Ollellé ollallà

24 ottobre 2011

Questa sera incontro i ragazzi e le ragazze del MSAC, acronimo per Movimento Studenti Azione Cattolica.
Dicono che gli piace la mia rubrica del venerdì sul Corriere e mi hanno invitata al Seminario Arcivescovile di Lungarno Soderini affinché racconti la mia esperienza scolastica. Ora, quando parlo di questo, narro sempre che io da giovane la professoressa non la volevo fare, che poi un giorno più per caso che per scelta mi sono ritrovata dentro una classe, che in questa classe (una quinta geometri) sono stata accolta con un coro da stadio parecchio caloroso. Troppo.

Ma forse è meglio se per questa sera m’invento una bugia.

Sorpresa!

24 ottobre 2011

“Profe…”
“Dimmi caro.”
“Che lo vòle tenere un pochino lei il mi’ babbo? Glielo presto volentieri.”
“Povero babbo, occosa ti ha fatto?”

Gli ha fatto questo: ieri legge il blog, va da suo figlio e gli fa: “Oh, lo sai?, la tu’ professoressa di Italiano oggi è alla Leopolda a presentare il libro!”. Sicché lui prima pensa: “Quasi quasi le faccio una sorpresa…” e poi passa all’azione. Si veste, prende il bus, va alla Leopolda a Porta al Prato. E si ritrova solo come un passero. Traffico tanto. Ma la Leopolda chiusa come le chiese quando ti vuoi confessare.

Alla Leopolda c’ero.
Ma di Pisa.

Quello che mi rimane dentro

24 ottobre 2011

Per me le presentazioni, gli incontri pubblici, i convegni, le conferenze e le tavole rotonde -non ne ho mai fatto mistero- sono un gran patimento. Almeno, lo sono prima che si concretizzino e che mi ritrovi nel luogo dove sono stata invitata. A darne eloquente testimonianza è il mio corpo stesso, che ogni volta prova a boicottarmi uscendosene fuori con tutta una serie di reazioni oltretutto sproporzionate: potrei cavarmela con un po’ di cefalèa, un accenno di secchezza delle fauci, e invece quello ci si mette d’impegno e la fa bozzolosa con una serie di manifestazioni (perlopiù epidermiche, ma non solo) che non fanno altro che ingigantire una naturale emozione umana. Ieri per esempio, oltre a portare a giro una bolla diametro quattro opportunamente celata da un abbigliamento ad hoc, non ho digerito il pranzo consumato all’enoteca “La mescita” in via Domenico Cavalca, angolo piazza delle vettovaglie. Ammetto che il menu su cui mi sono indirizzata non agevolava: solo io considero leggeri i tortellini in brodo. Poi, come se tutto il grasso che vi galleggiava intorno non bastasse, gli ci ho schierato dietro anche un piattino tipico invernale, l’osso buco col purè. Inzavorrata a modino, quindi, mi sono indirizzata verso la Stazione Leopolda in compagnia dei tre maschi che mi facevano da compagnia, da scorta e da presentatori: il fidanzato, il giornalista e Nanni, il cane carlino del giornalista. Con la lingua allappatissima e incollata al palato, ho disquisito per un’ora al cospetto dei presenti. E insomma, è andata.

Tutta l’ansia emotiva del prima, a incontro ultimato si scioglie nelle strette di mano di chi viene al tavolone a salutare. A quel punto, quello che mi rimane dentro sono i volti su cui mi sono caduti più insistentemente gli occhi durante la chiacchierata: la collega bionda di fronte a me, che ha ammesso di mettere più testa che cuore in questi suoi ultimi anni di insegnamento, perché non ce la fa più a reggere allo stress di un lavoro che chiede sempre di più e paga sempre meno; la collega mora che venne a sentirmi parlare anche a Piombino, in quella bella serata animata di gente e bagnata di pioggia estiva; il signore col giubbotto chiaro seduto in prima fila che rideva a voce alta e che alla fine è venuto a chiedermi un indirizzo mail a cui potermi scrivere in privato; l’amica virtuale che mi scrive da un anno e che ieri si è materializzata a Pisa perché ci conoscessimo anche di persona dandoci un abbraccio d’intesa empatica tante volte promesso; la studentessa di quinta superiore che mi ha confidato di come il mio primo libro scivolasse di soppiatto tra i banchi della sua classe durante le lezioni;  la ragazza dal viso aperto sorridente e fiducioso che tra una settimana si laurea in Lettere con una tesi in Filologia Romanza, che dopo sogna di fare l’insegnante, che risponde al nome di Cecilia, e a cui auguro un felicissimo futuro in cattedra, uno dei luoghi più affascinanti in cui sedersi.

