La classe diesel

18 novembre 2009

Ci sono classi che partono in quarta e in una settimana acchiappano al volo le regole, prendono il ritmo della marcia e si mettono in cammino.

E ci sono classi che hanno bisogno di tempo, che devono orientarsi nell’ambiente nuovo, devono capire da chi sono circondate, individuare le vie di fuga, studiare i nuovi compagni, mettere a fuoco i nuovi professori, di cui sospettano per partito preso.

Mentre aspettano di fare luce tra le tenebre della nuova scuola, assumono in volto l’espressione di un ghiozzo che vigila nei fondali marini.

Generalmente in quella fase non si evidenziano per intuizione, ironia e perspicacia, né brillano per simpatia.

Tu gli butti lì una battuta e loro non ridono, perché non possono credere che tu abbia voglia di scherzare.

Tu gli dai dieci esercizi da fare e loro te ne fanno cinque, perché non riescono a concepire che alle superiori si debba studiare più di un’ora al giorno.

Tu gli annunci un’interrogazione e loro convincono i genitori a farli rimanere a casa, perché si sentono addosso i segni inequivocabili dell’attacco di panico premeditato.

A te, che te li ritrovi davanti tutte le mattine, stanno leggermente sui coglioni.

Dal momento che confidare loro le tue personali sensazioni ti creerebbe diffusi problemini relazionali, ti limiti a riempirli di partacce a brutto muso, con le quali miri a svegliarli dall’inspiegabile torpore intellettuale che obnubila le loro teste.

Contemporaneamente fai inviare dalla segreteria letterine minatorie a casa loro e schiaffi sul registro voti da schedina.

Poi un bel giorno, e proprio quando avevi smesso di sperarci, clic: la lucina s’accende, il motore s’ingrana ed essi partono.

Tengono il ritmo con gli appunti, cominciano a studiare, svolgono dieci esercizi su dieci e affrontano la prova orale col coraggio di Massimo Decimo Meridio.

Parallelamente, prendono a sorridere alle battute e addirittura a partorirne delle proprie, di una certa qualità.

Si aprono, ti permettono di farsi conoscere e ti confidano addirittura che il sabato sera hanno preso il vizio di uscire tutti insieme per andare a mangiare la pizza coi fagioli rifatti all’uccelletto, una delle verità più ignominiose da condividere con un’estranea.

A quel punto il tuo quadro è completo: con la Classe da Amare, la Classaccia dei Terribili Trenta e la Classetta Niente Male, capisci di avere tra le mani una Classe Diesel.

Perfetta per un viaggio lungo, poco dispendioso e assai confortevole.

Banchetto di classe

17 novembre 2009

A Napoli gridavano “la conoscenza non si vende, si apprende”.

A Roma urlavano “il futuro è nostro: riprendiamocelo”.

A Cosenza intonavano “solo la conoscenza cambierà il mondo”.

A Firenze, in una scuola dell’immediato semi-centro, una classe quasi integralmente al femminile decideva per una volta di non andare ad occupare i binari alla stazione ma di entrare in aula, apparecchiare la cattedra con le più raffinate prelibatezze dolciarie e prepararsi mentalmente alla visione di un film dedicato all’assolutismo francese del Re Sole.

E poiché la tecnologia mi abbandona puntualmente proprio quando ho più bisogno di lei, mentre l’addetta organizzava il trasferimento di noi tutte in uno dei laboratori di Informatica per farci gustare la pellicola in costume sul grande schermo, come un Francois Vatel in gonnella davo il via ufficiale ai festeggiamenti.

Cosa festeggiavamo?

La fortuna di esserci miracolosamente trovate, di esserci immediatamente piaciute, di aver cominciato energicamente a lavorare insieme, di aver sfacciatamente pianificato un anno allegro fatto di teatri, concorsi di poesia e lezioni ridanciane.

