Il nostro Boccaccio

19 maggio 2013

Per il settecentesimo anniversario della nascita di Giovanni Boccaccio, l’omonima Associazione ha esteso l’antico e famoso Premio Letterario anche alle scuole medie e superiori.
“Ragazzi, bisogna partecipare in tutti i modi!” ho detto tre mesi fa alla mia classe terza.
Il concorso consisteva nella stesura di una novella ambientata ai nostri giorni, ma scritta nella lingua fiorentina del Trecento e il regolamento imponeva solo partecipazioni individuali.
Loro però desideravano lavorare tutti insieme unendo forze, fantasia, intuizioni e scelte lessicali.
Dal comitato di valutazione hanno ottenuto il permesso eccezionale.
E hanno partorito una novella che, dalla genesi al triplice finale, li ha fatti molto divertire.
La presento in questo blog, oggi che abbiamo saputo ufficialmente che alla premiazione del 1° giugno, nel Salone dei Dugento del Palazzo Vecchio, c’è un premio che ci aspetta.

Ginevra da Poggio a Caiano, dalla finestra della propria aula, guata (a sua volta guatata) uno giovine da lontano venuto, che fatica in uno opificio confinante con la di lei schola.
Multo sentimento si sprigiona, ma lo finale della vicenda rimane nello mistero involto.

Era in Poggio a Caiano una giovine nomata Ginevra, la quale in Fiorenza mandata fu dal padre, abile et facoltoso mercante, acciocché costei imparasse la dilicata arte della mercantia e studiasse presso lo prestigioso collegio “Sassetti et Peruzzi”. Era ella di minuta persona e con bellissimo viso, nobilmente costumata et vestita e ornata assai orrevolmente. La testa avea anguicrinita, secondo la moda nomata rasta.
Et era in Smirne, gloriosa città de lo Medio Oriente, un fante nomato Servan, di forte busto, assai bello de la persona e leggiadro molto, il quale, in cerca di bona ventura, giunse in Fiorenza e ritrovossi a faticare con calcestruzzo e mattoni presso lo immenso et antiquo opificio de la villa nomata Demidoff. Sorgea essa per cieca sorte dinanzi a la schola ove studiava la feminetta Ginevra.
Avvenne un giorno che, guatando colei oltre lo vitro per la noiosa lezione de le scienze de lo quadrivio, lo di lei occhio turchese incrociòssi con la di lui pupilla di pece, che nel contempo, sollazzandosi con tubolare cartaceo intubato di aulente tabacco, picciola pausa dalla fatica prendea.
La tal cosa, iniziata ne la stagione che le foglie scolora e fa a terra cadere, ogni dì si ripetea, tanto che, quando lo verno giunse seco recando gelo e spignendo ad abbigliarsi con lo mantello di anatidae piume ripieno, egli le cominciò stranamente a piacere.
La feminetta sentìa ardersi dentro tutte le carni: ne la brieve pausa tra trivio e quadrivio nullo appetito tenea et caparbiamente rifiutava succolento et gustoso farinaceo d’insaccato ripieno.
Tornata a la sua stanza, ella spendea lo intero meriggio tra li sospiri, guatando nel vòto et attendendo con ansia multa lo successivo die.
Ed ecco, a lo principiar de la stagione bella, che reca seco flori et erba, et augelli festosi danzanti per lo libero ciel, veggendo lo fante straniero al fin liberato da li panni invernali e mostrante lo suo scultoreo fusto, la tenera donzella perse del tutto il senno.
Lo di lei collo sempre tenea girato verso lo opificio e sempre rimirava la tartaruga ch’egli su l’addome mostrava.
A nulla serviano li richiami de la magistra adirata, a nulla le note iscritte su lo registro: costei sempre più s’infocava ne lo cocente amore per colui, tanto che confidossi a lo di lei banco compagno, che Bernard si nomava, da la Franca terra giugnea e gusti raffinati multo avea: e fu così che anch’ello prese a mirare l’humano paesaggio su le impalcature.
Servan da Smirne, sentendosi guatato, a sua volta gittava l’oculo intro l’aula de la schola, da cotanta bellezza attirato.
Costui chiedeasi se tante attenzioni fosser proprio a lui rivolte et, dubbioso, volgeasi a li suoi compari di fatica a la ricerca di taluna conferma.
Et essi battendolo forte et per burla percuotendolo su li due omeri, gli ripeteano a gran boce al quanto raffinati verbi: “Orsù! Concedi ciò che ti viene palesemente richiesto!”, “Per Dio, buon fante! Cosa vai tu aspettando ancora? Non stare tutto il dì a schiccherare le mura a modo che fa la lumaca!”, “Per Bacco, gittati ne le sue braccia e più non ti crucciar!”
Non eran trascorsi ancor sette die, che nova sorpresa lo turco fante attendea: la fenestra de la schola cosparsa era stata di picciole carte vermiglie a guisa di core forgiate et ivi appese.
Cotesta fu la prova ch’egli sperava: Servan intese così d’esser lui l’oggetto de li misteriosi disiri.
Et essendo così giunto lo quinto mese de l’anno, che li fiori spinati fa sbocciare, Ginevra da Poggio a Caiano giocòssi la sua ultima carta: da la bisaccia trasse fora uno magno lenzolo con scritte dipinte e, grazie all’ausilio de lo compagno Bernard, che gesticolava al fine di catturar l’attenzione de lo bello straniero sui tetti, puoselo a lo vitro.
Claro messaggio lo lenzolo recava:

