Buon compleanno

24 giugno 2018

Va bene che gli auguri è importante non farli mai prima, però 14 giorni dopo pare troppo pure a me.
Ma sono qui per farteli, amore mio.
E’ passato un anno da quando sei venuto al mondo insieme ai tuoi fratelli Ulisse e Uncino e alla tua sorella Ursula. Sei nato in una villa in via dei Ceci, a Cecina (viva l’originalità). A guardarti uscire dall’antro buio e umido che vi custodiva tutti c’erano Ilaria e Delia Bichisecchi, proprietarie dell’allevamento più atipico che io abbia mai visto. Una cucciolata alla volta e tra una cucciolata e l’altra tanti mesi d’intervallo affinché ci sia sempre modo di tirare su i piccini appena nati, accudirli e accompagnarli al giorno dell’addio, che per loro è sempre un giorno di dolore. Osservarli sgambettare nella quiete di un giardino immenso e ben curato, individuare il carattere di ognuno, le peculiarità comportamentali che subito si manifestano, Uncino insolente e indemoniato, Ulisse introverso e solitario, Ursula paciocca e accomodante, e infine tu, dolcissimo e appiccicoso, attratto dagli umani più che dai propri simili, adorante e contemplativo nei tuoi malinconici sospiri e nella tua attesa quotidiana che a portarti via giungesse la persona perfetta per te.
Cioè io.
Io sono arrivata da te sessanta giorni esatti dopo, quasi per caso, una ricerca in rete e una telefonata, la richiesta di una femmina bicolore (per rivederci Vanda) e la risposta: solo maschi tricolori. Sono venuta lo stesso a vederti, per curiosità, e tu sei stato il primo a venirmi tra le braccia e l’unico che, dopo la prima di tre visite, sei rimasto col muso schiacciato contro il cancelletto a uggiolare perché già ti mancavo da morire.
Quando penso che ho titubato nella scelta, che quasi quasi avrei portato via Uncino anziché te perché la Delia mi diceva “è un mascalzone”, che stavo per perdere il regalo più bello della vita, quasi non ci credo. Eri tu quello perfetto per me. Tu e i tuoi occhi languidi, le tue labbra pendule, la tua pelle in esubero, i tuoi pois nella pancia, il tuo culo rotondo, la tua coda a antenna, le tue zampe a gatto, la tua voce roca, tu e nessun altro, con la tua personalità che s’incastra con la mia, sociale e selettivo, affettuoso e schivo, iperattivo e pigro, all’unisono con me.
Da quando ci sei tu, io non sono mai triste, non sono mai sola, non sono mai pentita, amareggiata, inquieta, delusa, irata. Da quando ci sei tu, io sorrido sempre. Dalla mattina quando apro gli occhi e ti vedo appiccicato a me in pose improbabili e immorali, alla sera quando li richiudo scaldata dal calore del tuo corpo che si cuce con il mio. Da quando ci sei tu, io sono sempre felice di tornare a casa e di vederti, sfamarti, parlarti, accarezzarti, metterti la pettorina e uscire nei prati e nei boschi, lungo le spiagge e per le strade del mondo.
Solo un anno, ma già un baule di ricordi insieme a te, e tante gente che non avrei mai conosciuto se non ci fossi stato tu, e mille avventure attraversate insieme, e tantissime fotografie che mi s’è intasata la memoria dell’iphone.
Come passa svelto il tempo della vita quando si è felici, vero Ubaldo?
Auguri, Bobi.