E festeggiavamo anche la possibilità di fare Storia in un altro modo, di unire il dilettevole all’utile, di mettere sui banchi ogni nostro talento per condividerlo e valorizzarlo.

Sembravamo diciannove dame (io modestamente la dama stagionata) alla corte di Versailles.

L’unico ragazzo della classe pareva il nostro re.

Solo, molto più democratico, acuto, onesto e simpatico dell’originale.

Alle medie, per un’ora

16 novembre 2009

Mi hanno chiesto di tenere una lezione dimostrativa ai ragazzini delle medie in visita all’istituto superiore dove insegno e ho detto sì.

L’ho detto perché finora avevo detto solo no, a partire dai progetti, che notoriamente provocano su di me una forma spontanea di orticaria.

L’ho detto perché il Preside mi è molto simpatico, perché è gentile e perché è buono e io davanti alle persone buone rantolo e soccombo.

L’ho detto perché (quando si dice la sfiga) mi è molto simpatica anche la referente d’indirizzo, una donna competente, frizzante, fantasiosa e accogliente.

Così mi sono preparata una lezione di parole, date, regole e concetti a cui ho mescolato note musicali degli anni Sessanta, degli anni Novanta e qualche cazzata delle mie a fare massa.

Poi li ho attesi sulla porta di un’aula al primo piano.

Sono arrivati in fila per due, accompagnati dai professori di Matematica e Italiano.

Erano diciassette e assomigliavano tanto ai diciassette con cui ho diviso tre anni della mia vita, in quella parentesi straniante che passai alle medie.

In mezz’ora ho memorizzato qualche nome: Tommaso come mio fratello, Francesco come mio nipote, Lapo come Lapo Gianni, Eleonora come quella che tenevo sempre vicina alla cattedra per evitare che fosse eliminata dai compagni, Mattia come quello che non si ricordava mai il passato remoto, Sara come quella che se la tirava, Irene come quella perbene, Andrea come quello che mi strappò via il cuore insieme a dieci anni di vita.

Ho chiesto cosa fosse un endecasillabo, cosa volesse dire enjambement, cosa significasse terzina e come fosse fatto un sonetto.

Ho domandato se i poeti suscitassero in loro tedio o esaltazione, sensazioni d’inutile fatica o di appagato impegno.

E siccome rispondevano con la voglia di rispondere e gli è anche scappato detto che l’anno scorso erano tra i cento cantori a declamare i versi del poema di Dante per le strade di Firenze, li ho pregati di recitarne qualcuno all’unisono con me.

Forse di me avranno pensato che sono leggermente svarionata, che pompo il volume dello stereo un po’ troppo alto, che vedo nessi tra musica e poesia anche laddove non ci sono.

Forse si sentivano come si sentivano i miei ragazzi quando andavano in giro a visitare gli istituti superiori di Firenze e mi lasciavano in classe da sola ad aspettare che tornassero.

Forse saranno rimasti impressionati in positivo dall’impatto con l’ambiente che hanno visitato.

Forse vi si iscriveranno.

O forse no.

Io, quando se ne sono andati ringraziando e sorridendo, ho pensato a come sono cambiati i meccanismi nelle nostre scuole.

Quando ero studentessa delle medie non andai a visitarne neanche una.

Nessun professore mi ci accompagnò.

Nessun professore era ad aspettarmi per farmi una lezione dimostrativa che mi convincesse che quella era una buona scuola.

Le buone scuole, come le brave ragazze, avevano una fama che le precedeva e spianava loro la strada.

L’idea di varcare il portone di un liceo prima di averne l’età giusta era impensabile, per certi aspetti offensiva e comunque altamente vietata.

La scelta del futuro si faceva all’ombra del mistero, delle dicerie, dei risultati finali pubblicati a giugno.

Ma anche lì, come si sono trasformati i meccanismi: all’epoca era più prestigiosa e interessante la scuola che selezionava con equa spietatezza.

