Fake news: chi le diffonde, come e perché. E ancora: sono davvero in grado di orientare il pensiero comune? E di diventare una potente arma nelle schermaglie fra Stati? Se n’è parlato ieri mattina al Cinema Odeon in un incontro riservato agli studenti delle scuole superiori e organizzato dalla Fondazione Corriere della Sera, che ha individuato in quattro giornalisti (Martina Pennisi, Marilisa Palumbo, Luigi Ripamonti e -ospite di punta- Enrico Mentana) gli interlocutori adatti a confrontarsi con una platea di adolescenti.
Articolato in due momenti (una prima parte, in cui i relatori hanno esposto il tema sotto diversi punti di vista con l’ausilio di immagini e filmati, e una seconda parte dedicata al dibattito e al confronto con gli studenti), l’incontro è stato una di quelle piacevoli esperienze che non sempre possiamo dare per scontate quando accompagniamo fuori classe i nostri alunni: a volte chi li aspetta purtroppo non è in grado di porsi sulla lunghezza d’onda indispensabile quando si vuole parlare a persone di quella età. Troppo pesanti, troppo lenti, troppo noiosi, troppo distanti. E gli incontri si rivelano un pacco. Ma ieri non è stato così. Ieri, direbbe Rovazzi, è stato tutto molto interessante, fin dalle prime battute, quando Martina Pennisi ha spiegato origine e natura delle fake news, Luigi Ripamonti si è soffermato sul concetto di metodo scientifico, e Marilisa Palumbo ha insistito sul fallimento della visione utopistica che avevamo dell’informazione online. Io i ragazzi li guardavo. E vedevo che, benché le poltrone dell’Odeon spingano a un avvolgente sonnellino, seguivano vigili e coinvolti. Tuttavia è stato con l’arrivo di Enrico Mentana che la mattinata è veramente decollata. Il volto più noto de La7 è arrivato in ritardo (per colpa del treno), ma non tardi, e ha fatto in tempo ad acciuffarli tutti, quei ragazzi sprofondati nelle sedute di velluto ocra, e a scuoterli ben bene dicendo loro ciò che non si dice loro mai abbastanza: che non ci si abbevera alla prima fonte che si trova, che è indispensabile lottare contro questo sistema che li inchioda a casa con i genitori, che l’Italia non è un Paese per giovani visto che le riunioni della Confindustria sembrano la piscina di Cocoon, che le leopardiane “magnifiche sorti e progressive” sfortunatamente non sono magnifiche e nemmeno progressive, che andando avanti di questo passo, se proprio i giovani non faranno niente (come niente hanno fatto i loro padri), la più grande fake news diventerà l’articolo 1 della nostra Costituzione, che definisce l’Italia una Repubblica “fondata sul lavoro”.
“Ho la voce tremante e il cuore a mille –ha detto Gessica Valenti, 18 anni, studentessa dell’Artistico di Porta Romana- ma vorrei ringraziarvi davvero per aver organizzato per noi questa mattinata. Sì, è vero, il futuro è nelle nostre mani. Ma forse noi non siamo pronti, forse non siamo la generazione giusta, forse è presto. O forse ai miei coetanei non gliene importa abbastanza.” Amara (ma veritiera) conclusione di un incontro da cui nessuno è uscito uguale a com’era entrato.

(domani sull’inserto fiorentino del “Corriere della Sera”)