(Nella foto, Bobi la prima volta che lo vidi)

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Venerdì, sabato e domenica siamo stati al mare.
Una casina in mezzo alla campagna di Baratti, e mentre Micino da Scansano tornava ad esplorare libero nel verde, noi sperimentavamo l’incredibile dog beach di San Vincenzo e in tre giorni facevamo un’overdose di cani, sabbia, corse, inseguimenti, rotolamenti, buche, abbai, capitomboli, tuffi, sole. Ma ecco, improvviso, al terzo giorno, il crollo psico-fisico.
“Sarà stanco. Ha dato tutto. E’ cotto. Una bella dormita nel lettone e domattina sarà fresco come una rosa.”
Invece lunedì all’alba Bobi era moscio come una rosa appassita.
“Non avrà ancora recuperato. Quando tornerai da scuola dopo le tue quattro ore lo troverai rinato.”
Invece l’ho trovato semimorto.
“Senti cosa dicono i veterinari sotto casa tua.”
Ma dai veterinari c’era la coda e allora per distrarlo e vedere se reagiva l’ho portato alle Cascine dai suoi amici.
“Vieni, dai, andiamo da Giotto e Kira, ti aspettano!”
Lui però metteva a stento un passo dietro l’altro e ciondolava quel capone tutto naso e orecchie. Avrei dovuto capire e tornare indietro. Invece, certa che l’amicizia possa compiere più miracoli delle medicine, l’ho spinto ad andare avanti. E siamo arrivati al pratone dell’anfiteatro.
Infrascarsi in un cespuglio e beccare un forasacco nella narice sinistra è stato tutt’uno. Starnuti e muco, muco e starnuti. Poi, orrore, il sangue.
Quindici chili di cane tra le braccia e una corsa a perdifiato sotto la cappa irrespirabile di afa fino all’auto; uno zig zag tra il traffico; un parcheggio inventato; i pugni alla porta dei dottori.
“Va addormentato e operato.”
E menomale ho fatto in tempo a dirgli che già prima del forasacco non stava tanto bene. Un termometrino in culo e un numero enorme: “40. Impossibile procedere con l’intervento.”

E quindi il forasacco è ancora lì, rimbozzolito in un cantuccio al buio, bloccato nella sua corsa sempre in avanti da un meandro salvatore. Noi invece tutti concentrati sulla febbre, data da un’infezione non meglio identificata, che ha sballato le analisi buttando i globuli bianchi alle stelle. Facciamo i turni col lavoro per non lasciarlo solo. Veglie notturne per controllare che respiri. Pezzole fradice su quella testa a cupolino per rinfrescare la sua temperatura. A fare piscia e cacca ce lo porto in collo. Lui pare il ritratto della disperazione.

Il permaloso

21 maggio 2018

In tanti mi scrivono reclamando per il fatto che non ho narrato come sono andate le cose con Bobi al ritorno dalla gita a Berlino. Sono andate male.
Alla fine di un conto alla rovescia per me devastante e inebriante insieme, hanno suonato alla porta.
“VENITE!!!” ho urlato dal citofono pazza di felicità, e mi sono piazzata sul pianerottolo ad attendere l’arrivo dell’ascensore. Sudavo, dalla gioia e dall’emozione, ma anche dalla paura che il mio cane -che so- stentasse a riconoscermi. Invece mi ha riconosciuta, eccome. Ma nel frattempo me l’aveva giurata a morte, per cui si è comportato così.
La porta dell’ascensore si è aperta e lui non è uscito. E’ rimasto sulla soglia, la fronte tutt’una grinza, la bocca più ciondoloni del solito, e uno sguardo incancrenito.
“BOBI! BOBINO MIO!” ho preso a uggiolare. Per agevolare la sua corsa tra le mie braccia mi sono acquattata a terra, spalmandomi sul marmo gelido come il suo cuore. Mi ha studiata ancora per qualche secondo, guardandomi come si guarda una che ci sta sul cazzo abbestia, infine è uscito.
Il passo lento e titubante, come se camminasse sull’ova. La testa lievemente in tralice, com’a dire non ti voglio nemmen degnare di un’occhiata. Ha circumnavigato il mio corpo prostrato a terra ed è entrato in casa. Una breve ricognizione, la ciotola dell’acqua, la scodella della pappa, la cuccia personalizzata, il tappeto, il divano, il letto, ok, c’è tutto, ma sai, alla fine stavo bene anche dove mi hai lasciato per una settimana, in fondo non mi è mancato nulla, un attico con ampio terrazzo al quarto piano in zona Cure, e un uomo che mi ha fatto da servo mentre tu te la spassavi chissà dove.
“Bobi! Ma non vieni dalla mamma?”
Mah, io ho sempre sentito dire che le mamme stanno a casa con i loro figli e non vanno a giro per l’Europa.
“Bobi! Non ti sono mancata?!”
Bah, i primi giorni sì, ma poi me ne sono anche fatto una ragione e, che dire?, stavo bene anche con il babbo.
“IL BABBO?!”
Sì, il babbo, perché?
“Non scherzare e vieni subito dalla tua mamma!”
Fammici pensare.