Oggi la scuola mi pare un po’ un’azienda: mette in mostra la merce (che chiama offerta formativa) e quando sa che vieni a prenderne visione si tira a lucido e indossa il vestito buono della festa.

Oggi la scuola mi pare anche un po’ puttana: per convincerti ad andarci ti promette un rapporto semplice e pure qualche sconto.

Ai ragazzini delle medie che ho incontrato stamani, prima che andassero via per sempre, ho detto di fare di tutto per riconquistare il loro ruolo, per smentire quelle voci che li dipingono stupidi e vuoti, per pretendere una scuola e un mondo dove la serietà e la correttezza non siano una barzelletta raccontata dai più scemi, ma un pensiero intelligente e necessario col quale fare i conti tutti i giorni.

Wabi e Sabi

15 novembre 2009

Al ristorante giapponese ieri sera, per cominciare e cominciare bene ho preso una osumashi calda e aromatizzata che mi scaldasse lo stomachino e lo preparasse psicologicamente a quello che ci avrei fatto calare nel prosieguo: uno yasai yaki meshi e una porzione speciale di sushi e sashimi da puciare nel pastrocchio di crema wasabi e salsa di soia e irrorare a gran sorsate di birra Asahi, con inverecondo godimento di tutti i sensi.

“L’espressione Wabi Sabi, a cui il nome del ristorante si ispira -mi spiegava tra una bacchetta e l’altra il mio commensale- costituisce una completa visione del mondo e indica anche un concetto di estetica centrata sull’accettazione della transitorietà. Il sintagma è infatti simbolo di bellezza imperfetta, impermanente e incompleta. Ma mentre Wabi rimanda all’immagine di una vita solitaria, spesa nel cuore della natura e lontana dalla società, Sabi richiama l’idea della semplicità rustica, della freschezza, del silenzio, dell’eleganza non ostentata. Nell’accezione più recente, tuttavia, la parola viene usata per indicare la bellezza e la serenità che accompagnano l’avanzare dell’età, quando la vita degli oggetti e la loro impermanenza sono evidenziati dalla patina dell’usura e da eventuali visibili riparazioni”.

E poiché egli si è dichiaratamente identificato con l’idea del Wabi, dimostrata con la sua aspirazione a ritirarsi a vivere in Maremma lontano dagli umani e circondato solo da animali, io (che sono perspicace, sveglia, acuta e soprattutto non sono nata ieri) ho capito che la Sabi della casa sono io.

La rilassante noia del verbo

13 novembre 2009

“Sentite com’è bello coniugare i verbi, ragazze… Come una dolcissima cantilena, essi ci prendono per mano e ci conducono nelle stanze mentali dell’oblio dove tutte le tensioni della quotidianità, gli intorti, i problemi, le angosce e le ambasce si dissolvono nel niente e nella pace. Direte che i verbi annoiano. E io ne converrò con voi. Del resto non è proprio dalla noia che deriva la capacità di gustare il valore dell’esistenza? Non è anche da questa noia inattiva e meditabonda che noi percepiamo il movimento della terra, di noi stessi e del nostro cogito? Solo l’uomo percepisce e patisce la noia. Ma, patendola, egli riscatta se stesso dall’altrimenti riduttivo ruolo di animale. Sentite che meraviglia: io avevo temuto, tu avevi temuto, egli aveva temuto… che io avessi amato, che tu avessi amato, che egli avesse amato… io sarei partito, tu saresti partito, egli sarebbe partito… e attenzione a non confondermi saremo con saremmo! Che meravigliosa monotonia, che impalpabile beatitudine, che profondo benessere. Su da brave, coniugatemi in tutti i modi e in tutti i tempi i verbi che ho scritto per voi alla lavagna e, declinandoli, lasciatevi trasportare dalla corrente di sensazioni, dal fiume di riflessioni che s’impossesserà di voi”.

