativi che trovano a scuola (il vecchio libro di carta, il gesso polveroso) possano in qualche modo aiutarli di più. Per esempio a frenare, a concentrarsi, a capire il senso della lentezza, il valore della fatica mentale, la bellezza dello sforzo che nasce dalla stesura di una frase dotata di senso compiuto, in mezzo a tanti strafalcioni e anacoluti che popolano le loro scorribande online. Sono vecchia? Sono antica, superata, vetusta? Ci sta: del resto sono nata proprio quando don Lorenzo apriva Barbiana, i miei anni ce li ho. E in tutti questi anni dietro la cattedra (dove in realtà non siedo mai) penso di aver capito cosa acchiappa davvero i ragazzi (la passione e il coinvolgimento di chi hanno davanti) e cosa vince nel rapporto con i loro genitori (la voglia di incontrarsi e parlare a quattr’occhi).

(Oggi sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

Ma chi te l’ha fatto fare

Pubblicato il 28 settembre 2017 da antonella landi

Al bancone dei custodi. Firmo alcune carte. Mi si avvicina il custode Francesco.
“Tutto bene? Ti vedo un po’ stanca.”
“Vedrai: sono sveglia dalle 5,30.”
“Accidenti, mi dispiace. Come mai non dormi?”
“Veramente dormirei. Ma devo portare fuori Ubaldo.”
“?!”
“Il beagle di tre mesi che ho adottato.”
“??!!”
“Il mio bracco inglese!”
“Un cane?! E pure cucciolo?! Sei pazza. Ma chi te l’ha fatto fare?”

- Il divertimento di averlo sempre tra i piedi.
- La soddisfazione di preparargli la pappa.
- Il beneficio fisico delle lunghe passeggiate a cui mi costringe.
- La gioia di svegliarmi nel cuore della notte e ritrovarmelo cucito addosso come una pelliccia di lontra.
- La felicità che vedo negli occhi del Frenky ogni volta che glielo porto.
- Tutte le foto che posso scattargli.
- La possibilità di tornare bambina e fare tutti i versi e le voci a scema che voglio.
- Sentire il babbo che sussurra: ma come l’è bello.
- Leggere i messaggi del Rondine che, anziché che fai come stai dove sei, chiedono: che fate come state dove siete.
- Entrare in classe e sentire venti ragazzi che mi chiedono: e Bobi?
- Uscire a tutte le ore del giorno e della notte con lui e scoprire la città come Marcovaldo.
- Parlare da sola perché non parlo da sola.
- Insegnargli il “seduto”.
- Premiarlo per i progressi quotidiani.
- Subire i suoi attacchi fisici e ridere di pancia.
- Sognarlo mentre dormo, svegliarmi e vedere che non è solo un sogno.
- Andare insieme nel Profondo Veneto e ritrovarmi nel lettone di famiglia insieme a lui, al Frenky e al babbo, mentre il babbo ci racconta le fiabe che inventò per me quando ero bambina.
- Viaggiare in macchina e avere un copilota accanto.
- Uscire da scuola e correre a casa perché c’è lui che mi aspetta.
- Essere felice di aver dato retta al passo di quel libro letto d’estate che diceva: fai una pazzia, prendi un cane.

Orario

Pubblicato il 26 settembre 2017 da antonella landi

Cari colleghi dell’orario,
certamente non sarò la prima a scrivervi, disturbando il vostro lavoro.
Non lo farei (come non l’ho mai fatto in 27 anni di professione) se non fossi mossa da un’urgenza recente.
A giugno, tempo dei desiderata, ho espresso richieste che oggi mal s’incastrano con la mia attuale situazione esistenziale di neomamma. Ma come potevo prevedere una maternità che si è concretizzata solo alla fine di agosto?
Ubaldo (di cui allego foto dimostrativa affinché non pensiate che stia mentendo) è arrivato all’improvviso, ha tre mesi e necessita di tantissima energia: ebbene, sono qui a PREGARVI di non farmi un orario definitivo massacrante, o soccomberò.
Nella speranza di non essere considerata pazza, allego sentiti saluti e l’augurio di un buon lavoro.

