Gnocco gnam

11 febbraio 2012

Ne avevo già parlato qui, dell’ammirazione-barra-simpatia-barra-passione che provo per questo giovane chef toscano: per l’indiscutibile professionalità, la fantasiosa creatività e l’incredibile velocità con cui spiega (assai chiaramente) e realizza (assai magistralmente) i propri piatti innovativi.
C’è stato un tempo in cui lo balzellavo sul canale sky del Gambero Rosso, pronta col quadernino e la penna in mano a prendere appunti. Ora la fissa m’è passata, ma se lo incrocio mi trattengo volentieri, anche perché nessun altro programma di cucina ha il ritmo serrato e le schitarrare rock in sottofondo che ha questo.
L’altra sera lo becco mentre diffonde i segreti per la realizzazione di uno dei piatti che più mi fanno perdere la testa: gli gnocchi di patate.
Dice Simone che per farli buoni ci vogliono patate vecchie, non nuove. Preferibilmente gialle. Si fanno bollire in acqua salata, si pelano, si passano. E fin qui, facile. Ma il bello è che è tutto facilissimo anche dopo. Volendo, ci si può mettere dentro un uovo intero: Simone lo consiglia, avendo l’uovo quel potere dolcemente legante in questo frangente necessario. L’uso dell’uovo favorisce anche una ridotta aggiunta di farina, l’ultimo ingrediente necessario per lo gnocco. Infatti non ci vuole altro: tutto qua.
Prima si dà una razzolata al composto contenendolo dentro una zuppiera; poi, quando il composto dà a vedere di stare insieme volentieri, lo si va a rovesciare sul piano da lavoro in legno. Ancora un po’ di farina e il gioco è fatto: perché se le patate asciugano e chiedono ancora farina! farina! farina!, preoccupatevi: son casini. Gli gnocchi magari verranno lo stesso, ma saranno pesi e duri come mattoni, mentre chiunque sa che il loro segreto è l’assoluta leggerezza, la disarmante impalpabilità, tacita garanzia di subitanea digestione.
Simone, che puntualmente conferisce un quid in più a ogni sua ricetta, al composto ha aggiunto un mazzolino di foglie di salvia appenappena sbollentate e tagliate grossolanamente al coltello.
Una volta arrotolato il lungo bacherozzolo e ricavati gli gnocchetti con decisi tagli di lama, basterà farli scivolare nell’acqua bollente e prelevarli via via che affiorano in superficie.
Si condiscono come ci pare: burro e formaggio, pomodorino sciuè sciuè bello piccante e parmigiano, sughetto bianco al misto di funghi.

Giuro su dio che sono facili, immediati, prelibati. Indimenticabili.

In alternativa allo stufato

15 gennaio 2012

Sono le 13:30 quando mi accingo a scrivere il presente post. A quest’ora presso i Saloni della Basilica di Maria Santissima delle Grazie di San Giovanni Valdarno novanta commensali saranno tutti ai loro posti: i dieci membri della giuria tecnica avranno occupato il tavolone in posizione centralissima e dominante, gli ottanta della giuria popolare i tavoli intorno. Davanti a sé ciascuno troverà una tovaglietta cartacea con sette cerchi disegnati sopra e altrettante cifre, da uno a sette, scritte dentro. Su ciascun cerchio verrà appoggiata dai camerieri una vaschetta porcellanata contenente una porzione dei sette tipi di stufato alla sangiovannese oggi in gara per la terza edizione del Palio gastronomico dedicato al piatto più antico e misterioso della vallata.
Viste le mie ancora precarie condizioni di salute e considerata la mia granitica intenzione di riprendere postazione in cattedra domattina (“Plofe, folse meglio se aspetti maltedì?” scrivono i cinesi, ma non attacca), in alternativa allo stufato, nel calduccio consolante del mio appartamento mi preparo un piatto di gloriosa pasta al burro. Certa del vostro vivido interesse nei riguardi della rara e quasi introvabile ricetta, v’invito a seguirmi tra i fornelli.