Ci ha pensato per due giorni.
Un muso lungo che nemmeno.
Poi ha ceduto ed è tornato nel lettone insieme a me a ciucciarmi tutta.
Adesso mi ama (se possibile) ancora più di prima. Perché ha capito che niente si dà per scontato.

Quanto verde

20 maggio 2018

No, non sono le (solite) Cascine.
E’ Vallombrosa, con i suoi 1000 metri sul livello del mare, la sua foresta di abeti, i suoi prati in discesa, la sua abbazia benedettina, le sue carpe nel lago protetto, i suoi camosci liberi nei boschi.

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Mi raccomando

15 aprile 2018

“Allora. La mattina ti alzi e ti sistemi. Colazione, doccia, vestizione. Poi vai a svegliare lui. Lui dorme finché non vai a svegliarlo. Sveglialo dolcemente, con la voce in falsetto e tantissime carezze. Se gli sbaciucchi la panciottina e gli strimbelli un po’ il pisellone a lui fa piacere. Vedrai che tira un sacco di sbadigli, tutti sonori, molto umani. Tu lodalo e gratificalo ogni volta che ne fa uno. Sussurragli all’orecchio la parola PAPPA, con espressione felice, densa di aspettative. Lui riconosce la parola, ma anche il tono lo aiuta. Quando deciderà che è l’ora giusta, darà segno di voler scendere dal letto (ti lascio anche la sua cuccia, ma tu la notte lo farai dormire insieme a te, sotto le coperte, incastrato alle tue gambe, a volte ti metterà il culone tondo sopra il viso e ti sveglierai con le sue palle sopra gli occhi, vedrai come sarà bello): prendilo in braccio e scendilo tu, è abituato così. Mentre ce l’hai in braccio, digli tantissime volte ma che cane bello, che cane bellissimo, a lui piace.
Nel frattempo gli avrai preparato la pappa nelle dosi che ti ho indicato. Non sgarrare. Quando torno voglio ritrovarlo magro agile e scattante come adesso, non il botolo in cui mi hai trasformato Mimmo. Acqua sempre fresca nella ciotola. Finita la pappa, portalo fuori per la pipi e la popo. Mentre siete fuori, ripetigli le parole PIPI, POPO (in alternativa CACCA e PISCINA), lui capisce tutto, ha un vocabolario già piuttosto ricco. Raccogli sempre gli escrementi, ti lascio qui tre cilindretti con i sacchettini colorati. Quindi riportalo su in casa e vai pure al lavoro. Uscendo, ricordati di non dirgli MAI, per nessun motivo al mondo, CIAO, oppure IO VADO VIA, ASPETTAMI QUI; vai via e basta, magari uno sguardo dolce, una carezza sul testone, ma nessuna parola di commiato. Per lui CIAO significa soltanto: se non vieni anche tu io mi levo dalle palle e ti abbandono, e questo vale solo quando al parco fa i capricci perché non vuol tornare a casa.
A pranzo hai detto che, anziché mangiare in mensa, tornerai a casa e mangerete insieme. Lui mangia solo due volte al giorno, mattina e sera, ma a pranzo è abituato a qualche bocconcino. La pasta che sia solo integrale e di ottima qualità, la Garofalo va bene. Di formaggi solo il parmigiano, qualche scaglietta. Niente mozzarelle, stracchini o formaggi molli in generale. Per tornare al lavoro, segui le regole della mattina.
Quando uscirai, il pomeriggio alle 17, inizierà il divertimento vero, sentirai uno struggimento forte, una smania di vederlo che ti spingerà a precipitarti in fretta per la strada: corri a casa, salutalo festoso, infilagli la pettorina e portalo nei posti più belli del circondario. Sappi che gli amici delle Cascine ti aspettano, ho dato a tutti il numero del tuo cellulare, ti chiameranno, ed ecco qui i loro, potrai chiamarli in caso di qualsiasi necessità e loro correranno. Poiché tu hai solo due moto, ti lascio anche la mia auto affinché possiate spostarvi in coppia e andare anche fuori città. La passeggiata di Pian del Mugnone per esempio a lui piace moltissimo e tu potrai fare un’ottima merenda al bar in piazzetta. Durante le passeggiate, massima attenzione: siamo nel mese delle processionarie, quei bachi rivoltanti e pelosi velenosissimi per i cani: alle Cascine per esempio tieniti lontano dalla fontanella dell’anfiteatro dove ne sono già state avvistate alcune. Fai attenzione anche ai forasacchi: ancora non sono secchi, ma non si sa mai. Controlla sempre naso e orecchie, puliscigli il pelo con acqua calda e aceto nelle proporzioni che ti ho scritto, asciugalo bene ché non prenda il cimurro.
La sera cenerete insieme e poi, dopo l’ultima passeggiata, arriverà il momento topico del giorno: infilare sotto le coperte insieme a lui, per un abbraccio lungo una notte intera. Avrai cinque notti di questo godimento. Quando tornerò e dovrai smettere, lo so già, sarai disperato.
Ogni sera, quando sarò in albergo, ci faremo una videochiamata nella quale tu dovrai dimostrarmi che lui non solo è vivo, ma gode di ottima salute. Spero che, avendo insistito perché non lo lasciassi ai dog-sitter-gay ma a te, tu sia consapevole e felice di questo privilegio. Riattaccato il telefono con te, videochiamerò mio padre per fare la stessa cosa con Mimmo, suo ospite per la settimana. Certo, sarebbe stato meglio per te avere in casa sia il cane che il gatto, ma Mimmo è gelosissimo e Bobi ne è terrorizzato.
Bene, mi sembra di averti detto tutto. Hai dei dubbi? E’ tutto chiaro?”

