Acqua in bocca

18 gennaio 2010

Intuibilmente, a scuola non faccio altro che parlare.

Conseguentemente, soffro d’arsura perenne.

E in ogni aula in cui mi reco giornalmente lascio una bottiglietta d’acqua nel cassetto della cattedra così ce la ritrovo il giorno dopo.

“Profe! L’ha bevuta?”.

“Certo che l’ho bevuta: è la mia acqua, l’ho lasciata qui sabato mattina!”.

Io spero che stessero scherzando, quando hanno confessato di averci sputazzato dentro per affetto, di averci fatto scivolare qualche tarzanello di panino masticato affinché io m’abbandoni alla goduriosa pratica del mangia-e-bevi, di averci fatto un gocciolino di pipì per conferirle una nota di colore, di aver estratto dal buco del naso una caccola verde e salata, averla arrotolata a pallina per farla essiccare all’aria e quindi averla calata dentro la bottiglia con precisione certosina per insaporire un prodotto altrimenti sciapo.

Io non conosco nessuno. Io sono ignorante. Io sono cresciuta a pane e cantautori. Io coi miei primi soldi ci comprai LP di classica dai canti gregoriani a quel giorno lì. Io poi mi sentii battere in petto un cuore rock. Io m’innamorai di Vasco e cominciai a seguirlo con l’ebbrezza mistica di una devota a Padre Pio. Io impostavo l’equazione musica uguale impegno, musica uguale ribellione, musica uguale vaffanculo il padrone viva il proletario. Io con l’andar del tempo ho abbattuto le barriere dentro la mia testa. Io mi sono lasciata trasportare. Io ho ascoltato quella popolare, quella etnica, la pop e la new age, l’elettronica e la minimale.

Ma col jazz, io non ce l’avevo fatta mai.

Perché ero prevenuta, ero risentita, ero spinosa.

Ero sorda.

Poi boh. Non lo so.

Le colonne sonore dei film newyorkesi firmati dal regista col cappotto marroncino e gli occhiali a bordo spesso cominciarono a stuzzicarmi.

Lui portò in casa qualcosa da ascoltare.

Lei mi scrisse una lista con dei titoli da acquistare e per Natale mi regalò Diana Krall.

Così ieri ho varcato per la prima volta la soglia del tempio che Firenze ha dedicato al jazz, per trovarci dentro un uomo alto, un ragazzo medio e una donna bassa. Tutti e tre con i capelli a riccioli indisciplinati, tutti e tre con un talento impetuoso.

Erano Javier Girotto risucchiato dai suoi flauti e dai suoi sassofoni. Natalio Mangalavite danzante sulla sua tastiera. E Barbara Casini ammaliatrice con la sua voce di usignolo.

barbaracasini

La vita in discesa

16 gennaio 2010

Risponde all’ultima domanda, piega in due il foglio protocollo, scrive nome, cognome, classe e data, si allunga verso la cattedra, consegna il compito alle mie mani.

Poi tira un respirone, il classico sospiro di sollievo, il gesto tipico del relax, dell’abbandono, della pace con se stessi.

Infine mi guarda, distende la bocca a un sorriso gaudente e fa: “Vede profe, la mia vita da questo momento è tutta in discesa”.

“Ah sì? E come mai?” chiedo.

“Ho risposto a tutte le domande e sono sicuro di aver risposto bene, ora faccio due ore di Educazione Fisica, sicché per me la mattinata a scuola è come se fosse già finita. Torno a casa e trovo il pranzo preparato dalla mamma, dopo mangiato telefono alla mia ragazza e fisso per vederla in centro. Passeggeremo mano nella mano, incontreremo i nostri amici, questa sera andremo tutti insieme in pizzeria, poi a ballare e domattina dormirò fino a tardi senza l’incubo di svegliarmi all’alba per venire a scuola”.

Mentre ascolto quello che mi dice, penso che la mia mattinata è appagante, allegra e serena, che come ogni sabato tornerò a casa e troverò tavola apparecchiata e pranzo caldo appena scodellato, dopo il caffè mi sparerò una pennica di un’ora sul lettone tra braccia e zampe amate, al risveglio scriverò l’articolo per il giornale e lo manderò in redazione, mi preparerò per la cena fuori e il concerto jazz di questa sera e per una notte lunga fino alla fine della mattina di domani.