O tutti o nessuno

8 ottobre 2018

L’occasione ce la dà un corso di formazione per giornalisti.
Partiamo per Assisi il sabato mattina presto, il corso inizia alle 10:30 (e dura otto ore, per un totale di dieci crediti deontologici), il programma è restare a dormire e fermarsi in Umbria anche l’indomani, abbiamo prenotato il solito agriturismo di due anni fa, quello dove andai insieme alla Livia (qui un ripassino).
Questa volta ci vado coi miei due cavalieri, uno a due, l’altro a quattro zampe, entrambi felicioni di partire e stare tutti insieme per un fine settimana umbro solo nostro.
Come tutte le altre volte in cui ci sono stata nella vita, il tempo è pessimo, Assisi appare avvolta tra la nebbia e mi fa lo stesso magnifico effetto da tonfo nella pancia.
Mi lasciano all’ingresso del corso e, mentre l’umano è pronto per una giornata da spendere solo insieme al cane a girellare, visitare, e assaporare prodotti solidi e liquidi tipici della regione, il cane -intuita l’imminente separazione del collaudato trio familiare- non nasconde segni di inquietudine.
Si blocca infatti davanti alla sala stampa. Sguardo, postura e atteggiamento parlano al suo posto: io non mi muovo di qui nemmeno se mi strangolate col guinzaglio.
“Allora ci vediamo alle 18 quando finisco qui, ok?”
“Ok” dice l’umano.
“Ok un cazzo” pensa il cane.
Infatti io entro, registro la mia presenza col tesserino elettronico, trovo posto in platea, permesso, scusate, grazie mille, mi sistemo, sfilo la giacca, estraggo moleskine e ipad, ascolto, scribacchio, mi rilasso. Come si sta bene qui ad Assisi. C’è sempre quest’atmosfera di pax et bonum, pace e bene, che avvolge anche chi non è cristiano. Tutti parlano sottovoce per le strade, perfino i bambini, che non schiamazzano e sono mansueti come lupi di Gubbio. La città è linda, e tanta pulizia ti fa sentire pulita pure l’anima. Ho portato con me anche le prime prove scritte somministrate agli studenti: quando il livello di attenzione avrà dei cedimenti, mi distrarrò correggendone qualcuna. Mi sento bene. Sono in un posto splendido, faccio una cosa interessante, e quando uscirò da qui troverò ad attendermi i due maschi che amo di più al mondo.
Ignoro del tutto che lì fuori, intanto, a pochi metri da me, si consuma la tragedia.

Impietrito dalla prospettiva di scorrazzare per Assisi senza la sua adorata mamma, un recalcitrante Bobi s’impuntava sull’acciottolato medievale e rifiutava di andarsene dal punto esatto in cui l’aveva appena vista scomparire. Al motto di “O TUTTI O NESSUNO” dichiarava quindi di indugiare in altro tempo ogni diletto e gioco e, data la fastidiosa insistenza dell’umano (che generalmente chiama babbo, ma che nell’occasione gli risulta odioso e quindi non riconosce come tale), triplicava il proprio peso corporeo assumendo la modalità cane defunto.
L’umano allora ricorreva a un taxi, che riconducesse lui e il cane al parcheggio (diametralmente opposto da lì) in cui sostava l’auto padronale. Sollevava di peso il cane e lo spingeva dentro l’abitacolo mentre il cane per protesta s’irrigidiva negli arti anteriori e posteriori assumendo la modalità cane paralitico e mentre il taxista guardava la scena inorridito. Giunti finalmente a destinazione, mentre l’umano era impegnato a pagare il conto del breve tragitto, il cane si cimentava in uno dei suoi più famosi numeri (colpo di collo con rinculo) e si sfilava la pettorina con una mossa che il mago Silvan se la sogna, lasciandola appesa e ciondolante al guinzaglio, che l’umano (sempre impegnato nel pagamento e nei ringraziamenti al taxista) percepiva vagamente come troppo leggero e moscio.
Ed eccolo, il grande Bobi fuggitivo, lanciarsi a perdifiato giù per i tornanti che da Assisi conducono a Santa Maria degli Angeli. E, annaspante e madido dietro a lui, ecco il povero umano che corre disperato nel tentativo (rimasto vano per un tempo incalcolabile) di acciuffarlo. Le cronache assisiate (anche per rispetto all’imminente Marcia della Pace) tacciono le eresie dal poveretto pronunciate a squarciagola.

Ma tutto è bene ciò che finisce bene.