Pasta al burro

Ingredienti (per una persona, sfigatissima):
90 g di pasta (lunga o corta, cambia poco)
una noce di burro (facciamo due)
una grattata di formaggio parmigiano
una spruzzatina di pepe
sale q.b.

Procedimento (fondamentale in questa fase non distrarsi):
Si metta una pentola d’acqua sulla fiamma. Si aspetti che l’acqua bolla. Nell’attesa, ci si dedichi pure all’attività che più ci aggrada approfittando del fatto che tale fase della preparazione non richiede un controllo troppo vigile e serrato. Non appena l’acqua bolle, si buttino i 90 g di pasta. Oggi noi abbiamo optato per pennette rigate, niente vieta di prediligere spaghetti, spaghettini, capellini, linguine, fusilli, tortiglioni, chiocciole, lumaconi o pipe. Si aggiunga sale q.b. Durante la cottura della pasta, si mettano in un piatto fondo le noci di burro e vi si aggiunga una prima spolverata di formaggio parmigiano. Si assaggi la pasta di tanto in tanto. Se come la sottoscritta siete affetti da una forma di dipendenza cronica da carboidrato ancorché crudo, si cerchi di trattenersi o alla resa dei conti il condimento supererà di certo la pasta da condire. Quando la pasta è cotta, ma che sia al dente, la si scoli e poscia la si versi nella scodella. Si razzoli il composto. Si aggiunga il formaggio parmigiano tenuto da parte. Si spolveri di pepe nero. Lo si eviti, se ci fa starnutire o se ci fa bruciare zone generalmente esposte all’ombra.
Si serva la pietanza espressa e ben calda.
Già fa cacare così. Fredda poi non ne parliamo.

Vi sembrerà un augurio fuori luogo, ma buon appetito e buona domenica.

Domenica prossima, a mezzogiorn’e mezzo in punto, terza edizione del Palio dello Stufato alla Sangiovanese, la kermesse gastronomica delle mi’ zone che da un triennio chiama a raccolta i palati più sopraffini affinché assaggino, gustino e ingurgitino sette versioni diverse, tutte segretissime, del medesimo piatto storico. E alla fine decretino il migliore.
Come da tre anni, e in quanto sangiovannese di razza pura, anche in questa edizione, insieme ad altri nove rappresentanti del mondo culinario, farò parte della giuria tecnica, presieduta dal critico gastronomico e scrittore Leonardo Romanelli.
Chi volesse far parte degli ottanta membri della giuria popolare, invece, può prenotare cliccando qui o telefonando direttamente in Comune.

In omaggio ai lettori di questo blog, racconto di seguito una delle leggende che si tramandano in relazione all’antichissimo piatto e ne pubblico la ricetta in lingua italiana e (per fare la figa, hai visto mai che proprio oggi passa di qui uno di Parigi) in lingua francese.

