Per Natale ho ricevuto una busta.
Fuori c’era il mio nome e un cuore sbilenco disegnato a mano libera.
Dentro c’erano dieci biglietti per teatri e concerti: cinque per me e cinque per lui.
Si comincia stasera con “Il libro Cuore e altre storie” portato in scena al Teatro di Rifredi da Lucia Poli.
Si prosegue sabato 26 marzo con “A cuor contento”, concerto alla Flog di Giovanni Lindo Ferretti.
Si va ancora avanti mercoledì 30 marzo con il “Picasso” inscenato da Giorgio Albertazzi alla Pergola.
Si procede con Nada Malanima, che canterà “Musicaromanzo” ispirato al suo libro “Il mio cuore umano” al Teatro Puccini il primo di aprile.
Si conclude alla grande, nei ritmi martellanti e chiassosi dell’ultimo cd “Ora”, bombardamento d’energia da cui mi lascio rintronare ogni mattina andando a scuola (“…Eppure non mi sono mai sentito così libero… eppure non mi sono mai sentito così libero… perché io danzo… perché io danzo… SULLA FRONTIERA!”), con Jovanotti, lunedì 2 maggio al Mandela Forum.

Sembrerà ancora Natale, mentre la primavera arriva.

La Festa della Donna io sinceramente l’ho sempre guardata di traverso. Perché donna mi ci sento tutti i giorni dell’anno, perché l’odore di retorica m’è sempre un po’ puzzato, e perché la folla femminile che si riversa per le strade e nei locali tutti gli 8 marzo mi pare un pollaio volgarotto. L’unica debolezza semmai è la mimosa, di cui mi travolge l’odore di fiore cimiteriale con quel retrogusto vagamente tendente al marcio. Sicché sempre ribellata all’obbligo e alla convenzione, mai festeggiato, mai uscita per bagordi.
Quest’anno, però, è stata davvero tutta un’altra cosa.

Ore 8, prima campana.
A scuola si faceva solo la prima ora di lezione: poi assemblea degli studenti e finita quella tutti a casa.
Cadute in questo modo le sei ore previste dall’orario infernale del martedì, s’è concretizzata all’orizzonte l’occasione perfetta per pianificare un pranzo con trenta invitati. Trenta adolescenti, tutti cinesi. “Allora v’aspetto all’indirizzo che vi ho dato: non prima di mezzogiorno però, ché c’ho da preparare l’ambiente e da creare l’atmosfera. Intesi?”

Ore 10:45, primo campanello.
E’ stato più forte di loro, non ce l’hanno fatta. Boicottata di brutto l’assemblea, hanno inforcato l’uscio della scuola, sono saltate sul primo 17 che è passato e con un’ora e un quarto d’anticipo si sono presentate nella mia cucina: Fang Fang detta Daisy, Miao Miao detta Jessica e Lia detta Lia. “O voi?!”. “Profe! Siamo venute ad aiutarla!”. Quattro chili di pasta corta, una pentolata di sugo a ribollire, patatine e stuzzichini per l’accoglienza dell’imminente folla, litri e litri di Fanta e Coco-colo in fresco, insalate e radicchi misti lavati e tagliuzzati, carote fatte a capellini, metriquadrati di panello all’olio preso caldo caldo al forno sulla via di casa, novanta fette di salame toscano, quaranta fette di mortadella diametro cinquanta, frutta mista, una schiacciata alla fiorentina per celebrare (oltre a tutto il resto) l’ultimo di Carnevale. “E noi profe abbiamo portato spaghetti cinesi liofilizzati, semi di girasole da sgranocchiare in terrazza, otto vaschette di fragole fresche per dessert, caramelle croccanti di arachidi pressate con lo zucchero!”. E’ da settembre che mi sforzo per restare impassibile e non sciogliermi, ma non ce la fo.