E naturalmente Nanni, il carlino di fianco al quale ho viaggiato in auto, che mi ha sbausciato di bava la parte bassa della maglietta, e che ha mantenuto tutte le promesse di cui avevamo timore: rantolare anziché respirare, starnutire e tossire come un tubercolotico anziché trattenersi, agitarsi anziché darsi un tono, abbaiare agli estranei anziché mostrarsi accogliente, liberarsi di liquidi e solidi nel giardino di un’affollata Leopolda anziché riportare tutto a casa.

 

Viene anche Nanni

22 ottobre 2011

Per la mia partecipazione al Pisa Book Festival di domani è tutto pronto: pronta la gentilissima direttrice che mi ha invitata, pronta io, pronto l’uomo che vive con me e che mi accompagnerà, pronto il giornalista che m’intervisterà e che viaggerà insieme a noi. Prontissimo anche il brufolo dell’ansia da prestazione che da due giorni pigia sotto pelle lasciando intendere che per domani alle 16.30 sarà in forma smagliante.

Ma più di tutti noi messi insieme pare che sia pronto Nanni, un esemplare di cane carlino, logorroico, tendenzialmente nervoso, egocentrico, esibizionista, grande urlatore, possessivo e geloso a morte del suo padrone. Cioè il giornalista che lo trascurerà per intervistare me e che, così facendo, susciterà tutto il suo implacabile rancore.

I meno appariscenti

21 ottobre 2011

In ogni classe ce n’è (almeno) uno. Parlo di quegli studenti che non respirerebbero nemmeno per non disturbare, di quei ragazzi di cui non senti la voce se non quando li obblighi a risponderti a un’interrogazione. Parlo di coloro che consumano le sei (a volte sette) ore di lezione nel più assoluto silenzio e nella più totale compostezza. Non sono mai fuori posto né fuori luogo, mai sciatti, mai ciarlieri, mai invadenti, non stanno mai sopra le righe. Non si agitano mai, almeno non esteriormente, vattelappesca poi cos’hanno dentro, non contestano mai un voto, non chiedono mai il posticipo di una verifica.
All’intervallo si alimentano con discrezione di uno spuntino decoroso che generalmente portano da casa per evitare la ressa dall’uomo dei panini. In bagno ci vanno una volta sola a mattinata. Non lamentano mai particolari esigenze. Fanno tutto quello che si dovrebbe fare a scuola ed evitano di fare tutto quello che a scuola non si fa. Sono persone miti, di cui il mondo è sempre più a secco.
Ecco, io voglio dedicare questo post a loro, che sono meno appariscenti degli altri e che dagli altri vengono talora oscurati, soffocati, ingurgitati, che a volte passano inosservati, a volte ti fanno scordare che ci sono, ma ci sono sempre, e sono lì sempre attenti a guardarti mentre scrivi alla lavagna, a starti dietro con gli appunti, a dare orecchio a ogni tua parola, seria o faceta che sia.
Stanno in attesa del momento buono, di quell’attimo in cui i tuoi occhi s’incrociano con i loro: è allora che essi, pur tacendo, parlano. E dicono sempre qualcosa che vale la pena di ascoltare.

Porta un poeta in classe

20 ottobre 2011

Quando in classe hai quattro italiani, una rumena e dieci cinesi, non puoi far finta che esista solo Giacomo Leopardi. Devi per forza aprire altri libri e soprattutto spalancare il cervello.

“La prossima lezione di Letteratura sarà tenuta da Fang Fang e Zhou Lei, le quali sceglieranno un testo poetico della classicità cinese, lo porteranno in classe, lo scriveranno alla lavagna in caratteri mandarini, vi affiancheranno la pronuncia e ce lo tradurranno, raccontandoci anche qualche notizia sull’autore.”

Hanno scelto una poesia di Li Bai, noto anche come Li Po, poeta della Dinastia Tang vissuto tra il 701 e il 762. Considerato una delle principali voci poetiche della Cina, fu soprannominato “l’immortale caduto”. Li Bai è conosciuto per l’esuberante immaginazione visiva, l’incontenibile passione per i viaggi e l’eccessiva simpatia per gli alcolici. Non a caso una notte, briaco come un tegolino, cadde dalla barca nelle acque di un lago mentre cercava di afferrare la luna che vi si rifletteva. E morì annegato come un bischero qualunque.

Calorosissima accoglienza dell’intera classe al personaggio proposto.


Il finto scocciato

20 ottobre 2011

“Profe ora basta: lei non fa che scrivere di me su quel blog!”