Il miracolo di Monna Tancia

Nel 1478 la peste giunse in Valdarno e con falciate cieche e rabbiose si portò via manciate di sangiovannesi. Tra questi c’erano anche Santa e Francesco, la mamma e il babbo di Lorenzo, un fagotto di carne rosa nato da pochissimi giorni e affamato come un avvoltoio. Con la sua mamma se n’era andato anche il rubinetto naturale di latte e le urla del bambino mortificavano le orecchie di Monna Tancia, la nonna miracolosamente scampata al massacro. Settantacinque anni, due poppe cenciose e vuote, la vecchia non sapeva a che santo votarsi. Poi scelse quello che portava lo stesso nome del nipote, Lorenzo: a lui si raccomandò affinché la aiutasse a sfamare l’innocente che nessuna nutrice, terrorizzata dal contagio, era disposta ad allattare. Quella notte stessa, dai capezzoli screpolati e secchi di Monna Tancia prese a sgorgare un liquido biancastro, denso e lattiginoso. Lorenzo era salvo. Il paese era basito. L’eco della notizia fu tale che si venne a sapere anche a Firenze.
“Icché l’è questa storia?!” chiese il signore della città.
“Messer Lorenzo! Un miracolo! A Castel San Giovanni, nostro avamposto costruito su progetto di Arnolfo di Cambio, una vecchia s’è vista zampillare latte dal seno e ha potuto sfamare il nipote orfano che si chiama proprio come voi!”
“Ma che mi pigli pe’ grullo?! O che fandonie mi racconti?”
Pungolato dal dubbio, tuttavia, il Magnifico salì in groppa al cavallo e bruciò i trentacinque chilometri di strada sterrata che separavano i suoi occhi scettici dall’indimostrabile visione.
Come lui, in centinaia e centinaia giunsero a San Giovanni per toccare con mano la veridicità dell’incredibile miracolo.
E fu proprio per poter sfamare tutta quella gente che i sangiovannesi superstiti improvvisarono una ricetta tempestata di spezie: la carne a disposizione era un po’ troppo frollata (diciamo pure che tendeva al marcio) ma il profumo di quelle polveri esotiche e lontane la fece tornare come nuova.

Stufato alla Sangiovannese

Chiamatelo “spezzatino” e vi farete nemici tutti gli abitanti. A San Giovanni Valdarno, la carne di muscolo di manzo, cotta secondo un preciso rituale, ha solo un nome: stufato.
Va detto che una ricetta precisa non esiste. Esistono invece le varianti che ogni “stufataro” si prende la libertà di apportare. Ma soprattutto va detto che mettersi a preparare lo stufato per quattro persone è quasi un’eresia. Di stufato ne andrebbe fatta una bigoncia.
Tuttavia, per una famiglia di 4 persone ci vorrà un chilo e mezzo di muscolo della gamba anteriore di bestia adulta; poi ci vorrà un bel battuto generoso di cipolla, carota, sedano e prezzemolo.
Bisogna buttare tutto insieme, in un pentolone di alluminio: olio, battuto e ciccia tagliata a dadoni grossolani, evitando di fare il soffritto. Ricordarsi di adoprare l’olio di Pian di Scò e di non allontanarsi dal fuoco per le quattr’ore successive: la pietanza ogni cinque minuti va razzolata col mestolo di legno. Quando la carne comincia a fare “i’ muso nero”, è l’ora di versarci una bordolese di Chianti rosso (che non sia di Montevarchi, per carità d’Iddio), aggiungere il sale e le spezie del Pratesi (entità metafisica e inventore della misteriosa miscela): 10 grammi ogni chilo di carne. E, dopo un po’, sciolto nel brodo, che dev’essere di zampa perché si ottenga l’effetto allappante e la lingua s’incolli al palato, aggiungere un tubetto di conserva.
Ora non ci vuole che la pazienza di far passare il tempo convenuto, cominciando a inzuppare qualche zoccolino di pane in quel sugo dal paradisiaco sapore.

Ingredienti:

Un chilo e mezzo di muscolo di zampa anteriore di bovino.
Una cipolla.
Una carota.
Un mazzetto di prezzemolo.
Due gambi di sedano.
Olio di Pian di Scò.
Una bordolese di Chianti rosso.
15 grammi di spezie del Pratesi.
Un tubetto di conserva di pomodoro.

Tempo di esecuzione: 5 ore.
Difficoltà di esecuzione: media.
Costo orientativo: 20 euro.