Ore 11,30, secondo campanello.
Al che m’è stato chiaro che, quando i cinesi a scuola arrivano in ritardo, è proprio perché lo fanno intenzionalmente, brutti farabutti. Sudato fradicio per un viaggio in autobus abbracciato a un albero di mimosa è entrato per primo Yong Jie detto Francesco. A ruota, con sessantaquattro denti a mostra in un sorriso larghissimo per uno, tutti gli altri. Le ragazze in short, calze coprenti e stivalini, i ragazzi in jeans e camicina. Sarò anche partita di cervello, ma a me mi paion tutti belli come il sole. “Profe! E’ la prima volta che veniamo invitati nella nella casa di un italiano!”. Riflettiamoci, semmai, quando ci scappa detto che “i cinesi, come popolo, son tanto chiusi…”.

Ore 12:30, tutti a tavola!
Ma mica serviti e riveriti. Macché. Quelli parevano un esercito di camerieri, organizzati come soldati, pianificatori di tavole apparecchiate, strateghi del ricevimento domestico, maestri del catering fai-da-te. Io scolavo pasta, uno versava il sugo, e poi via una catena umana di quindicenni garruli e storditi di una gioia quasi incredula che accompagnava la scodella (di carta, ecologica, biodegradabile, per la felicità di quello spiritoso che diceva “io se si mangia nei piatti di plastica non vengo”). Le donne tutte intorno al tavolo in salotto, elegantissime in quella gestualità orientale e delicata a versare sale pepe olio e aceto dentro l’insalata, i maschi accampati al bancone, a gambe incrociate sul tappeto, spiaggiati sulle poltroncine del terrazzo, mentre un sole che generoso così non s’era mai visto li baciava.

Micino, intanto.
Il mio gatto è un lord. Compassato, equilibrato, ragionevole e maturo. Non teme nulla perché non ha mai subito angherie, è sereno perché non conosce la vessazione ed è stato amato fin dal giorno in cui ha messo il naso fuori dalla tana maremmana. Però sessanta piedi in casa non l’aveva visti mai: era prevedibile che si rintanasse sotto il lettone. Meno prevedibile semmai era che Giacomo Li, Zhou Shenai e Maojie gli andassero dietro e mettessero le tende accanto a lui. Per Giacomo Li, oltretutto, era il primo faccia a faccia con un individuo coperto di pelo, era allergico e non lo sapeva: quando è riemerso da sotto il letto, al posto del viso c’aveva una carta geografica, ma va be’.

Ore 14:00, dulcis in fundo.
Che non c’era mica solo la mia schiacciata alla fiorentina, per dessert. La collega di Scienze bionda bella sempre felice e sempre profumata all’iris ha fatto la sorpresa di una teglia 80X100 di budino di riso con uvetta e pinoli. E’ stata accolta sotto un tunnel di braccia disposte su due file prospicienti.

Ore 15:00 tutti fuori!
“Ragazzi, alle 16 per me e la collega comincia il Corso di Glottodidattica: è stato splendido avervi ospiti, ma sono costretta a cacciarvi.”
“Profe, posso restare per favore?”
“In che senso Fang Fang, vorresti aspettarmi qui fino alle otto quando tornerò a casa e nel frattempo (eh! eh!) rimettere tutto a posto?”
“No, io voglio restare qui per sempre.”

Ma l’assurdo è che l’adotterei davvero.

La Fama dalle ali late

7 marzo 2011

“Profe! Ma è vero quello che va vociferando in corridoio la classe dei cinesi?!”
“A proposito di cosa, cara?”
“A proposito di un pranzo a casa sua fissato per domani esclusivamente per loro!”

Per placare il risentimento letto nei suoi occhioni mascarati, ho dovuto impegnarmi per un tea-time con pasticcini.
Sì, però non si può mica andare avanti in questo modo.