“SORTO A LO TOCCO E QUARANTA.
ASPETTEROTTI FREMENTE A LO CANCELLO DE LA SCHOLA”

Di cotesto intrigo amoroso circolano tre differenti finali:

1) “Faccia di Libro” tramanda che tra li due giovini, finalmente incontratisi fora da la schola, nacque improvviso uno amore potente et vigoroso, ostacolato però da li parenti di lei , li quali indefessi bociavano: “Villana sciacquetta, non oserai tu convolare a nozze con siffatto fante, che di mano fatica, da lungi giugne et nulla tiene!”.
Ma ella, che intimidir non si facea da nissuno, con coraggio preparòssi uno sacco con pochi panni e vivande per lo viaggio, varcò l’uscio de la paterna dimora e serròsselo dietro de le spalle fiera annunziando: “Bona!”.
Null’altr’oltre sèppesi di coloro, se non che la lor vita fu probabilmente in perfetta letizia consumata.

2) Lo “Elettronico Cinguettìo” narra invece uno tragico finale: Servan da Smirne, oltremodo mosso nell’animo per l’amoroso incontro fissato, faticò quello die con lo capo tra i nembi. Grande scombussolìo di policromi insetti volanti sentìasi intro lo stomaco et nulla attenzione riponea ne li suoi atti.
Avvenne che, veggendo egli l’oggetto de li suoi disiri già giunto ne lo loco stabilito, et havendo forte moto d’ansia ne lo suo core, mise uno pede fora da li legni de l’impalcatura e tragicamente a terra precipitò, spappolandosi: orendi pezzi de lo corpore suo rinvenuti fuor per ogne dove et la femminetta Ginevra, veggendosi giugnere incontro uno insanguinato arto di costui, cadde come corpo morto cade.

3) Boci d’àndito, infine, bisbigliano ben differente terzo finale di cotesta fascinosa vicenda: giunta l’hora cotanto attesa de l’incontro, la feminetta Ginevra fécesi accompagnare in loco predetto da lo fido et franco amico Bernard, che sempre assai vicino a colei era stato nei mesi de lo corteggiamento.
Ecco adunque pervenne da opposto lato lo bello straniero sol di cotone vestito, in volto radiante et scultoreo multo. Tenea fisso lo sguardo ne la di costoro direzione et procedea a passi ampi e certi.
Poscia, fermo al cospetto de li due, con famelico sguardo soffermossi non su la fanticella Ginevra, bensì sul di costei amico Bernard, che alto, filiforme, d’adipe privo et di blonda testa apparìa.
Indi, preso costui a guisa di sposa tra le braccia, portòsselo seco lontano da li occhi indiscreti de la gente e da quelli basiti di lei che, veggendosi sola rimasa, in principio trasecolò, indi trascolorò, infine cadde come femina cui sonno piglia.