Appelez-le « ragoût », et vous vous attirerez les foudres de tous les habitants. A San Giovanni Valdarno, le gîte de bœuf, cuit selon un rituel précis, n’a qu’un seul nom : stufato. Il va s’en dire qu’il n’existe pas une seule recette, mais des variantes que chaque cuisinier prend la liberté d’apporter. Mais surtout, faire le stufato pour 4 personnes tient presque de l’hérésie ; lorsque l’on cuisine le stufato, il faut en préparer à foison.
Toutefois, pour une famille de 4 personnes, il faut un kilo et demi de gîte avant d’un bœuf adulte, ainsi qu’un beau hachis d’oignons, de carottes, de céleri et de persil. Hacher la viande en dés grossiers et faire cuire avec les légumes dans l’huile dans une marmite en aluminium, en évitant de faire frire. Ne pas oublier d’utiliser de l’huile de Pian di Scò et de ne pas trop s’éloigner du feu pendant les quatre heures suivantes : il faut tourner toutes les cinq minutes à l’aide d’une cuillère en bois. Quand la viande commence à prendre, verser une bordelaise de Chianti rouge (pas de Montevarchi, par pitié), ajouter le sel et un mélange d’épices de San Giovanni (10 g par kilo de viande). Ajouter ensuite un tube de tomate concentrée diluée dans le bouillon de jarret pour donner ce petit goût unique. Il ne manque plus qu’un peu de patience : pour faire passer le temps de la cuisson, commencer à tremper de petits bouts de pain dans la sauce au goût divin.

Ingrédients pour 4 personnes :

1,50 kg de gîte avant de bœuf
1 oignon
1 carotte
1 petite botte de persil
2 branches de céleri
De l’huile de Pian di Scò
1 bouteille de Chianti rouge
15 g d’épices de San Giovanni
1 tube de concentré de tomate

Temps de préparation : 5 heures
Difficulté : moyenne
Coût indicatif : 20 euros

Crema della Befana

5 gennaio 2012

Avete preparato una torta e vi piacerebbe tanto presentarla con un accompagnamento che la valorizzi ulteriormente? Seguitemi in cucina: oggi vi giro la strepitosa “Crema della Befana”.
In realtà chi me l’ha insegnata non ha nulla da spartire con la vecchia abbracciata alla scopa col suo carico di carbone, dolcetti e bozzoli sul naso. Costei, al contrario, è una bellissima ragazza di Padova che ho conosciuto alla festa di Capodanno in Maremma e di cui ho scoperto l’impareggiabile attitudine ai fornelli, oltre che l’inguaribile passione per i felini. E’ andata che lei apriva noci per farne un dolce e io le raccontavo le avventure di Micino da Scansano detto Rini.

Ingredienti:
500 grammi di mascarpone
100/150 grammi di ricotta di mucca (del tipo consistente, non molliccio né acquosello)
5 uova (di cui andranno usati tutti i tuorli ma solo 3 albumi)
5 cucchiai di zucchero

Come si evince dall’elenco, non stiamo andando incontro a un prodotto dietetico. Siete obesi per natura? Lasciate perdere. Siete magri ma per Natale avete ecceduto? Lasciate perdere anche voi. Siete a rischio colesterolo? State alla larga. Tutti gli altri (giusto un paio sull’intero territorio nazionale) mi vengano dietro.

Procedimento:
In una ciotola montate a neve con lo sbattitore elettrico i 3 albumi: ne deve uscire una roba compattissima, pannosa e consistente, impossibile a dividersi. In un’altra ciotola sbattete a modino i 5 tuorli uniti allo zucchero: fermatevi solo quando vedete che la cremina inizia a schiarirsi (tempo 5-6 minuti e il pallore sovraccennato dovrebbe palesarsi). A questo punto, unite gli albumi montati a neve continuando a mescolare con lo sbattitore e, poco alla volta, il mascarpone e la ricotta. Continuate a mescolare fino a che il minimo grumo si sarà disfatto in questo splendore d’imparagonabile cremosità.
Mettete la crema in frigo: servirà a lei per rassodarsi e a voi per non scivolare nella fin troppo prevedibile tentazione d’infilarci il dito.
Servite la crema di fianco alla fetta di torta preferibilmente il giorno dopo. Nel mio specifico caso domani, quando troneggerò, orgogliosa e tronfia, alla tavolata di dieci convitati organizzata dalla mia competitivissima e spietata suocera fiorentina che mi aspetta al varco per poter dire (infida) menomale che non scrivi come cucini.