L’ospite narrante

7 settembre 2018

CollegAttore (docente di Matematica presso la mia scuola e insegnante di tecniche teatrali presso il Teatro della Pergola) aveva una storia bellissima, tragica e comica insieme, da raccontarmi. Chiamo altre due colleghe a me molto care e organizzo una cena a casa mia dove lui sarà l’ospite narrante.
Il loro arrivo è abbracciato dai profumi della tavola: ho preparato due ciotole di riso (uno integrale, l’altro thai) da accompagnare alle diverse portate pensate per l’ospite d’onore, che è allergico a un monte di alimenti. Il pane e tutti i suoi derivati, per esempio. Ogni tipo di latticino. La carne. In un pomeriggio di aromi e di sudore ho cucinato verdure stufate, peperoni ripieni, dischi di melanzana con cupola di farcia in forno, sogliole e gamberi. Sul tramonto ho portato Bobi alle Cascine per camminare e rilassarmi. Alle otto e trenta eccoli tutti.
Mi si è incantato l’accendigas dei fornelli in cucina e un suono incessante quanto petulante (TRI TRI TRI TRI TRI) intende compromettere l’incontro.
“E’ impensabile mangiare con questo martellìo -dice CollegAttore- mi spoglio e te lo aggiusto.”
Sfila il gilet, toglie la camicia, resta in canottiera.
“Porti la canotta con questo caldo?!” trasaliamo ridendo noi donne. CollegAttore afferma che la mattina in scooter è freddo e ci intima di farci i cazzi nostri. Per placarlo gli diciamo che il sogno erotico di ogni donna è un uomo che gira per la casa in canottiera facendo lavori prettamente maschili. E infatti ualà, il rumore non c’è più (ometterò di rivelare il metodo a cui è ricorso Attore) (o forse potrei anche scriverlo?) (no, meglio di no) (ma sì dai! Ha reciso il filo con le forbici, quanto si dice la professionalità).
Ci mettiamo finalmente a tavola. Con un Buddha Bar in sottofondo spolveriamo quasi tutto e ci spostiamo nel salottino. Tra dolci caffè e liquorini CollegAttore ci racconta quella storia. Una storia che vorrei trasformare in un libro per ragazzi illustrato dai miei studenti, per cui no, nessuna anticipazione. La racconta col talento affabulatorio che lo contraddistingue, allunga le scene, dilata le descrizioni, crea l’attesa, fa esplodere la risata con un gesto mimico.
E insomma, mi metto al lavoro.

La mia Nadona

1 settembre 2018

Quando la vidi per la prima volta, lei aveva sedici anni. Io tre. Era bellissima. Secca rifinita ma con il visino tondo, lo sguardo timido e corrucciato, gli incisivi leggermente in fuori. Due gambe luuuunghe e stecche che mostrava sotto minigonne anni Sessanta. Quegli anni lì. Due piccoli nei, uno al lato della bocca, uno sopra il mento. Gli occhi neri neri, i capelli lisci lisci, castani, rincalzati dietro le orecchie. Le mani affilate, le unghie curate. Cantava una canzone in cui si domandava cos’è la vita senza l’amore e si rispondeva che è come un albero che foglie non ha più. Ma che freddo faceva, in quegli anni lì.
Da piccina io cantavo sempre. Il mio gioco preferito era passare i pomeriggi a infilare 45 giri in bocca al mangiadischi blu, seduta sul lettino, e andare dietro alle parole. Di tutte quelle che cantava Nada, le mie preferite erano due. Che colpa ne ho se il cuore è uno zingaro e va, catene non ha, il cuore è uno zingaro e va. Ma soprattutto Gelosia ah ah. Mi esibivo spesso per il babbo, che me la prenotava tornato dal lavoro. “Su da brava, cantami Gelosia”. Gelosia ah ah, gelosia ah ah, è l’amore che non ti sorride piu’; la credevo un sentimento ed è una malattia. Guarirò, guarirò. In effetti son guarita. Ma non dall’amore che provavo per quella ragazzina.
Quando è diventata donna, Nada ha abbandonato il melodico italiano e virato verso altri generi musicali che non saprei come chiamare. Certamente oggi Nada è rock. Ma è anche intimista e sperimentatrice. La sua voce graffia più di allora perché negli anni ci è andata giù pesante con i sigari. Come tutte noi quando invecchiamo, è diventata più grossotta e gli son venute le cioccione. Resta indiscutibilmente bellissima e bravissima.
Ieri sera era in concerto a San Salvi Città Aperta.
“Mangiamo al giapponese e poi corriamo ad applaudirla?”. Impensabile un rifiuto.
Cantavo a squarciagola insieme a lei come da piccina e intanto mi tornava a gola il sushi. Ero felice.