Mi guarda sornione, sorride tra i baffi e quando non riesce più a sostenere l’occhiata insistente, infila il capo nello zaino, ci fruga dentro con le mani, ne estrae la Letteratura e va alla pagina del Dolce Stil Novo dichiarando pubblicamente che, per quanto lo riguarda, imparare a memoria anche il sonetto di Guido Guinizzelli è roba da ragazzi, che lui sarebbe in grado di impararlo per domani, ma che in fondo va bene anche tra una settimana come s’è fissato.

L’esimo

20 ottobre 2011

“Profe!”
“Sì?”
“Ho scoperto una cosa su di lei!”
“Ah. Cosa?”
“Lei ha scritto tre libri!!”
“Sì, è vero.”
“E ha anche un sito e un blog!!!”
“Sì, è vero.”

Riprendiamo la lezione come se fosse soffiato un po’ di vento.

La sua serata gay

19 ottobre 2011

Molti degli amici dell’uomo con cui vivo sono gli stessi che aveva da bambino. Lui, a differenza mia, ha ancora gli amici dell’infanzia. Quelli con cui andava all’asilo, quelli con cui ha fatto le elementari, quelli che ha conosciuto alle scuole medie. Non si sono persi mai. Magari a fasi alterne un po’ allontanati, ma puntualmente recuperati e riavvicinati con il tempo.
La maggior parte di loro adesso è padre, qualcuno marito, qualcun altro compagno. Hanno mille impegni, vivono di corsa, si dividono tra scadenze e appuntamenti.
Periodicamente, però, tirano il freno. Si telefonano, sparano quattro cazzate via cavo, quindi fissano un giorno e un’ora, e infine s’incontrano. La chiamano serata gay. Tutti uomini, tutti intimi, si ritrovano a un circolino, in un baretto, a un’enoteca, da un kebabbaro, in pizzeria, sulle spallette d’Arno, in un quartiere antico di Firenze, e riprendono a raccontarsi dal punto in cui si erano interrotti. Ragionano di lavoro, di figlioli, di mogli, compagne, donne, di politica, di etica, di viaggi, progetti e sogni.

Completamente sola a casa, ne approfitto per abbandonarmi ai piaceri più sfrenati, alla libidine più estrema, alla lussuria meno controllata. Questa sera ho fatto due lavatrici, stirato una pila di panni, letto trenta pagine di Accabadora, corretto cinque temi, ascoltato Frank Sinatra a volume dodici, inseguito a quattrozampe il gatto e ballato insieme a lui tutto il lato A dell’ultimo dei Gotan Project. Sul casché siamo scivolati e abbiamo riso.

Il finto maschilista

19 ottobre 2011

Io voglio del ver la mia donna laudare
ed asemblarli la rosa e lo giglio:
più che stella diana splende e pare,
e ciò ch’ è lassù bello a lei somiglio.

Verde river’ a lei rasembro e l’âre
tutti color di fior’, giano e vermiglio,
oro ed azzurro e ricche gioi per dare:
medesmo Amor per lei rafina meglio.

Passa per via adorna, e sì gentile
ch’ abassa orgoglio a cui dona salute,
e fa ‘l de nostra fé se non la crede;

e no ‘lle pò apressare om che sia vile;
ancor ve dirò c’ha maggior virtute:
null’om pò mal pensar fin che la vede.

“Il poeta scrive che intende lodare la sua donna dicendo le cose come stanno, cioè attenendosi alla stretta verità. Compara a lei due tra i fiori più belli, la rosa e il giglio. La sua donna splende più della prima stella del giorno e tutto quello che in cielo c’è di bello le va paragonato. Seguite, ragazzi, guardate il testo: il poeta confronta con la sua donna le verdi campagne e l’aria, tutti i colori dei fiori, il giallo e il rosso, l’oro e l’azzurro, e i gioielli preziosi da regalarle.”
“Scusi profe, può ripetere cosa significa ricche gioi per dare ?”
“Significa gioielli preziosi da regalare alla donna amata. Praticamente quello che dovresti fare tu con la tua ragazza in quarta C. Cosa aspetti a regalarle un anello di fidanzamento?”
“Veramente è da un po’ che gliel’ho regalato, profe… Ho comprato un anello per lei e uno per me, guardi, e nella parte interna c’è incisa la data in cui ci siamo messi insieme.”

Scopro così che quell’albanese che gioca a fare il maschilista ruvido e tenebroso (e che mi fa tanto ridere ogni volta che lo vedo) in realtà è un tenerone completamente annichilito e steso dal sentimento dell’amore.
Passo il resto della lezione a pigliarlo amorevolmente per il culo.