FINE

Sussulti notturni

19 maggio 2013

Ero in casa. In questa casa. Che era diversa, ma io sapevo che era questa.
All’improvviso, il terremoto. Non oscillatorio: sussultorio, che è il mio incubo personale.
L’appartamento andava su e giù, su e giù. Dei salti pazzeschi.
Nel panico, afferravo quello che potevo: il gatto.
Stringendomelo forte al seno, mi dicevo che morire abbracciata a lui avrebbe reso la morte meno atroce.
Un sussulto più forte di tutti gli altri ci schizzava entrambi verso il cielo, su, in alto, sempre più in alto. Rimanendo abbracciati, superavamo le nuvole e continuavamo a salire fino alla cima del cielo, che non si può raggiungere perché non esiste.
In quel volo, un misto di terrore e di eccitazione che mi privava del respiro, abbassavo lo sguardo per controllare come stava il micio. Ma lui non c’era più.
Al suo posto c’era Nello, il mio cane beagle, l’amore della mia vita, l’animale più bello, intelligente e simpatico del mondo.
Era cucciolo, era sereno, era fiducioso.
E volava insieme a me.

E dire che avevo cenato a brodino.

Faccia Tosta ad Ankara

19 maggio 2013

Quando nella posta elettronica della scuola ci arrivò la notizia di quell’iniziativa, pensammo immediatamente a lei. Perché l’iniziativa mirava a sensibilizzare gli studenti sulla violenza contro le donne e proponeva quello che, a diciotto anni, assomiglia a un sogno: otto giorni (tutti spesati) ad Ankara per partecipare a un laboratorio dal titolo “Combating Violence Against Women with Drama”, in pratica per organizzare un gigantesco flash-mob pubblico alla fine di una settimana di riflessioni, confronti multietnici ed esercitazioni teatrali. Abbiamo pensato a lei perché è perfetta per una cosa come questa: figlia di genitori egiziani ma nata in Italia, attaccata a entrambi i Paesi con il corpo e con il cuore, solare, entusiasta e passionale di carattere, e (particolare non secondario) dotata di un’ineguagliabile faccia tosta. Sapevamo che avrebbe avuto tutte le carte in regola per superare la serrata selezione: solo 4 studenti, infatti, sarebbero stati scelti e mandati, dall’Italia, in Turchia. Ebbene, lei è stata tra questi. Unica alunna di scuola superiore (gli altri tre erano universitari), Faccia Tosta è partita alla volta della capitale turca portandosi dietro la sua testa di riccioli e il suo sorriso illuminante, non prima di aver promesso al padre di comportarsi come una buona musulmana. Ad Ankara ha trovato trentacinque giovani come lei che arrivavano da Albania, Montenegro, Macedonia, Romania e Bosnia Erzegovina. Ha vissuto otto giorni gomito a gomito con tutti loro parlando un improbabile ma efficace inglese. Si è impegnata in attività originali e fantasiose per padroneggiare l’uso del corpo e imparare ad adoprarlo per lanciare messaggi universali. Ha dormito in un magnifico hotel. Ha assaggiato molte prelibatezze della cucina turca (incappando solo l’ultimo giorno in un’indecorosa dissenteria). Alla fine di tutto questo, prima in due enormi centri commerciali e poi in un parco gigantesco, è andata in scena insieme ai suoi colleghi: e, lontana millecinquecento chilometri da casa, ha gridato al mondo il suo no contro la violenza sulle donne. Tornata in classe (l’aria ancora sognante per l’esperienza vissuta) ha condiviso con noi tutto questo, dimostrandoci che avevamo fatto proprio bene a pensare a lei.