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Aperto il profilo su Instagram, Pippi_Stinta è andata immediatamente in overposting.
Subito quelli di 5H l’hanno taggata.
Lei c’è rimasta male, ha fatto irruzione sul gruppo classe di whatsapp e ha chiesto spiegazioni.
Loro l’hanno tranquillizzata e per spiegarle cos’è un tag le hanno tenuto un corso di aggiornamento in tempo reale.
Lei però stentava a capire.
Allora le hanno fatto gli schemini come lei a lezione.
Lei ha risposto grazie, adesso ho capito, tuttavia chi vuole taggarmi deve pagare.
Loro hanno messo la faccina con gli occhi al cielo pensando questa non capisce un cazzo.
Di lì a poco, poiché metteva troppi like alle loro foto, le hanno dato di spammona.
Però almeno per ora non l’hanno bannata.

Chi mi conosce, conosce anche la passione che da sempre ho per la fotografia. Per questo quando entrai all’Artistico esultai vedendo che mi avevano assegnato una certa 3H a indirizzo audiovisivo multimediale. Generalmente i miei colleghi aspirano alle classi di Pittura, Scultura, Oreficeria. Io tra i fotografi ero (e sono) tutta nel mio centro e addirittura chiesi alla Pina se mi lasciava intrufolare in classe durante le sue ore per imparare qualche segreto dalla camera oscura.
Diversi anni fa una collega della vecchia scuola in cui insegnavo aveva detto “una come te, che ha sempre il cellulare in mano per scattare foto, deve farsi un profilo su Instagram!”, ma io ero stata faticona, avevo pensato che questo Instagram assomigliasse troppo a facebook (che aborro per partito preso), e avevo declinato il suo suggerimento.
Poi qualche mese fa, mi pare, mi rimbalzò di nuovo in testa quell’idea. Era un (raro) pomeriggio inattivo, forse pioveva perché quando piove il cervello mi si affina, mi misi al computer e ci provai. Seguii pedissequa le istruzioni, mi parve di cliccare i tasti giusti, di rispondere bene alle domandine, di inserire i dati richiesti. Ma (da non credere) fallii. Tornata a cercarlo, non trovai mai il mio presunto profilo e (umiliata) decisi di desistere per sempre.
Ma veniamo a tempi più recenti.
La fissa col plein eir e la copiosa produzione di acquerelli di cui sono vittima e carnefice da luglio a questa parte ha spinto un’altra collega ancora a suggerire l’inaugurazione di un profilo sulla piattaforma pensata per le foto. “Io intanto ti organizzo un vernissage” ha aggiunto. Pensavo che scherzasse, invece il vernissage pare si farà davvero. Non pensiamoci.
Mi sono rimessa al computer e ho ricominciato la trafila. Ma già all’inserimento del nome sono sorti i problemi: antonella_landi c’era già. Che fosse maledetta. Chi (cazzo) era costei, come osava soffiarmi l’identità, come poteva scattare foto qua e là nell’etere servendosi del mio nome!
“Pensavi di essere l’unica antonellalandi sulla terra? Sarà una tua omonima -mi ha illuminata LaCecy, amica genovese trapiantatasi a Trieste- scegli un nome nuovo e vai con quello.”
Grazie al suo aiuto paziente e puntuale, Pippi_Stinta esiste.
I miei studenti l’hanno stanata ancora prima che postasse la prima immagine.
Se non avete impegni migliori, cercatela.
Ah, sì, quell’antonella_landi di cui sopra ero io. Quel giorno ero stata brava e senza saperlo ce l’avevo fatta.

Ottavia chi?!