E guardando la beatitudine disegnata sul viso del mio alunno, mi viene il sospetto di portare in giro per i corridoi una faccia molto simile alla sua.

Il gatto e la scrittura

14 gennaio 2010

Nelle mie più romantiche fantasie intellettualoidi, ero sempre stata convinta che il gatto facesse lo scrittore. O almeno che contribuisse attivamente a farlo. Anche per questo ero così contenta di averne finalmente trovato, immediatamente amato e prontamente adottato uno.

Non dice Jeanne Jean-Charles “Scrittori e gatti sono fatti per capirsi. Quello dello scrittore è un lavoro che piace al gatto. Esso adora la carta, i libri, le matite, le gomme”?

Non sostiene Pietro Citati “Soprattutto, adora le penne stilografiche. Quando scrivete, potete star certi che presto balzerà sulla tavola o sul leggìo e si avvicinerà a voi, affascinato dai segni che la vostra mano lascia sulla carta bianca”?

Non scrive Barbara Holland “Uno scrittore senza gatti è quasi inconcepibile. E’ comunque una sorta di perversione, perché sarebbe di gran lunga più facile scrivere con una mandria di bisonti nella stanza, invece di un gatto che cerca di accucciarsi tra gli appunti, mordicchia la penna o cammina sui tasti della macchina da scrivere”?

Non consiglia Aldous Huxley “Se volete scrivere, tenete con voi dei gatti”?

Non avverte Garrison Reed “Uno scrittore senza gatto rischia di prendersi troppo sul serio”?

Non pensa Roberto Ridolfi “Dai gatti uno scrittore ha sempre da imparare parecchio”?

E allora perché Micino da Scansano, ogni volta che mi appropinquo al mio aggeggino bianco, lucido e piatto, mette il muso lungo e si va a rintanare in luoghi occulti, con l’evidente scopo di suscitare in me sensi di colpa per sospetto di abbandono di felino? E perché torna a a rincoglionirmi di beate fusa solo quando lascio il tavolo da lavoro e vado in cucina a lavare i piatti e ritta al lavabo mi faccio fare la gimkana tra le gambe dalla sua pelliccia calda, o per le stanze armata di Folletto ad aspirare parrucchini di polvere e pelucchi mentre lui discute con l’attrezzo vocione miagolandogli contro con veemenza, o in camera a cabiare le lenzuola al letto tra le quali adora creare posticci nascondigli da cui balzare a molla sul mio viso, o in bagno con spugnetta e Cif Ammoniacal per avere la meglio sulle incrostazioni mentre lui infila la zampa unghiellata nel pìsciolo dell’acqua e poi la lecca, o sul terrazzino di servizio a dare il via alla lavatrice mentre lui guarda dall’oblò quella sua televisione personale?

Questo gatto non mi vuole scrittrice di successo.

Mi vuole volgarissima massaia.

Ogni eventuale ritardo editoriale del mio terzo scritto non è imputabile altro che a lui.

Chi dice donna

13 gennaio 2010

Le colleghe di una delle due scuole in cui insegno quest’anno invidiano la classe (quasi) tutta femminile che mi è stata assegnata nell’istituto dove completo il mio orario settimanale.

“Che splendidi orecchini! -mi dicono due di loro- Dove li hai presi?”

Così racconto loro che sono un regalo, un regalo di un’alunna, un regalo improvviso e privo di occasione, perché quando l’ho ricevuto non ricorreva festa alcuna ma era un normalissimo giorno di lavoro.

Sicché loro sgranano gli occhioni e mi dicono fortunata, perché (è vero) combatto guerre quotidiane nella gestione delle mie due classi integralmente dotate di piselli, ma (cazzo!) almeno per tre giorni a settimana mi rimetto la bocca entrando in un ambiente da gineceo greco, dove imperano grazia, dolcezza, educazione e delicatezza.