Buon godimento a voi e un bacio virtuale a Grazia.

Non ci penso nemmeno

26 ottobre 2011

“Profe, domani ci riporta i compiti corretti?”
“Non ci penso nemmeno.”

Sul momento ci son rimasti un po’ così. Poi, quando ho spiegato che oggi è giornata interamente consacrata alla delicata arte culinaria e che mi aspetta un cenone in compagnia del Pìgola, della Marroncina e dell’Infiltrato a base di funghi porcini alla nepitella, patate bianche del Casentino nel tegame e pollo ruspante all’arrabbiata, hanno fatto mostra di possedere il dono prezioso della comprensione e quello (ancor più prezioso) dell’attesa.

Antipasti:
- “Non me l’aspettavo”: cornetti (un genere che nessuno in effetti mai s’aspetta) di pasta brisé ripieni di formaggio caprino e trito di erba cipollina, poi cosparsi di semi di sesamo, tenuti in forno fino a cottura adeguata e serviti con colata di miele millefiori.
- “Abbracciami stretta”: spicchi di pera molto dolce uniti a noce di gorgonzola adagiata sull’incavo del frutto e legati insieme da una fetta di prosciutto di Parma.
Portata regina:
- “Prima di perdere i sensi”: fette di roastbeef ben cotto all’esterno e quasi crudo al centro, servito con salsa ottenuta da inquitante misto di olio, sale, pepe, spezie e sangue.
Contorni:
- “Anche in capo a un tignoso”: vassoiata indecente di patate arrosto cotte in forno in un misto di salvia, rosmarino e alloro.
- “Occhio, ti vedo”: pomodori modello sangue di bue (non il bue di sopra, un altro) tagliati a dischi e cosparsi di una salsa ottenuta con prezzemolo, capperi, acciughe e olio, ingentilita da pupilla centrale di maionese e palpebra ottenuta con foglia di basilico posta trasversalmente.
Dessert:
- “Nonna Papera in mezzo a noi”: torta di mele classicona ma insaporita dalla scorza di un intero limone grattata nell’impasto.

Per salutarsi coi genitori, prima di partire per le vacanze.

… bisogna affidarsi ai rimedi delle streghe.

Nella fattispecie:

- strizzare un limone e far colare il liquido in un pentolino.

- aggiungere al succo una cucchiaiata rigonfia e filacciosa di miele di castagno.

- mettere sul fuoco e portare a quasi-ebollizione il composto tenendo però la fiamma moderata.

- far cadere a pioggia abbondante peperoncino in polvere di provenienza calabra e di aggressività mefistofelica.

- girare per amalgamare bene il tutto.

- ingurgitare caldissimo evocando mentalmente un rosario di coloratissime eresie.

Ai fornelli con Simone

10 aprile 2010

Così orgoglioso da sconfinare in una simpatica forma di presunzione, così narcisista da rubare l’inquadratura al cibo che sta preparando, biondo tonico tatuato e sodo, la bocca smerlata la lingua sciolta e la mano lesta. A parecchi sta sulle palle. Io lo vado a cercare ogni giorno.

Lo trovo sul Gambero Rosso Channel di Sky, in un programma che ha per titolo la tripla ripetizione del suo nome: Io, me e Simone.

Arruolato e immediatamente scaricato dall’Isola numero 7, questo giovane chef toscano tutte le sere alle undici e dieci mi regala una ricetta da urlo che appunto in diretta sul mio quadernino riservato all’ars culinaria.