25 agosto 2018

Quando (domenica scorsa, alla cena in campagna di Cri e Gio) ebbi la fortunata ventura di imbattermi in Cirana e le Cinciallegre (se ti sfugge chi sono leggi qui), tra le tante parole (molte delle quali strulle) che furono dette, ce ne fu anche qualcheduna (stranamente) sana. Tipo.
“Venerdì sera a Perlamora presentano un libro.”
“Che libro?!”
“Mah, qualcosa con Ottavia.”
“Ottavia chi?”
“O che lo so. Ottavia è nel titolo. Mi pare Ottavia e le altre. Dev’essere bellino. Perché non ci si va tutte insieme? E’ una serata al femminile, l’autrice è una donna e verrà presentata dall’assessora alle Politiche Sociali Ottavia Meazzini. Ci si sta bene anche noi!”
E chi poteva disse che, sì, ci sarebbe venuta perché, sì, ci si sarebbe state bene anche noi, tutte donne in mezzo ad altre donne.
La serata in questione, orbene, era ieri.

Intanto Perlamora che cos’è. E’ un circolo culturale-storico-agricolo. Proprio così, con questi tre aggettivi insieme. Un posto (ora che l’ho visto, incantevole) in un punta a un poggio del Valdarno, immerso nel verde collinare, tenuto parecchio a modino, dotato di piscina, villozza con torretta, parco lussureggiante e un ristorante favoloso dove ti portano quello che decidono loro, ma ci danno in pieno. Spesso capita che, dopo cena, si sospenda il ricreativo e si principi ad avviare il culturale. Come ieri sera.

L’autrice ospite della serata era la psicologa e psicoterapeuta Piera Spannocchi; il libro che presentava (avevano ragione le Cinciallegre) s’intitolava proprio Ottavia e le altre. Ora però cosa è successo.
Noi s’era salite lassù in punta animate dalle migliori intenzioni. Cenare con educazione, ringraziare sempre il cameriere Ignazio (che saluto caramente), dopodiché spostarsi sotto il tendone delle iniziative e ascoltare cosa aveva da dirci la Spannocchi. Ma -lo sappiamo tutti- non sempre i progetti che facciamo vanno in porto. John Lennon stesso disse che la vita è quello che accade mentre facciamo altri progetti. Ed ecco quello che è accaduto.

Cirana aveva una serata particolarmente generosa in fatto di battute. Noi, ascoltandola e gradendone l’indiscussa dote oratoria, le siamo andate dietro dietro come le nanine a Konrad Lorenz. L’è stato tutt’un chiacchierare, un ridere, un raccontarsi, ondeggiando tra il faceto ma anche il serio, fino a sconfinare addirittura nell’intimo, con punte tragiche che non starò in questa sede a riportare.
Le portate erano molto numerose e noi, giù, chiacchiera come se non ci fosse un domani, narrazioni, memorie, aneddotiche, lazzi, commozioni. Intanto mastica e bevi di santa ragione. Finché (dice) “inizia la serata”. Ma noi ferme al nostro tavolo, ancorate come navi in porto, appuntallate con i piedi alle seggiole e le mani aggrappate alla tovaglia. Non c’avessero a prendere di peso e a portar di là. Di là, intanto, partiva il carrozzone: presentazione dell’assessora, letture dell’autrice, financo inserti musicali di un tipo alla chitarra. Noi nulla. Inchiodate alla nostra postazione, s’è messo a tacere anche la Cri che (coscienziosa) ricordava: o ragazze, hanno incominciato, che si va o no? Risposta: no.
E infatti non ci siamo andate. Non ci siamo presentate proprio. Ci siamo alzate a una cert’ora giusto per cambiare lochescion e apparecchiarci intorno a un tavolino che noi abbiamo decretato da fumo, a speare beate seguitando con tutti i nostri discorsi.
Poi, quando la presentazione del libro è finita e gli ospiti se ne sono andati, s’è avuto anche il coraggio di dire l’era l’ora, senti come si sta in questo silenzio.