Esse tuttavia sostenevano che, al momento, tutto ciò che si stava impossessando di loro era un’orchite di spaventose proporzioni e che i loro pensieri correvano univoci al piatto di pastasciutta calda che le attendeva a casa.

Incredibile come a volte la sintonia docente-discente stenti a decollare.

La (solita) litote

13 novembre 2009

Don Abbondio non era nato con un cuor di leone è la più celebre litote della letteratura italiana. La figura retorica, infatti, afferma qualcosa negando il suo esatto contrario”.

“Scusi profe, non ho capito: può farmi un altro esempio?”.

“Ma certo cara, seguimi: se io ti dicessi la professoressa Landi non è nata grissino, tu cosa capiresti?”.

“Che la professoressa Landi è una cicciona!”.

Ma ecco giunta l’ora di spiegare l’eufemismo e la vitale importanza di saperlo padroneggiare nei momenti più delicati della vita.

Che la festa cominci

11 novembre 2009

La lezione è lunga.

Il pranzo è breve.

Perché il consiglio di classe comincia prestissimo.

E dura un’eternità.

Vedrai, trenta studenti.

Cinque dei quali, da riformatorio.

Dieci dei quali, parliamone.

I quindici restanti, va be’.

Che poi, anche i professori.

Mica facile, metterli d’accordo.

Chi la vuole fritta.

Chi la vuole arrosto.

Io la vorrei solidale, coesa, massiccia, potente e coerente.

Forse voglio troppo.

Però quante parole.

Servono davvero tutte?

E che sonno.

E che voglia d’altro.

Di fuga, per esempio.

Di un uomo da raggiungere.

Di un gatto da abbracciare.

Di una cena da preparare.

Mentre va una bella musica.

E la scuola, i consigli, le riforme, i progetti, le note, le letterine a casa e le discussioni spariscono di botto.

Eh, sì, magari.

Qui invece ne avremo ancora per un’ora.

Dupalle.

L’egoismo di chi pensa per sé.

Il nervosismo di chi ha altro a cui pensare.

Lo scetticismo di chi ha deciso di non pensarci più.

La delusione di chi sperava di pensarci in un altro modo.

Io penso che prima o poi salirò in macchina, accenderò il motore e schiaccerò il pedale riconnettendomi con il mondo tramite un pin di quattro cifre.

Arrivano due messaggi.

Dicono entrambi la stessa cosa.

Al Palagio di Parte Guelfa c’è Niccolò Ammaniti.

Proprio lui.

Lui in persona.

Per un reading del suo ultimo romanzo in compagnia di Antonio Manzini.

Che la festa cominci.

Il titolo, dico.

Che la festa cominci.

Ma che la festa cominci anche per me.

Perché, cazzo: me la merito.

Alla fine di una giornata lunga e pesante, al termine di un consiglio di classe fiume, proprio quando credevo che le forze cedessero, che la stanchezza vincesse, che i coglioni scoppiassero, comincia invece la mia festa.

Parcheggio in Sant’Ambrogio e attraverso il centro a piedi.

Firenze profuma di freddo e di persone.

Firenze sussurra di chiacchiere e proposte.

Firenze stringe forte e spinge avanti.

Ad ogni passo peso un grammo in meno.

Ad ogni passo esclamo un vaffanculo più convinto.

Ad ogni passo mordo tra i denti una libertà più saporita.

Al Palagio di Parte Guelfa mi fanno accomodare tra i posti riservati della prima fila.

Collega Amica Maccheccelafarò mi siede accanto abusiva e gaudente.

Niccolò Ammaniti lo beviamo con lo sguardo e lo sfioriamo con un dito.

Ridiamo insieme a lui sui passi migliori.

E se il suo ultimo romanzo mi convince meno degli altri, che me frega?

Mi rilasso, mi dimentico, mi diverto.

E la festa non è che cominciata.

Continuerà davanti a un coctail, nel sottofondo di confidenze amiche.