Bravi e dimenticati

6 marzo 2011

La mia città d’origine non ha dato i natali solo a Masaccio.
Ha accolto il lavoro di altri pittori vissuti in tempi remoti e nel tempo dimenticati da molti. Da molti, ma non da chi per professione ama spulciare tra la polvere e le vecchie tele alla ricerca dell’oblio da riportare in vita.
Come Lorenzo Pesci, curatore della rassegna Quiete, Invenzione e Inquietudine. Il Seicento fiorentino intorno a Giovanni da San Giovanni, dedicata al pittore e frescante Giovanni Mannozzi, che viene presentato con l’allievo Matteo Rosselli e il collaboratore Baldassarre Franceschini, detto il Volterrano. In tutto una ventina di dipinti di fatto proprietà della Basilica della città di San Giovanni Valdarno.
Sicché, se bazzicherete in zona come me (che oggi vado a festeggiare il compleanno del mio babbo: auguri, Tom Tom Daddy!), che ne so, fateci un salto, in quelle stradine antiche, battetevelo tutto, quel percorso disseminato delle opere di Jacopo Ciacci, Annibale Niccolai, Vincenzo Ferrati, Giulio Parigi, Antonio Puglieschi, Giovanni Camillo Sagrestani e Felice Ficherelli detto il Riposo.
Non conoscete neanche uno di questi nomi?
Appunto per questo.
Spolveriamoci di dosso l’ignoranza.

De amore

5 marzo 2011

“Ma secondo lei, profe, è più importante l’amore o l’amicizia?”
Come si fa a rispondere a una domanda tanto grossa?
Come si fa ad assumersi la responsabilità di consigliare cosa scegliere tra due sentimenti tanto parimenti irrinunciabili?
Io mi sono limitata a dire che rinunciare all’amicizia per l’amore è un errore che si paga caro nella vita: primo, perché gli amici ci restano di merda; secondo, perché l’amore ha bisogno di essere rinnovato giornalmente con una continua alimentazione della propria personalità, che avviene proprio dalla frequentazione di persone ricche (dentro) e stimolanti.
Terzo, perché a ben guardare è sempre, comunque la metti, una questione d’amore.

De amicitia

4 marzo 2011

La scuola dove insegno aderisce al Progetto “Cosmo”, finanziato dalla Provincia di Firenze ed esteso alle classi prime e seconde.
Se hai una classe piena di studenti stranieri che hanno ancora vistose difficoltà linguistiche, l’esperta arriva, se li prende, se li porta via con sé in un’aulina a parte e gli fa lezione di italiano in un modo tutto suo, teatrale e giocoso, ludico e coinvolgente.
Se hai una classe dove i problemi linguistici non ci sono ma in compenso gli studenti si scannano tra loro perché non si sono ancora amalgamati bene e non hanno capito che nella vita una felice convivenza è il dono più bello che possiamo farci gli uni con gli altri, lei entra, si presenta e propone attività che sollevano deliziosi polveroni.
Se invece hai una classe in cui tutto funziona a meraviglia, i ragazzi studiano, comunicano, discutono abbastanza civilmente e si pigliano beatamente per il culo all’intervallo, lei viene, osserva, resta, e con l’insegnante d’Italiano pianifica un lavoro di potenziamento relazionale che non fa mai male.
Nella mia seconda le cose stanno nel terzo modo, per cui tutti i venerdì io e Valeria lavoriamo insieme con i venti alunni che compongono la classe.
Oggi è arrivata con un brano di Francesco Alberoni (“Alberoni?! O Valeria, io non lo sopporto!”, “Davvero?! Mi dispiace… che faccio, lo cambio?”, “Mannò, figurati, vediamo cosa ne esce fuori…”) dedicato all’amicizia.
Al di là delle classificazioni statiche (e stitiche) dell’ingessato sociologo, ne è nata un’interessante conversazione nella quale i ragazzi parevano più curiosi di ascoltare le esperienze e le parole di noi adulte che non desiderosi di dire la loro.
“Secondo voi l’amicizia tra un maschio e una femmina è realizzabile?” ci hanno chiesto.
Lei ha confessato che le sue amicizie con l’altro sesso hanno sempre avuto origine da un’iniziale attrazione provata per i ragazzi in questione e che solo in un secondo momento, lasciata da parte la speranza del concretizzarsi di una passione amorosa, è nato il mero legame amicale.
Io ho raccontato di quel ragazzo con cui, senza conoscerlo affatto, andai a vivere quando lasciai la casa natale per trasferirmi in città. Era più grande di me di qualche anno, faceva l’architetto, si chiamava Massimo e negli anni a venire divenne per me importante al pari di un fratello maggiore. Per quindici anni lui fu il mio punto di riferimento, il mio esempio, il mio rifugio, la mia presa di coscienza, la mia occasione di crescita, di emancipazione, di maturazione. La porta di casa sua per me si aprì anche nel cuore della notte e quando ebbi un problema lui non esitò a chiedere un giorno di ferie al lavoro per starmi ad ascoltare mentre io impastavo un dolce da consumare insieme per merenda. Si andava a guardare insieme la magica Viola ai circolini Arci, ci gustavamo tutte le offerte culturali della città, imbastivamo cene luculliane tra le mura del suo piccolo cortile nel cuore di San Frediano. Si andava al cinema, ai concerti, ci si dava appuntamento in libreria, ci regalavamo libri insozzati di dediche amorose, mescolavamo insieme tutte le persone importanti della nostra vita. Quando andai a vivere in Lombardia, lui prese il treno e venne spesso a trovarmi. Affinché mi sentissi meno sola, mi coinvolse in un esperimento di romanzo scritto a quattro mani, un capitolo io e uno lui, da inviarci per posta a cadenza settimanale. D’estate io tornavo in Toscana e mi cercavo una stanza in affitto che non distasse troppo da casa sua. Ci accomunava una risata a voce alta, l’onestà a tutti i costi, una generosità reciproca senza risparmio.
Ho raccontato tutto questo, stamani, ai miei ragazzi.
E mentre lasciavo uscire dalla bocca le intime parole, dentro di me speravo che anche a loro la vita riservi l’incredibile fortuna di vivere un legame come quello tra me e il più grande amico che abbia avuto.
Anche a costo di soffrirne profondamente per una fine che mai mi sarei aspettata.