Lui ascolta muto fino all’ultima parola, quindi dice ora levati dal cazzo, vai a Berlino, e lasciaci fare le cose da maschi in santa pace.

Pic nic di Pasquetta

2 aprile 2018

Alle Cascine praticamente ci si vive. Ma il pic nic finora non ci s’era fatto mai.
“Ovvia, facciamolo per Pasquetta!”
“Ma infatti! Perché andare a cercare dei pratoni altrove, quando il pratone più bello ce l’abbiamo sotto casa?”
“Alle 11 all’Anfiteatro!”
La mamma di Odilia aveva portato persino i sandwiches per i nostri cani.
“Ma che ci hai messo dentro?!”
“Le loro pappine!”
Per noi non ci siamo fatti mancare nemmeno i cantuccini col vin santo.
Tanto poi si cammina e si smaltisce.
Prima però uno strame di coperte, cicce all’aria e sole a picco.
Il parco pullulava di gente a piedi, in bicicletta, sui pattini, coi libri e coi droni tra le mani, i palloni tra i piedi, le magline a maniche corte, le scarpe da ginnastica, i fiori e le fusciacche tra i capelli.
Rientrati col tramonto, Pisellone ha avuto un crollo inverecondo e ora russa a quelloddìo.

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Pisellone

31 marzo 2018

“Guardate chi c’è: Pisellone!”
“Sì, sta arrivando Pisellone!”
“Ehi, Pisellone! Come stai, tutto bene?”
“Ma quanto è bello Pisellone?”
“Davvero, ma poi che pisellone ha!”