(ieri sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Da zio Gigi

17 maggio 2013

DUE GIORNI FA
“E sennò ci sarebbe quel ristorante calabrese in via Folco Portinari…”
“Ma quale?!”
“Da zio Gigi: io ci sono stata diverse volte. Si mangia molto bene. Solo che…”
“Solo che?”
“Solo che è un po’… pittoresco.”
“In che senso?”
“Il titolare mentre serve ai tavoli canta a squarciagola. E chiunque voglia, può portare uno strumento musicale e usarlo.”
“Cioè, si può fare casino?”
“Sì, si può fare tutto il casino che si vuole.”
“Prenota subito.”

IERI SERA
“Ma hai portato la chitarra per davvero?!”
“E che, parlo a vanvera?”
“Voglio suonare anch’io!”
“Tu suoni?!”
“Certo: anni e anni di oratorio e campeggio in montagna non sono passati invano.”
“Forse viene anche un mio amico che suona il mandolino.”
“Io voglio cantare Battisti.”
“Ci sarà qualcosa anche per celiaci, spero.”
“Entriamo?”
“O SOOOOOLE MIOOOOO….”
“Ehm, buonasera, abbiamo prenotato un tavolo per sette.”
“Ma quanta gente c’è?! Io credevo che saremmo stati solo noi: non canto più, mi vergogno.”
“Canto io!”
“E ‘A LUNA ROSSA ME PARL’E TEEEE…”
“Ci porta da bere?”
“Ehi, carina, porta pazienza.”
“Vi consiglio l’antipasto vegetariano: è buonissimo.”
“Acqua liscia o gasata?”
“Macché acqua, ci porti del buon vino, rosso e bianco!”
“Ecco il mio amico con il mandolino.”
“E’ giunta mezzanotte, si spengono i rumori, si spegne anche l’insegna di quel’ultimo caffè, le strade son deserte, deserte e silenziose, un’ultima carrozza cigolando se ne va…”
“Ma lui non mangia?”
“Lui è così: un po’ suona, un po’ mangia.”
“Si fa Battisti?”
“C’ERA UN RAGAZZO, CHE COME ME…”
“Uh bella questa, mi ricorda l’infanzia.”
“Nun c’e’ bisogno ‘a zingara p’addivina’ Cunce’…”
“La so! Comme t’ha fatto mammeta ‘o saccio meglio ‘e teee…”
“Ma che le sai tutte quelle napoletane?!”
“Vedrai, il mio nonno si chiamava De Nicola!”
“Mi passi un crostino alle melanzane?”
“E qualcosa rimane… tra le pagine chiare e le pagine scure…”
“Oh… bella questa, mi strugge dentro…”
“Davvero, è quella che preferisco di De Gregori…”
“Chi vuole ancora olive e pomodori secchi?”
“A me piace di più La donna cannone.”
“Per carità, La donna cannone non la reggo, una lagna…”
“Compliments! Bravì! Bravì!”
“Oh, l’hai visti quelli? C’hanno fatto l’applauso!”
“Thank you, thank you very much!”
“Ci porta ancora del vino?”
“Buonissima questa cena.”
“Via del Campo c’è una graziosa, gli occhi grandi color di foglia, tutta notte sta sulla soglia, vende a tutti la stessa rosa…”
“Ah… De André… quanto mi manca…”
“Questa la conoscete?”
“Mentre attraversavo il London Bridge…”
“Geordie! Fantastica. La cantavo sempre a Gastra.”
“Che bella grigliata di ciccia!”
“Mi passi un po’ di pane?”
“Seconda stella a destra, questo è il cammino…”
“Questa la fo io! E’ il mio cavallo di battaglia!”
“Badala come la va! O che sai suonare per davvero?!”
“Oh, io dopo voglio anche il dolcino, eh.”
“Non mi c’entra più nulla, mi sento scoppiare.”
“Scusate… Posso?”
“Oh, guarda quello ci fa la foto con l’ipad!”
“Mettiamoci tutte vicine!”
“Sì, ma io pretendo di sapere dove andrà a finire questa foto: mi vergogno!”
“LE BIONDE TRECCE, GLI OCCHI AZZURRI E POI…”
“Oh! Finalmente Battisti!”
“Ma questa è pallosissima, mica la canteremo tutta?”
“Guai a chi me l’interrompe!”
“Battisti era un fascio.”
“Ma che dici?”
“Te lo giuro: nella divisione ideologica di quegli anni, lui apparteneva ai cantautori di destra.”
“Non ci posso credere.”
“A forza di cantare mi fa male la gola, passatemi quella bottiglia per favore.”
“Guarda che non è miele di castagno, è vino.”
“Yo soy un hombre sincero de donde crecen las palmas…”
“Favolosa Guantanamera! La cantavo sempre a Gastra.”
“Ho una sete.”
“Esco a fumare un cicchino.”
“Bésame, bésame mucho… Como si fuera esta noche la ultima vez…”
“Sulla strada ho conosciuto un portoghese che in seconde nozze ha sposato una brasiliana e ora vive con lei in Brasile: sono in Italia per due settimane e oggi hanno mangiato da zio Gigi anche per pranzo.”
“Ma tu gli affari tuoi non te li fai mai?!”
“Non ci ho colpa: sono gli altri che mi raccontano i fatti loro!”.
“E ora il dolce!”