Ognuno porta qualcosa

3 marzo 2011

“Profe…”
“Dimmi Fang Fang.”
“Ho un’idea per il pranzo di martedì!”
“Eccoci… dimmela, via.”
“Mentre lei cucina la pasta per noi, noi possiamo preparare qualche specialità cinese!”
“Specialità cinese?! In che senso?”
“Ognuno di noi porta qualcosa e cuciniamo tutti insieme! Che ne pensa?”

In certi casi, meglio non pensare.

Corta o lunga?

3 marzo 2011

“Ragazzi, il mio fidanzato vuole sapere se preferite pasta lunga o corta.”
“?!”
“Sì, per il pranzo di martedì 8 marzo: siccome la spesa la fa lui, mi ha detto di chiedervi se vi piacciono di più gli spaghetti o la pasta corta.”
“Spaghetti!”
“Fusilli!”
“Farfalline!”
“Tortiglioni!”
“Linguine!”
“Penne rigate!”
“Ma le lasagne non si posso avere?”

Se la fanno dimolto lunga li spedisco tutti e trenta da McDonald’s.

Lo spiritoso

3 marzo 2011

“Profe scusi: ho una domanda.”
“Dimmi caro.”
“Ma è proprio sicura sicura di volerci tutti a pranzo a casa sua martedì 8 marzo? Come farà a metterci tutti e trenta a tavola?”
“Be’, tanto per cominciare non sarà un pranzo statico, bensì itinerante.”
“Itineché?!”
“Itinerante, oserei dire quasi peripatetico.”
“Peripaché?!”
“Sì, ci muoveremo un po’ qua e là.”
“Qua e là dove?!”
“All’interno del mio appartamento, dove sennò.”
“E come mangeremo?”
“Chiaramente su bellissima oggettistica di plastica: non penserete mica che abbia trenta piatti, trenta scodelle, trenta bicchieri, trenta forchette e trenta coltelli?!”
“PLASTICA?! Neanche a parlarne. Io non vengo.”