E io mi giravo di qua e di là a guardare di chi dicevano.
E dicevano di Bobi.
Un impeto di orgoglio mi ha pervasa.

La promessa sposa

31 marzo 2018

L’abbiamo incontrata lungo il fiume. Lei veniva in giù, noi s’andava in su. Da lontano sembrava una cucciola di pochi mesi, piccola, minuta, raccolta, perfettamente proporzionata. Bobi ha sgranato gli occhi e ha portato avanti gli orecchioni. Poi le è corso incontro. Lei era legata, perché è ribelle, cacciatrice, indomita e fuggiasca. Bobi le ha annusato il culo e gli è piaciuto molto.
“Come si chiama?”
“Miuccia. E lui?”
“Bobi.”
“E’ bellissimo. Non avevo mai visto prima d’ora un beagle così bello. Quanti anni ha?”
“Neanche uno: ha solo dieci mesi.”
“Accidenti, sembra adulto. Mi piacerebbe tanto avere una cucciolata con un padre come lui.”
Ci siamo scambiate il numero di telefono.
L’appuntamento è tra due mesi, stesso parco, stesso fiume.
Ho già iniziato a soffrire di gelosia.

Cene da cani

31 marzo 2018

Il gruppo cascinaro dei canai, selezionatosi e cementificatosi nei mesi, a questo punto può dirsi a tutti gli effetti un gruppo di amici. Amici vari a partire dall’età (si va dai venticinque agli ottantadue), dai titoli di studio (quinta elementare-laurea universitaria), dalle professioni (pensionati-addetti alle pulizie-commesse-impiegate-infermiere-insegnanti), dallo stato civile (sposati-separati-fidanzati-single), fino agli orientamenti sessuali (etero-omo-bi), in un’apertura mentale che fa del nostro microcosmo erboso-arboreo-fluviale un modello auspicabilmente ripetibile in una società ideale. Perno del gruppo nonché motore immobile, l’uomo dello chalet, nostro barista di fiducia, tappa obbligata e piacevole per rifocillarsi prima e dopo ogni passeggiata.
L’abitudine a vedersi tutti i giorni porta alla condivisione di momenti significativi della vita di ciascuno, così abbiamo preso a uscire insieme anche la sera, qualora se ne prospetti l’occasione adatta. I compleanni, per esempio. O la partenza di qualcuno. Il beagle Ares e la sua mamma umana ci lasceranno per sempre martedì prossimo per andare a vivere a Fuerteventura, un’isola subtropicale delle Canarie nell’Oceano Atlantico.
A differenza delle altre cene, quella di iersera è stata piena di malinconia per tutti noi.

La decisione

21 marzo 2018

Da quando il Moro mi ha detto quella cosa della Vanda, io ci penso sempre. Butto Bobi in macchina e vado a trovarlo in negozio.
“Accidenti com’è cresciuto! Che canone bello! E che muso incupito! Cos’ha, è arrabbiato?”
“Macché, ha questa espressione fissa. CoAutrice lo ha ribattezzato Buster Keaton.”
“Ha ragione! E’ lui, il divo del muto!”
“Che mi dici di lei, invece?”
“Eh, lei è a casa.”
“E come sta?”
“Ma, guarda, in realtà sta bene, è sempre la stessa, mangia volentieri, gioca, cammina con piacere. A non sapere niente, non si direbbe che ha un tumore. Tant’è che io e la mia compagna abbiamo preso una decisione.”
“Ah sì? Quale?”
“Non fare assolutamente nulla. Lasciarla vivere libera e serena finché giungerà la sua ora, senza mortificarla con operazioni chirurgiche e cure varie. Ci limiteremo a sperare che, andando per i sedici, anche il tumore proceda lentamente e la lasci in pace il più a lungo possibile.”

Ecco, io se m’ammalo di tumore voglio fare la stessa cosa identica.