Sì, l’ho scritta davvero.
E soprattutto l’ho inviata.
Ora vivo nel terrore di incrociare i colleghi dell’orario in corridoio.

Il corredo

Pubblicato il 25 settembre 2017 da antonella landi

Maricchia, poveretta, buona e brava ragazza, piangeva di nascosto, perché era figlia della Lupa, e nessuno l’avrebbe tolta in moglie, sebbene ci avesse la sua bella roba nel cassettone. Cosa intende Verga, in questo caso, con il termine roba?”
“Boh.”
“Come boh! Si riferisce alla dote! O, in alternativa, al corredo!”
“E cos’è?!”
“Ma come cos’è! E’ quell’insieme di lenzuola, asciugamani, teli, camicie da notte, che la mamma vi mette via in vista del matrimonio! Nessuna di voi sta coltivando il proprio corredo?”
“Io no.”
“Io nemmeno.”
“Nemmeno io.”
“Mai sentito dire.”
“Ma come! Le vostre mamme non vi stanno facendo la dote?!”
“Io professoressa spero proprio di no: mia madre ha dei gusti osceni, ha la fissa dei fiori in generale e delle rose in particolare, prima di farmi fare il corredo da lei dormo scoperta.”

Perfino Bobi c’è rimasto male.

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Anagrammi

Pubblicato il 25 settembre 2017 da antonella landi

“Il termine Scapigliatura si deve alla traduzione del sostantivo francese bohème, operata da Cletto Arrighi.”
“Cletto Arrighi: che nome.”
“Infatti non era il suo nome vero: è l’anagramma di Carlo Righetti. A tal proposito, ho un’ideona.”
“Eccoci. Ora la comincia con queste ideone…”
“Per la prossima volta che ci vediamo ciascuno di voi porti l’anagramma del proprio nome.”

Oafis Ripsa.
Elena Assisi.
Erine Lunopinti.
Bermug Naito.
Vania Seffusci.
Elli La Negra Donnina.
Ivan Delariarae.
Clovia Pillepa.
Loredano Ninnabo.
Rietepei Piccina.
Livia Marpo.
Eripige Legni.
Urna Scialcata.
Nello Rivazara.
Samara Branasia.
Deina Riselveran.
Diamante Rumotto (per gli amici: Tu Amante Di Morto).

Quella che si chiama una classe di classe.