Interpreti:
- tre professoresse di Lettere
- una professoressa di Psicologia
- una professoressa di Fisica
- una professoressa di Scienze
- un musicista calabrese, organizzatore di eventi

By night

14 maggio 2013

Sto per andare a dormire, quando mi sovviene.
Approfittando della geniale invenzione di uozzàp, scrivo messaggino multiplo ai diciotto studenti di quarta.
“Tassativo, domattina portare libro di letteratura”.
E mentre le ragazze mi rispondono a suon di cuoricini, boccucce bacianti e sorrisi a sessantaquattro denti, il maschio rustico della classe imbastisce un dialogo che merita di essere sbobinato (quasi) fedelmente.

“Lei è pazza a mandare questi messaggi a quest’ora. E poi il libro di letteratura l’ho già messo nell’armadio dello stanzino fra la roba inutile.”
“Domattina tu mi senti.”
“Ma chi sento, c’ho un sonno boia.”
“Insolente e ingrato. Domattina interrogato.”
“Ahahahahahah!”
“Domattina rido io.”
“Ma lei la sera non ha da fare la maglia invece di disturbare il quieto vivere altrui?”
“Questo è troppo!”
“Ahahahahah!”
“Domani ti massacro.”
“Non so lei, ma me la sto ridendo della grossa.”
“Rido che mi balla il letto. E quello accanto a me chiede spiegazioni. Che faccio, parlo? Ma se parlo, te le dà.”
“Lo faccia venire a scuola domani, invece di chiacchierare tanto.”
“Madonna, mi pizzicano le mani. Domattina te le do io.”
“Scusi ma se le cerca. E’ venuta lei a disturbare il cane che dormiva. A domani (senza libro).”
“A domani (con libro).”
“Sesè.”
“Maremma!..”
“Profe non si scomponga: lei rappresenta la scuola.”

Messa di fronte a questa insindacabile verità, m’è toccato soccombere, tacere, spegnere la luce e dormire.

Lavorare di squadra

14 maggio 2013

Atrio al primo piano.
Otto tavoli apparecchiati con trentacinque pile di fogli A4 stampati fronte-retro.
Squadra di lavoro: dieci studenti (quattro maschi, sei femmine).
Allo stereo, in sottofondo: The Best of Vasco Rossi.