Brucerà per le strade strette e contorte di quel centro, in mezzo al quale amo così tanto perdermi e ritrovarmi.

Luigi XIV, il Re Sole, i cinque figli legittimi dalla moglie Maria Teresa di Spagna, i quindici illegittimi dalle quattro amanti, l’etat c’est moi, l’etichetta, le grand lever, le petit lever, i ministri, Colbert, il mercantilismo, la nobiltà di toga, la nobiltà di spada, l’accentramento dei poteri, l’assolutismo, l’egemonia continentale, il mecenatismo culturale, la revoca dell’Editto di Nantes, la reggia di Versailles.

Tutto vero.

Tutto interessante.

Tutto importante.

Ma per capire fino in fondo lo spirito di un’epoca, per immaginarsene le contraddizioni, gli abbagli, gli obbrobri, gli splendori, gli orrori, per intuirne le illusioni, gli specchietti, i sogni, la realtà, a volte un film può aiutare più di un libro.

“Martedì prossimo proietteremo in classe Vatel, per la regia di Roland Joffé, dove si narra la storia del cuoco francese Francois Vatel, a servizio presso il Principe di Condè e morto suicida per non aver compiuto il suo dovere a causa del ritardo di una fornitura alimentare. Si tratta di una buona ricostruzione d’epoca, grazie alla quale vi sarà più chiaro cosa significava vivere alla corte di Luigi XIV, lavorare per lui, essere donna nell’epoca dell’assolutismo. Osserverete cosa si mangiava nelle corti, vedrete la rappresentazione della gotta, comprenderete quale ingranaggio infernale si celava dietro ogni banchetto e quante ingiustizie disumane si perpetravano per il bene di un pugno di uomini capricciosi, volubili e criminali”.

“Chebbello!”.

“Ecco, direi però che non possiamo affrontare la visione di un film come questo senza prima equipaggiarci a dovere: suggerisco a tal proposito di portare da casa dei thermos colmi di bevande calde (the, caffè e cioccolata) da accompagnare a dolci realizzati a mano (è fatto assoluto divieto di recarsi all’Esselunga a comprare quelle improponibili e dozzinali crostate alla marmellata). Io per esempio contribuirò all’evento con la mia celebre àppolpì“.

“Occos’è?!”.

“Torta di mele naturalmente (un classico del mio triennio di insegnamento alla scuola media). Voi avete una settimana di tempo per accordarvi e fare in modo che ogni preferenza dolciaria della classe venga puntualmente e accuratamente appagata”.

“Un salame al cioccolato?”.

“Lo vedrei assai intonato”.

“Delle crepes?”.

“Valide per l’occasione”.

“Un torta Margherita?”.

“Ottima, purché artigianale”.

“Dei cornetti ripieni di crema?”.

“Doverosi, se la crema sarà chantilly”.

“Ma dei pop-corn, no?”.

“Meno nobili, ma accettabili”.

Alla fine, quello che imbastivano alla corte del Re Sole sembrerà loro una bazzecola.

L’uomo in croce

8 novembre 2009

Quando al banco mi ci sedevo io, andava di moda staccarlo dal muro e lasciare al suo posto l’avviso “torno subito”. Qualche anno dopo spopolò la triplice riproduzione del crocifisso in posizione regolare (“Gesù”), a testa in giù (“Gegiù”), e lasciato vuoto (“Gepiù”), più articolata ma anche molto più blasfema. Poi sono venuti gli anni della vestizione, del mascheramento, del travestitismo, e il povero Cristo ha dovuto indossare sciarpe, cappelli e sottanine in miniatura, stringendo tra i denti il modellino di una sigaretta. Ma erano sempre i ragazzi a infierire (forse con affetto) su di lui.