Che poi a dirla tutta, se c’è una cosa che detesto sono le trasmissioni dove s’insegna a cucinare: lente, noiose e farcite di canzoncine idiote, presentatrici imbranate e chiacchiere amarcord (la mi’ mamma così, la mi’ nonna cosà). Macchissenefrega della tu’ mamma e della tu’ nonna, facci vedere ‘sta ricetta e sta’ un po’ zitta.

Lui, invece.

Lui intanto arriva in cucina vestito da passeggiatina in centro: sportivo ma rileccato, comodo ma modaiolo. Entra, e già mi sembra di sentire il profumo di una doccia recente. Entra, e già mi scappa da ridere. Rido, perché la colonna sonora del suo programma è un rock martellante e reiterato fino all’ossessione, una schitarrata distorta con cui si sintonizza per il taglio del cipollotto da destinare al soffritto.

Lui non ha che una ventina di minuti scarsi per metterti a tavola e ogni volta lo fa con la grazia maschia che rende un uomo ai fornelli (lo notava la Allende ai tempi di Aphrodita) erotico senza saperlo.

Questa sera, ai miei graditi e inconsapevoli ospiti, servirò il Piatto Ricco di Simone: a) ridurre a dadi di media grandezza un petto di pollo prima tagliato a strisce e immergerlo in una crema fredda di latte, curry e curcuma, lasciando il composto in frigo per qualche ora; b) preparare del cous-cous facendolo rigorosamente tostare in padella prima di aggiungervi l’acqua calda e coprirlo affinché gonfi e cuocia; c) cucinare dei friggitelli ridotti a dischetti fini insieme a dello scalogno, unirvi zucchine a julienne, pomodori sammarzano privati della buccia e far andare tutto a fuoco medio per un quarto d’ora; d) preparare una salsa fredda mescolando yogurt greco a pezzetti micro di cetriolo e menta tagliata all’ultimo momento perché non s’annerisca; e) estrarre dal frigo i cubi di petto di pollo macerati nel latte, infilzarne quattro o cinque alla volta in uno spiedino e cuocere in teglia; f) unire il cous-cous ormai pronto ai friggitelli e compagnia varia, razzolando bene prima di creare delle piccole torte per mezzo di formine tubolari.

Il piatto si presenterà così: una cupola geometrica di cous-cous e verdure speciali, due spiedini incrociati dai profumi d’Oriente e dai colori dell’oro, una cacata di salsa verde chiaro che farà pensare contemporaneamente alla Grecia e a un bel Mohito, che nessuno impedisce di servire in parallelo.

Inviata speciale

22 febbraio 2010

In quanto sangiovannese purosangue per genesi e mangiatrice pantagruelica per vocazione, ieri sono stata inviata al Primo Palio dello Stufato organizzato dal Comune che ha dato i natali a Masaccio.

Che non vi passi per la testa di chiamarlo spezzatino.

Una vaga e solo illusoria parentela accomuna le due pietanze. Entrambe prevedono la riduzione a pezzi grossolani di quarti di manzo nella parte cosiddetta del muscolo. Entrambe impongono una cottura lenta e prolungata tirata su a romaiolate di brodo.

Ma la somiglianza finisce qui.

E qui entrano in scena mille segreti, molteplici aromi, aneddoti fantasiosi, personaggi immortali e, soprattutto, lui: il Pratesi.

Nessuno può vantare una confidenza con lo stufato alla sangiovannese se non ha mai frequentato Giorgino Pratesi e non ha annusato almeno una volta la misteriosa miscela di spezie che lui (e solo lui) ha creato e spacciato per anni ai camerlenghi storici degli uffizi e a tutti coloro che decidevano di cimentarsi nel piatto più popolare e raffinato della cittadina un tempo possedimento fiorentino.

Solo il naso di un sangiovannese vero riconosce, confusa nella carne, la miscela paradisiaca, afrodisiaca e stupefacente insieme delle spezie del Pratesi.