E guardandomi tra sospiri di benevola invidia, mi confidano che -dopo tanti anni trascorsi in istituti di utenza prevalentemente maschile- avrebbero voglia di una classettina tranquilla e armoniosa, in cui poter lavorare in santa pace senza dover perdere le staffe ogni mattina per ottenere il silenzio e la concentrazione.

Dimenticano forse esse, quanto possano essere complicate e ingarbugliate le ragazze, specie quelle in crescita, quelle in fieri, in divenire, quelle che lottano contro il mondo per essere accettate, quelle che fanno fatica ad accettarsi anche da sole, quelle che non si amano, quelle che non si sentono amate, quelle che hanno l’inferno dentro, quelle che vorrebbero solo vivere leggere e invece sentono un peso continuo nello stomaco, quelle bombardate da modelli femminili devastanti, quelle convinte che non ce la faranno mai, quelle che soffrono di fronte a un mondo come questo che le vuole troie e galline, mentre loro credevano di dover essere molto, molto di più.

In classi come questa, si fa Dante, si fa Manzoni, si fa Storia, si fa Grammatica, si partecipa a concorsi poetici e letterari.

Ma, nella pochezza delle nostre esigue possibilità, si deve provare a fare anche un po’ scuola di vita.

Giovani e lessico

12 gennaio 2010

E’ notizia risaputa, ma puntualmente ribadita.

I ragazzi di oggi comunicano tra loro a suon di abbreviazioni e quelle che usano, smozzicandone metà, non sono più di un centinaio di parole.

L’italiano boccheggia, agonizza, sfuma.

Morirà?

“Non permettiamo all’ignoranza di uccidere la nostra lingua! -tuono in classe, invasata come Gerolamo Savonarola- Salviamo le parole desuete, meno usate, più antiche e complicate! Non è anche per questo che studiamo il Romanzo di Manzoni? Avanti! Leggiamo qua: Ma senta, ma senta, ripeteva indarno Renzo; il dottore, sempre gridando, lo spingeva con le mani verso l’uscio. Cosa significa indarno, ragazzi?”

Ed ecco lui: moro, bassino, scattante, energico, sveglio, acuto, intelligente, spiritoso, simpaticissimo e bellino. Lancia la mano in aria, voglioso di dare la sua personalissima risposta, di cui pregusta già il mio compiacimento e conseguente più nel registro personale.

“Nell’Arno!”.

E certo.

Perché infatti Renzo non parte dal suo paesello lombardo per andare a Lecco ad esporre il suo caso all’avvocato Azzecca-garbugli, che lo riceve tra le acque argentate dell’Arno in piena, visto che era novembre, nota stagione delle piogge in quel di Firenze?

Il mio sdegno raggiunge vette inesplorate, il mio sconcerto mi sprofonda nelle viscere della depressione, la mia ira s’abbatte sulla classe intera, che ride contenta al suon di simile cazzata.

Ma adesso rido io, a pensarli gobbi su librino e quadernone, a dare spiegazione personale -e non scopiazzata dal solito vocabolario, tra le colonne del quale vagano peraltro come ciechi errabondi- di una cinquantina di lemmi meno noti, tra cui: indugiare, contristare, abbominata, bandolo, impicciato, fremendo, sovente, suggezione, staio, sciorinata, facinorosi, calunnia, reo, estatica, materialone, bricconeria, tediare, aggrottando, aggrinzando, inespugnabile, dotto, allegazioni, libelli, vacchetta, perorare, giorni d’apparato, penale.

Eh, eh, eh.

Bene, ora che col titolo ho catturato l’attenzione del lettore e mi sono conquistata un posto molto in alto nella classifica dei link più cliccati dagli sporcaccioni che bavosi vagano su Google, mi butto sul racconto dell’aneddoto.

Essendo io fornita di fidanzato fobico nei confronti di tutto quello che assomigli anche vagamente a una siringa, quando abbisogno di una puntura ho solo due scelte: chiamare a casa un’infermiera a pagamento o andare dal mio babbo a farmi perforare delicatamente una natica.