Bobi e Robert Redford

23 agosto 2018

Una delle più grandi fortune della vita è stare bene nel posto di lavoro, il che vuol dire esercitare una professione che ci rappresenta e farlo insieme a gente ganza.
Quando chiesi il trasferimento all’Artistico di Porta Romana, lo feci perché l’edificio è straordinario e perché mi parlavano di una preside bravissima. Di lì a poco avrei scoperto che anche quelli che ci studiano sono particolarmente affascinanti e quelli che ci insegnano (ciascuno nel proprio personale stile) prevalentemente interessanti. Robert Redford (docente di Storia dell’Arte) spicca su tutti per cultura, intelligenza, doti didattiche, ironia e (che non guasta mai) avvenenza. Ha una casa-museo in cui ha raccolto opere d’arte di pregiato valore e un’oggettistica variegata che mescola con grazia disinvolta lo chic con il kitch. In quell’appartamento al quinto piano di un palazzo panoramico nella romantica periferia fiorentina non v’è un angolo sgombro e ogni stanza straripa di libri, quadri, suppellettili, ricordi, fotografie, sassi colorati, cuscini, palle di vetro, collezioni di uccelli e planetari. Andare a pisciare nel suo bagno comporta la concentrazione che di solito mettiamo in un atelier.
Ieri sera mi ha invitata a cena.
“Questa volta, se non ti dispiace, porterei anche Bobi. Da molto tempo ormai padroneggia sfintere e vescica, è disciplinato ed educato, insomma un brav’omino. Posso?”
Robert ha detto che non solo potevo: dovevo.
Bobi è entrato e, tartufo a terra, immediatamente ha preso a ispezionare. In salotto ha preteso di sedersi sul divano bianco latte. Per ammazzare il tempo dell’attesa della cena ha inteso baloccarsi con le palle di vetro colorato. Poiché Robert dissentiva, si è accontentato di ciucciare l’angolino di un cuscino ricamato a mano. Trasferiti in cucina, ha controllato cosa prevedesse il menù puntando le zampe sulla tavola e appoggiando le bagioge appiccicose sulla tovaglia di lino azzurro mare su cui ha lasciato una sgorata generosa. Quindi ha atteso la pausa cicchino per afferrare di nascosto (io però l’ho visto) una fetta di pecorino stagionato già adocchiata in precedenza e ingurgitarla senza masticare. Ha altresì gradito l’acqua fresca che Robert Redford gli ha versato nella ciotolina a forma di osso firmata Tiger.
Tornati in sala dopo il lauto pasto, ha rifiutato di sedersi sul telo offertogli da Robert ed è tornato ad accucciarsi accanto a lui sopra il divano, questa volta notando però un gatto di pezza nera adagiato sullo schienale e pretendendo con tutte le sue forze di entrarci in confidenza.
Quando, stremata dai richiami e umiliata dallo sbugiardamento a cui dovevo sottopormi, ho estratto dalla borsa la famosa palla parlante per cani (un oggetto strepitoso che consiglio anche a chi il cane non ce l’ha) per distrarlo dal gattino nero, ha preso ad inseguirla e conseguentemente a farla ruzzolare, sbattere e parlare, un casino a quell’oddio.
Robert Redford ha resistito fino all’una di notte. Infine ci ha cacciati.
Della serata mi resta una foto eloquente in cui Robert siede sul divano e Bobi, accanto a lui, si finge complemento d’arredo.

Cirana e le altre

23 agosto 2018

Sono stata alla cena di compleanno della Cri, moglie del cugino Gio.
Cri e Gio sono una splendida coppia, hanno due magnifici ragazzi grandi (uno ama i polli e le galline, l’altro sta per emigrare definitivamente in Spagna), vivono in Valdarno e possiedono quella magnifica colonica sgarrupata che confina con la tenuta di Sting e in cui io amo tanto andare sia d’estate sul pratone panoramico incastrato tra i cipressi che d’inverno al caldo della cucinona con il canto del foco.
A quella cena veramente non ci volevo rimanere, in Calabria ho ecceduto e ora a livello enogastronomico percorro una triste fase disintossicante. Il mio piano era passare al volo, fermarmi una manciata di minuti, consegnare in dono alla festeggiata un mio acquerello incorniciato, salutare e tornare alla città.
C’era però questo gruppo ridanciano di persone tra cui spiccava lei, Cirana, una delle donne più buffe conosciute in vita mia, simpatica avvocato autoironica, intelligente produttrice di battute perlopiù autolesioniste, e intorno a lei un coro garrulo di accoglienti cinciallegre di variegata estrazione e professione, tutte parimenti interessanti. E insomma non so come sia andata, mi sono ritrovata a tavola seduta in mezzo a loro che non conoscevo e insieme a loro ho riso riso riso fino ad avvertire quel dolorino addominale sintomo di un momento veramente divertente.
“Ehi, pss -mi bisbigliava sornione all’orecchio il cugino Gio bussettandomi il costato con il gomito- chissà cosa non ci tiri fuori domattina sul tuo blog con tutto questo materiale, eh?”
E invece m’è venuto il blocco e di una serata così bella non so che cosa scrivere.