Solo il palato di un sangiovannese originale, che non abbia incroci con alcun montevarchino nemmeno nelle generazioni più remote, è in grado di assaggiare otto tipi di stufato, individuare il migliore e contribuire a condurlo alla gloria di un concorso.

Io l’ho fatto.

E per i lettori della rivista enogastronomica “Gola Gioconda” narrerò l’evento, svelerò i retroscena e porterò i buongustai dietro le quinte nel prossimo numero del periodico.

Non prima di aver tentato di sturare l’apparato digerente con bicchierate di acqua e bicarbonato solvay.

stufato

picchi

ciotoline

Non si butta via nulla

7 gennaio 2010

Il giorno prima sono venuti a trovarvi il babbo e la mamma, bussando con i piedi perché le quattro mani erano occupate da scorte alimentari quantitativamente calcolate per una famiglia patriarcale del primo Novecento?

E’ passato un giorno e, penetrando in cucina, venite assalite fisicamente dagli avanzi?

Non temete, non disperate e, piuttosto, seguitemi cieche di fiducia.

Poiché era giorno di festa e, come ogni mamma che si rispetti, anche la vostra ha fatto il bollito scegliendo i pezzi migliori di manzo, ci sta che, spalancando il frigorifero, siate raggiunte da un muggito.

Perfetto. E’ esattamente quello di cui andavamo in cerca.

Riducete immediatamente a pezzi grossolani il cimalino e il muscolo avanzato (se buttate via il grasso che vi salti per aria la cucina) e mettetelo in un tegame insieme a una bella pisciata d’olio novo, una cipolla fatta a dischi non troppo fini e a tutta la poltiglia stracotta di pezzi di carota, frammenti di patata, costole di sedano che abitualmente si mettono nel brodo per insaporirlo a modo. A tegame coperto, fate andare con dolcezza, a fiamma bassa, perché se la cipolla s’annerisce siete fottuti per due giorni, tempo nel quale ella (la cipolla) tornerà a farvi visite indesiderate in bocca.

Mentre aspettate che il mistone s’insaporisca grazie anche all’aggiunta di sale, pepe e peperoncino, sbucciate tre o quattro patate. Cinque o sei, se vivete con un uomo come il mio.

Prima di unire i tòcchi di patate alla carne, aggiungete in pentola della passata di pomodoro.

Andate quindi con le patate.

E proseguite poscia con il brodo, versandone la giusta dose necessaria alla cottura del tubero.

Il piatto sarà pronto una mezz’oretta dopo, non appena le patate appariranno leggermente sfatte, adatte all’operazione di schiacciatura forchettata che avrà luogo una volta servite all’affamato commensale.

Ma cosa scorgo nel vostro frigo, delle rape personalmente cotte dall’abilissima genitrice?

Che non vi passi per la testa di disfarvene malamente, o il frigo vi esploda sulla faccia.

Ripassatele piuttosto con aglio e olio in un tegame e adagiatele su una fetta di pane toscano precedentemente abbrustolito in forno e conditele a crudo con sale, pepe e il solito olio novo delle colline chiantigiane.

Il vino rosso ce l’avete?

E allora siete a posto.

Spegnete il raffinato jazz e accendete la televisione perché il piatto è trucido e va consumato in un’atmosfera degna e intonata.

“La vita secondo Jim”, con Jim Belushi e le risate registrate in sottofondo andrà benissimo: il più che demenziale serial americano narra le familiari e quotidiane vicende di Jim, marito di Cheril, sorella di Andy e Dana. Lui non fa mai un cazzo, mangia come un bove e beve come una spugna, lei manda avanti la casa e pensa a tutto il resto.

Vi ricorderà qualcosa.

Non badateci, piuttosto gustatevi il lesso rifatto con le patate, piatto perfetto per affontare la notte precedente al rientro in classe, domattina, tra rutti alla cipolla e rigurgiti di sugo, per la gioia dei ragazzi che vi stanno aspettando.