Da qualche tempo la presenza inchiodata e silenziosa nelle aule del simbolo del Cristianesimo è messa in discussione dagli adulti, che vorrebbero rimuoverla per molteplici motivi: l’uomo in croce non ci rappresenta tutti, l’uomo in croce distrae e infastidisce chi crede in qualcos’altro, l’uomo in croce inibisce lo sviluppo naturale di chi deve ancora maturare una coscienza religiosa.

Personalmente trovo l’uomo in croce dolcissimo e assolutamente innocuo. Se ha una forza, è quella della pace. Se ha un’arma, è quella della non-violenza.

Però ritengo che la scuola abbia il dovere di proporsi come un luogo neutro e veramente laico, una zona franca dall’influsso religioso, nella quale, se si deve parlare di religione (e si deve, visto che è il motore  immobile delle imprese umane), lo si faccia in termini storici, culturali e universali, per conoscere, per capire e conseguentemente per accogliere anche il Dio diverso, anche il Dio che non convince me ma convince qualcun altro che ormai vive gomito a gomito con me, anche il Dio che dice il contrario di ciò che dice il mio.

Visto lo stato in cui versa, io credo che Dio pensi assai di rado alla scuola.

Ma sono certa che, se lo facesse, ne sognerebbe una libera, aperta e tollerante, il cui scopo  prioritario fosse  non quello di allucchettare le teste dei ragazzi, ma quello di spalancarle loro. Anche in relazione a Lui.

Micino e le sue veterinarie

7 novembre 2009

Da gatto sfacciatamente privilegiato qual è, Micino non ha una veterinaria come tutti: ne ha due.

Entrambe, non appena lo avvistano in sala d’aspetto, se lo contendono rivendicandone la visita completa, le analisi del sangue e l’inserimento del termometro laddove il sole batte solo se la coda è alta.

Inizialmente Micino andava più che volentieri a farsi smanacciare da quelle due ragazze affabili, sensibili e naturalmente predisposte a una professione scelta per la vita. Le prime visite avevano l’aspetto di piccole feste date in suo onore, organizzate all’improvviso su un tavolo metallico, con un privé sulla bilancia pesanimali. Egli si sentiva così importante che si era convinto che l’ambulatorio fosse stato costruito e inaugurato per lui e che le due dottoresse consumassero intere giornate ad aspettare che lui passasse di lì per un saluto, un’auscultatina al cuore e una innocente sodomizzazione, di cui cercava un pronto sdebitamento portando in omaggio un cilindretto in plastica con un campioncino di merda fumante scodellata non più di un quarto d’ora prima.

Ultimamente però Micino mostra segni di tardiva timidezza (la mia personalissima opinione è che sia un po’ stanchino di prenderlo nel culo) nei confronti di individui con camice verde addosso e ciabatte in gomma coi buconi tondi ai piedi e, poiché è perspicace, intuisce già da casa la destinazione dell’uscita.

“Su da bravo Micino, vai dentro il pet-zainetto che si va a fare una passeggiatina in centro”.

“Mi credi davvero così stupido, bionda?”.

Ma poi basta nominare una pedalata in bicicletta appostato nel cestino frontale o (meglio ancora) una sosta nel corridoio delle scatolette più care all’Esselunga che quel tontolone si lascia ingannare e zompa nel suo trasportino a spalla con la fiducia cieca di un cucciolo che non ha ancora imparato a dubitare sempre e comunque degli umani.

In sala d’aspetto oggi inizialmente eravamo soli.

Poiché eravamo soli, egli ha voluto che gli aprissi la finestra frontale, quella che gli consente una veduta panoramico-quadrangolare, garantendogli però il consueto e rassicurante senso di protezione, tornatogli prestamente utile nel momento in cui ha fatto il suo ingresso in scena… Arno.