Quello che ci frega

Pubblicato il 17 settembre 2017 da antonella landi

Mentre aspettavo che il 15 settembre arrivasse e la scuola ripartisse, riflettevo. Riflettendo, mi venivano spontanee certe domande. Tipo. Ma la ministra, che caldeggia l’uso degli smartphone in classe, in una classe c’è stata mai? Non dico quando a scuola ci andava lei come alunna. E non dico nemmeno nelle vesti di insegnante. Diciamo come visitatrice. Come turista. Ha mai fatto un giretto nelle aule dell’ultimo decennio (ricorre giustappunto il decimo compleanno dell’iphone), per vedere come la nostra vita si è drasticamente e mostruosamente trasformata dopo l’invenzione di quel marchingegno? Io penso di no. E me ne rammarico. Perché una ministra dell’istruzione, prima di accettare questo incarico, dovrebbe passare (almeno) qualche mese a pellegrinare nelle scuole d’Italia, di tutti gli ordini e indirizzi. Ma non in visita ufficiale, quando tutti la aspettano per mostrare la faccia migliore di sé. Alla zitta, quasi di nascosto, come quando si dice vorrei essere una mosca. Ecco, io avrei voluto che la ministra, prima di fare la ministra, avesse fatto la mosca per un po’. Si sarebbe resa conto coi suoi stessi occhi (quelli delle mosche oltretutto sono composti, cioè formati da migliaia di ommatidi, ossia occhi elementari, e quindi capaci di percepire anche i minimi movimenti) che venticinque, ventisette, trenta alunni (tanti ce ne mette in ogni classe) con altrettanti aggeggi tra le mani equivale alla morte della scuola. Eppure a me quell’aggeggio piace. Riconosco che in tanti aspetti ha migliorato la nostra vita quotidiana (mi fa da telefono, orologio, cartina geografica mondiale, calendario, contapassi, passatempo, agenda, diario, bloc notes, macchina fotografica, telecamera, album di fotografie, stereo, cinema, televisione), ma a scuola, vi prego, no. Almeno non col placet di una ministra. Non con una circolare scaturita dal lavoro di una commissione ministeriale creata appositamente per dettare le linee guida sull’utilizzo dello smartphone in aula. A scuola ci sono oggetti molto più affascinanti, i laboratori, le Lim. A scuola ci sono i libri. Che poi a dirla tutta a me capita di dire ai miei studenti: prendete il cellulare che vi mando in diretta la foto della pagina di questo libro che voi non avete. Ma voglio essere io a decidere se, quando e come dirlo, non voglio che una commissione ministeriale (di persone che, come la ministra, probabilmente non mettono piede a scuola da vent’anni) si riunisca per dirmi come devo fare. Ho una classe di studenti bravissimi e maturi a cui lascio tenere il cellulare sopra il banco perché so che l’uso che ne fanno sarà certamente buono. Ho un’altra classe in cui giro con il mitra puntato e se ne scovo uno a spippolare con quelle scatoline lo massacro. Mi hanno educata all’autonomia dell’insegnamento, bene: mi lascino essere autonoma.
E insomma, mentre aspettavo il suono della prima campanella per entrare in quinta liceo, mi domandavo un’altra cosa: ma perché la solita ministra (come altri che l’hanno preceduta) ha tutta questa fretta di accorciare i tempi delle scuole superiori, tanto da farle finire in quarta? La ragione pare sia l’allineamento alle scuole degli altri Stati europei. A parte il fatto che molti Stati europei fanno come noi, ma poi chi se ne importa di allinearci agli altri? Agli studenti, che sempre si lamentano della scuola finché ci sono dentro come impone il gioco delle parti, andarsene da scuola dispiace. Il primo giorno di quest’anno, venerdì scorso dico, c’era la fila dei neodiplomati venuti a piagnucolare intorno ai loro ex docenti e a dire loro quanto ci mancate. A parte questo, quali benefici, occasioni straordinarie, lavori pagati, atenei meravigliosi, prospettive da sogno ci sono là fuori ad aspettarli? A scuola non ci si sta solo per ingozzarsi di programmi sempre più zippati: ci si sta perché è bello starci. E formativo. E umano. E esperienziale (visto che la parola va tanto di moda). La scuola non è un ufficio di collocamento che deve muoversi nella logica del mercato e del profitto. Non si studia solo per lavorare.
E quindi, mentre varcavo il portone gigantesco dell’edificio di Porta Romana e mi preparavo a rivedere il gigantesco ottagono col Dioscuro nel mezzo, ero un po’ incupita, un po’ demotivata, un poco spenta da quello che ho letto nell’estate e che mi ha tolto un po’ dell’entusiasmo cieco necessario per questo mestiere. Poi li ho visti. Mi sono venuti incontro. Mi hanno buttato le braccia al collo. Mi hanno detto la aspettiamo in aula. Sorridevano, erano luminosi, erano bellissimi. Ecco cosa ci frega, a scuola. Gli studenti. La politica agisce ottusamente, la società rema contro, le prospettive sono fosche. Ma tu lavori guardando venticinque, ventisette, trenta ragazzi negli occhi ogni giorno. E’ a loro che devi rendere conto prima che a ogni altro. E quindi ti scordi dello smartphone della ministra, dell’accorciamento dei licei, di tutto quello che hai letto sui giornali nell’estate, varchi la soglia, raggiungi la cattedra, ci appoggi sopra la borsa con i libri, sfoderi un bel sorriso, dici buongiorno, bentornati, sono felice di vedervi. E ricominci.

(sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

Sì, viaggiare

Pubblicato il 17 settembre 2017 da antonella landi

Dolcemente viaggiare, rallentando per poi accelerare, con un ritmo fluente di vita nel cuore, gentilmente senza strappi al motore.

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Come Hyde Park

Pubblicato il 17 settembre 2017 da antonella landi

Alle Cascine, da quando l’estate torrida è finita e le prime piogge si sono scaricate, è tornato il verde.
Bobi (che ha origini anglosassoni) ha detto che il parco più grande di Firenze è bello come Hyde Park.

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