Il babbo è detto anche Mago dell’Ago. Ma abita a trentacinque chilometri da me. Volendo imbastire una valutazione meramente economica, direi che l’opzione paterna (tra benzina e strumo del veicolo) è addirittura più cara di quella che conduce Marina, l’infermiera sopraffina, direttamente a casa mia. Certo va anche detto che Marina arriva, buca il culo, dà una stropicciata alla mela interessata, intasca quindici euro e frettolosamente se ne va, trascurando del tutto l’aspetto umano dell’accadimento. Diversamente, la gita alla casa dell’infanzia può nascondere delizie gastronomiche (incetta selvaggia di scorte per la settimana), regali imprevisti (calzettoni termici con gommini sulle piante) e puntuali sacchettate di affetto, che come tutti sanno scalda anche più dei calzettoni termici.

Così ieri, domenica, giorno d’ozio e di cazzeggio, mentre Torcicollo Man guardava Fiorentina-Bari paralizzato sulla parte destra, io, curva nei novanta gradi di qualsiasi befana fuori tempo massimo, ho raggiunto il paterno ostello, ho esposto la chiappa all’ironico genitore che mi prendeva (appunto) per il culo e mi sono fatta punturare.

“Sì -fa lui- però domani non stare a ritornare fino qua: a scuola troverai pur qualcuno, una bidella, una segretaria, una collega, capace di fare un’iniezione!”.

E invece no, perché l’arte di brandir l’ago sta drammaticamente scomparendo dal patrimonio delle personali, spicciole, quotidiane, indispensabili abilità.

Fatta eccezione per il Bidello Riccardo.

“A Riccardo gli riesce!” annunciano a gran voce tutte le donne della scuola.

“Ma io mi vergogno a tirarmi giù le mutandine e a piazzare il sederotto davanti al viso di Riccardo -protesto- e poi il mio babbo mi ha detto che per la puntura dovevo cercare una donna, non un uomo”.

“Macché macché! Venga venga professoressa, vedrà Riccardo com’è bravo: una piuma!”.

“No, macchè piuma, io veramente mi verg…”.

“RICCARDOOOOO! VIENI! VIENI QUA! LA PROFESSORESSA HA BISOGNO DI TE!!!”.

“No, veramente io ho bisogno di una donn…”.

Ma Riccardo arriva.

Ha la fisicità di un pugile a riposo, lo sguardo buono, l’occhio vispo, la mano enorme.

“Le punture io? Ma certo, ne ho fatte a centinaia, venga professoressa, venga pure nel magazzino insieme a me”.

Il magazzino non ha finestre ed è (non a caso) buio come un culo.

“Ecco, accendiamo la nostra bella luce…” dice Riccardo.

Bella luce un par di palle: il neon colorerà di giallaccio malaticcio le mie natiche rosa neonato e lui si convincerà che io abbia l’ittero.

“Ecco qua… tranquilla eh… si rilassi professoressa, non mi faccia il muscolo… Ualà! Ecco fatto! Tutto a posto, si rivesta pure. Sentito male?”.

No, effettivamente non ho sentito niente, una piuma per davvero quella enorme mano.

“Perdoni l’indiscrezione professoressa -dice Riccardo- ma a casa non ha un uomo che possa farle una puntura?”.

Così mi tocca spiegare che a casa l’uomo, sì, ce l’ho. Ma che, se scarto la confezione di una siringa, quell’uomo (ex boxeur e sedicente sosia del divo americano Bruce Willis) ha un immediato mancamento e sviene rantolando sul pavimento domestico.

Il Bidello Riccardo sorride sornione e conclude il suo intervento infermieristico magistrale con una battuta d’effetto all’altezza dell’imbarazzantissima situazione.

“A dirla tutta, professoressa, sono fobico anch’io. Ma pur di guardarle il culo… questo ed altro”.

Babbo, te lo giuro: ha detto proprio così.

Il mio rientro

8 gennaio 2010

Siccome il giovedì è il mio giorno libero, a scuola sono rientrata oggi, a shock collettivo ammortizzato.

Infatti stamani l’unica scioccata lungo i corridoi ero io.

“Ragazzi, vi ho pensati spesso e ho sentito di voi una profonda nostalgia” ho detto alla Classe dei Panini Ripieni affacciandomi alla loro porta.