Un’altra Calabria

19 agosto 2018

Qualcosa come trent’anni fa il babbo e la mamma decisero di comprare una casa in Calabria.
Nessuno dei due vantava pur remote origini calabresi. Ma qualche estate prima eravamo andati tutti insieme là in vacanza e loro se ne erano innamorati.
“Ma che siete pazzi?!” urlavamo io e il Rondine, che avevamo lasciato il cuore sul golfo di Lacona e a Forio d’Ischia, fino a quel momento nostre mete annualmente reiterate.
“A noi ci garba” tagliavano corto i nostri genitori.
“E noi non ci verremo” replicavamo ricorrendo alla minaccia.
“Va bene, resterete a casa” perché raramente le minacce in casa nostra hanno funzionato.
“Ma ragionate in termini di tempo -adottavamo allora la prospettiva temporale- noi cresceremo e andremo in vacanza per i fatti nostri, mentre voi invecchierete e quei 750 chilometri di strada diventeranno impercorribili perché tu, mamma, vorrai un posto più vicino e tu, babbo, avrai sempre più difficoltà a guidare.”
Il babbo si toccava le palle per scaramanzia, la mamma diceva pensate ai cazzi vostri.
Comprarono quindi quella casa. Nel tempo, l’arredarono con gusto e la corredarono di ogni confort, compreso il climatizzatore.

Ci siamo sempre andati obtorto collo, quel posto non ci era familiare, era selvatico, troppo diverso dai luoghi a cui eravamo abituati, le spiagge non erano attrezzate, i paesini apparivano malconci, la gente parlava una lingua strana piena di vocali spalancate, buOngiOrnO, buOnasErA, tuttO a pOstO?
Il babbo e la mamma invece ogni volta che partivano alla volta calabrese parevano due pasque e quando tornavano la macchina straripava di limoni e puzzava di cipolle di Tropea.
Io e il Rondine crescemmo e, come da copione, prendemmo a viaggiare.
Il babbo e la mamma, contro ogni previsione apocalittica e favoriti entrambi dall’arrivo del pensionamento, seguitarono beati a scendere in Calabria quando gli pareva e gli piaceva, strinsero solide amicizie coi locali, diventarono intimi con Norina la verduraia, Nina e Antonio i villeggianti, Nello il titolare del ristorante Maris, Sina la fornaia e Osvaldo il pesciaiolo. Poco prima di morire, inferma sulla sedia di lillà, la mamma chiese al babbo un ultimo viaggio in Calabria, che poi l’ultimo non fu visto che il babbo ce la porta ancora sistemando sul sedile accanto al suo l’urna lignea con le ceneri.

Il Rondine si riavvicinò alla Calabria quando nacque il Frenky.
“Ma sai che ci si sta proprio bene? -diceva al suo ritorno- il mare è splendido, la gente è gentile, la casa confortevolissima. Per delle vacanze con un bambino è davvero l’ideale.”
Dato il mio stato di neomamma, tre settimane fa ho deciso di tornarci anch’io. Dall’ultima volta erano passati vent’anni. La Calabria mi è sembrata un’altra, i tartufi di Ercole nella piazza centrale a Pizzo, il pesce di Maris sulla spiaggia, il monte Mancuso dietro casa dove rifugiarsi nelle ore di calura, la bellissima Sila Grande col suo lago di Cecita e Camigliatello che sembra di essere sulle Dolomiti, la pizza al Tipiko di Amantea, il Museo della Lambretta a Feudo De Seta, il borgo di Le Castella a Isola Capo Rizzuto, il panorama sempre mozzafiato e due cene memorabili alla Torretta di Fiumefreddo, la verdura che sa di verdura, il piacere di cucinare. E tutte quelle cose che all’epoca non riconoscevo questa volta le ho sentite mie.
Il bambino, poi, si è divertito da morire.

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