Arno: due anni e trenta chili di labrador marrone, il cane dallo sguardo più umano che io abbia mai visto (“Anche più del mio?!” trasale e tuona Nello dal Paradiso degli animali), sì, forse anche più umano di quello di Nello, notoriamente più uomo che cane, ma non nei confronti dei gatti, che detestava. Arno invece, in conflitto perpetuo d’identità, sentendosi felino oltre che canide, come è entrato e ha avvistato Micino nello zainetto plurifinestrato, si è messo in testa di diventare suo amico. “Scordatelo” gli rispondeva quello. Ma lui niente. Oltremodo tenace e testardo, andava avanti e gorgheggiava, mugolava, uggiolava per attirare la sua attenzione e muoverlo a compassione.

Finché all’improvviso la porta si è nuovamente spalancata e in sala d’aspetto è arrivato… Juve.

Juve: due etti e mezzo di gatto bianconero, ipovedente e dall’occhio sinistro visibilmente compromesso, così incredulo di essere condannato alla semicecità dalla nascita da riempire l’etere di lamenti.

Figurarsi Arno. Gorgheggi, mugolii e uggiolii si sono presto tramutati in ululati di disperazione vera e propria.

“Non ci vedo! Non ci vedo! Qualcuno mi aiuti: non ci vedo!” urlava Juve.

“Non ci vede! Non ci vede! Aiutiamolo tutti insieme: non ci vede!” guaiva Arno.

“Fate silenzio, maremmaimpestata!” reclamava il mio gatto di sfacciata origine maremmana.

“Micino da Scansano, vieni: tocca a te” hanno annunciato le due dottoresse.

Inutilmente rintanato nel suo trasportino, Micino è stato costretto ad uscire allo scoperto.

“Cosa c’è che non va, Micino bello?” chiedono le veterinarie che, come tutti i membri della categoria, non si rivolgono mai al proprietario ma se la dicono direttamente col paziente.

“Faccio la cacca sciolta, perdo qualche baffo e non ho più il nasino rosa acceso” risponde la proprietaria simulando stupidamente di essere Micino.

“Ma povero Micino da Scansano! Vediamo questo panciotterino cosa dice” dice la dottoressa mora.

“Cosa vuoi che dica: reclama un po’ di cibo” pensa Micino.

“Il panciotterino dice che mangio un po’ troppo” do personalmente voce al panciotterino.

“Ma perché questa deve sempre parlare al posto mio?!” pensa Micino.

“In effetti questo miciotto è un po’ grassotto!” ironizza la dottoressa castana.

“Eh! Eh! Eh!” conviene la dottoressa mora.

“Eh! Eh! Eh!” convengo io stessa.

“Cazzo ridono queste tre sceme?!” pensa (stentando a convenire) Micino da Scansano.

“E comunque lo vedo meno in forma del solito” diagnostica una dottoressa.

“Anch’io” conferma l’altra.

Decidono così, anticipandone un po’ i tempi, di procedere al doppio test dell’aids felina e della leucemia.

“Essendo un ex randagio, non si sa mai” dicono.

“Aids e leucemia?! Oddio non sono pronta, mi sento male” dico.

“Aids e leucemia?! Ragazze, non diciamo stronzate” dice Micino.

Ma l’attrezzatura è già apparecchiata sul tavolo in metallo e un cappio in lattice strizza il braccio di Micino.

La vena gli si gonfia come a me e il sangue ce l’ha rosso come il mio. L’odore del disinfettante lo fa starnutire. A me invece mi fa piangere, perché ho paura del responso.

“Ora si versa qualche goccia in questo spazio e poi si attende. Perchè il risultato sia negativo deve materializzarsi un puntino azzurro sul display”.

“Ma non vedo alcun pallino…” mugolo con i bulbi oculari gonfi di lacrime.

“Bisogna aspettare ancora” m’incoraggia la veterinaria.

“Tranquilla, amica, sto benone: ho solo un po’ di cacaiola” spiega Micino.

Il pallino infatti arriva, le veterinarie sollevano Micino in aria in segno di esultanza e a me si alleggerisce il cuore.