“Non ci si crede neanche un po’” hanno risposto loro, freddi, appoggiati ai termosifoni caldi.

“Ve lo giuro: siete gli unici di cui ho sentito la mancanza” ho ribadito.

“Va be’, va be’, a domani” hanno tagliato corto, repirando aria d’inganno.

“Per le vacanze non vi ho dato nulla, ma oggi controllo che siate tutti in pari con il programma svolto finora a Italiano e Storia” ho annunciato alla Classe Diesel.

Sono volati così dieci impreparati, quattro insufficienze e una manciatina misera di sei.

“Profe, glielo confessiamo: stamani non abbiamo voglia di fare un tubo!” hanno cinguettato le ragazze della Classe Tutte Donne Meno Uno, alle quali si è accodato anche l’Uno, entusiasta della dichiarazione delle compagne.

“Peccato, perché io invece mi sento iperattiva come sempre, forza, forza!” ho detto sbattendo le mani come una rock star (un po’ stagionatella ma) invasata che scalda il pubblico prima del concerto.

E ho sparato lì due ore tonde tonde di lezione: rigorosamente frontale, completamente priva di pause, maledettamente tirata.

E probabilmente mortale.

Non si butta via nulla

7 gennaio 2010

Il giorno prima sono venuti a trovarvi il babbo e la mamma, bussando con i piedi perché le quattro mani erano occupate da scorte alimentari quantitativamente calcolate per una famiglia patriarcale del primo Novecento?

E’ passato un giorno e, penetrando in cucina, venite assalite fisicamente dagli avanzi?

Non temete, non disperate e, piuttosto, seguitemi cieche di fiducia.

Poiché era giorno di festa e, come ogni mamma che si rispetti, anche la vostra ha fatto il bollito scegliendo i pezzi migliori di manzo, ci sta che, spalancando il frigorifero, siate raggiunte da un muggito.

Perfetto. E’ esattamente quello di cui andavamo in cerca.

Riducete immediatamente a pezzi grossolani il cimalino e il muscolo avanzato (se buttate via il grasso che vi salti per aria la cucina) e mettetelo in un tegame insieme a una bella pisciata d’olio novo, una cipolla fatta a dischi non troppo fini e a tutta la poltiglia stracotta di pezzi di carota, frammenti di patata, costole di sedano che abitualmente si mettono nel brodo per insaporirlo a modo. A tegame coperto, fate andare con dolcezza, a fiamma bassa, perché se la cipolla s’annerisce siete fottuti per due giorni, tempo nel quale ella (la cipolla) tornerà a farvi visite indesiderate in bocca.

Mentre aspettate che il mistone s’insaporisca grazie anche all’aggiunta di sale, pepe e peperoncino, sbucciate tre o quattro patate. Cinque o sei, se vivete con un uomo come il mio.

Prima di unire i tòcchi di patate alla carne, aggiungete in pentola della passata di pomodoro.

Andate quindi con le patate.

E proseguite poscia con il brodo, versandone la giusta dose necessaria alla cottura del tubero.

Il piatto sarà pronto una mezz’oretta dopo, non appena le patate appariranno leggermente sfatte, adatte all’operazione di schiacciatura forchettata che avrà luogo una volta servite all’affamato commensale.

Ma cosa scorgo nel vostro frigo, delle rape personalmente cotte dall’abilissima genitrice?

Che non vi passi per la testa di disfarvene malamente, o il frigo vi esploda sulla faccia.

Ripassatele piuttosto con aglio e olio in un tegame e adagiatele su una fetta di pane toscano precedentemente abbrustolito in forno e conditele a crudo con sale, pepe e il solito olio novo delle colline chiantigiane.

Il vino rosso ce l’avete?

E allora siete a posto.

Spegnete il raffinato jazz e accendete la televisione perché il piatto è trucido e va consumato in un’atmosfera degna e intonata.

“La vita secondo Jim”, con Jim Belushi e le risate registrate in sottofondo andrà benissimo: il più che demenziale serial americano narra le familiari e quotidiane vicende di Jim, marito di Cheril, sorella di Andy e Dana. Lui non fa mai un cazzo, mangia come un bove e beve come una spugna, lei manda avanti la casa e pensa a tutto il resto.

Vi ricorderà qualcosa.

Non badateci, piuttosto gustatevi il lesso rifatto con le patate, piatto perfetto per affontare la notte precedente al rientro in classe, domattina, tra rutti alla cipolla e rigurgiti di sugo, per la gioia dei ragazzi che vi stanno aspettando.

Ai tempi in cui ero fermamente convinta della falsa verità di cui mi avevano spietatamente illusa (vale a dire che la Befana fosse una vecchina che volava a cavalcioni di una scopa di saggina per portare dolci ai bambini buoni e carbone a quelli birboni) ogni anno ricevevo la mia bella calza piena di leccornie.

Barre di cioccolata, pioggia di caramelle, agrumi profumati, frutta secca e (poiché la perfezione non è di questo mondo) un quartino di carbone nero e zuccheroso.

Ma non solo.

Come tutti gli altri bambini del Valdarno, io ricevevo anche la celeberrima “fantoccia”.

Lo so, nessuno ne conosce identità, natura, forma, consistenza e sapore.

Perché la fantoccia la si fa e la si mangia solo nelle mie zone, vale a dire nei comuni di San Giovanni (olé), Montevarchi (buuuu) e in qualche paesino di mezza montagna tipo Loro Ciuffenna.

La fantoccia è come un enorme biscotto e può palesarsi in duplice sembianza: o sottoforma di cavallo stilizzato ritratto di profilo, o in quella di bambina immortalata frontalmente con mani e braccia arrovesciate sui fianchi come dire: ‘mbè, che cazzo c’hai da guardare?!

In entrambi i casi la fantoccia è favolosa.

Le decorazioni fondamentali (occhi, bocca, orecchie e sella se cavallo, occhi, bocca, scarpette e vestitino se bambina) sono costituite da palline argentate e frammenti di caramelline e confettini di mille colori, probabilmente tutti cancerogeni.

La fantoccia viene consumata nell’immediato in occasione della festa (inzuppata nel vin santo per esempio lascia un segno lungo tutto il pomeriggio) e (se ci arriva) all’indomani intinta nel caffellatte della colazione prima di tornare a scuola dopo quindici giorni di scandaloso fancazzismo.

La pubertà, la preadolescenza, la giovinezza e l’età matura non sono mai riuscite a strapparmi dalle mani la fantoccia.

Nemmeno il quinquennio di esilio professionale in Lombardia ebbe la meglio sul legame che da sempre mi stringe al biscotto gigante.

La mia Befana personale, che all’anagrafe risponde al nome di Wilma, è sempre riuscita ad avere la meglio su età, abitudini e distanze e, a cavallo della sua scopa in saggina, mi ha raggiunta ovunque per consegnarmi il preziosissimo, impagabile, inimitabile dolce dei bambini.

“Mamma, auguri! -ho detto stamani alla mia Befana chiamandola al telefono- Ci vediamo oggi: vengo a casa a ritirare la fantoccia, va bene?”.

Ma lei non so di cosa si è messa a parlare: rammentava un bambino biondo di nome Francesco, nato due anni e mezzo fa e, a detta sua, ormai padrone di tutto il suo cuore, di tutta la sua dedizione e di tutte le fantocce di questo mondo. Sosteneva che ormai non era più tempo di fantocce, né per me né per quel cimbellone di mio fratello, di sette anni più giovane di me ma ormai come me abbastanza vecchio per questo genere di cazzate.

“Ma di cosa stai parlando?!” le ho chiesto allucinata da quelle brutte nuove che andava porgendomi via cavo del telefono.

Al che la mia SuperBefanona ha capito e col suo aiutante Babbo Natale è salita in macchina, ha bruciato i trentacinque chilometri che la separano da me ed ha varcato la soglia di casa mia portando in una grande borsa tortellini in brodo, cappone, bollito, sottoli e sottaceti, lenticchie e, naturalmente, una deliziosa fantoccia a forma di bambina.

Ora sì che si ragiona.

fantoccia

(nella foto: fantoccia 2010)