“Fino a che ora restiamo?”
“Finché non abbiamo finito.”
“Accidenti, allora ci si fa notte.”
“Appunto, zitta e lavora.”
“Come si fa?”
“Il foglio successivo va sempre sotto, guarda me: sempre sotto, sempre sotto, sempre sotto. Forza, partite, venitemi dietro.”
“Sì, ma lei va troppo veloce.”
“Anni e anni di pratica all’oratorio…”
“Ma per noi è la prima volta, deve aspettarci.”
“Forza, mollaccioni.”
“Ha un che della schiavista quando ci coinvolge in questi lavori manuali.”
“Poche chiacchiere.”
“Ma cantare si può?”
“Certamente.”
Voglio una vita spericolata.…”
“Vorrei anch’io una vita spericolata, profe.”
“… una vita come Steve McQueen...”
“Sì, che bello, la vorrei anch’io.”
E poi ci troveremo come le star a bere del whisky al Roxy Bar...”
“Anch’io vorrei bere un po’ di whisky, profe.”
“Tanto tu sei poco briaca…”
“Eppure io non bevo, sa?”
“Vorrei vedere: hai quindici anni.”
“Se vogliamo dirla tutta ne ho sedici, e comunque ogni tanto un sorsino di mohito me lo sparo.”
“Peggio per te, bada che diventi cicciona e sfatta.”
“Profe, secondo lei ho le rughe?”
“Qualcuna sì, ma sono d’espressione: se tu stessi più zitta, ce ne avresti meno.”
“Brava profe, glielo dica!”
“Me lo dice anche quella di Mate.”
“Fa bene.”
“Per domani ci sarebbe quel lavoro di comprensione del testo poetico: ma che lo dobbiamo fare anche noi?”
“No, voi siete giustificati perché siete qui con me fino a stasera.”
“Ma la mia compagna di banco perché non è venuta?”
“Prova a chiamarla, quella vagabonda.”
“Pronto, perché non sei tornata a scuola dopo pranzo? Ah, ok, ciao. Ha detto che sta guardando un film cinese in lingua originale.”
“Profe, ma che fa, si cambia le scarpe?!”
“Mi fanno male i piedi con quei tacchi maledetti.”
“Ma è tappissima con le scarpe da ginnastica!”
“Zitta e lavora.”
“Profe, qui sono finite le puntine.”
“Vai dalla custode.”
“Che sete.”
“Davvero, e che fame. Oggi ho mangiato solo una pizzetta. Voi?”
“Io mi sono portata da casa pennette con gamberi, zucchine e zafferano.”
“Bone!”
“Io l’insalata di farro coi pomodorini, la feta e il basilico.”
“Mh.”
“Profe, lo sa che alla mia ex è stato consegnato un mazzo di fiori in classe? Se scopro chi gliel’ha mandato vado là e gli spacco il muso.”
“Ma che discorsi fai?! Sei proprio un albanese.”
“Albanese o no, io quello lo riempio di cazzotti.”
“L’hai lasciata tu: così impari.”
“L’ho lasciata, ma l’amo ancora.”
“Allora perché l’hai lasciata?”
“Perché ho diciotto anni. Se mi fidanzo adesso, quali esperienze racconterò ai miei figli?”
“Ha ragione, profe, via.”
“Mah, è un ragionamento che mi lascia un po’ perplessa.”
“Profe vado a fare la pipì.”
“Tu invece ci stai sempre col tuo ragazzo di Napoli?”
“Certo!”
“E regge questo amore a distanza?”
“Certo!”
“Mi sono fidanzata anch’io, professoressa.”
“Con chi, con un peruvianino come te?”
“Eh! Eh! Eh!”
“Profe, il suo fidanzato ha i capelli rasta?”
“Ma che dici, lo sanno tutti che è pelato come un boccino da biliardo.”
“Sì, ma come vi permettete?”
“Vedrai, lo dice sempre lei!”
“Profe, si fa la pausa caffè?”
“E questo plus-lavoro chi lo porta in fondo?”
“O profe, si finirà domattina.”
“Ma che domattina: io stasera voglio finire tutto. E domattina si consegna nelle classi.”
“A consegnarlo in quarta A ci vado io!”
“E perché mai?!”
“Perché c’è quello che mi piace.”
“Sfacciata. E poi lui non ti caca nemmeno di striscio.”
“Ma insomma!”
Mi piaci tuuuu…. mi piaci tuuuu…. mi piaci tuuuu… ma come te lo devo dire????
“Vasco numero uno.”
“Vasco forever.”
“A me Vasco mi sta sulle palle.”
Sono l’uomo di questa sera… sono l’uomo di primavera....”

Per riprendermi dall’impaginazione pomeridiana dei settecento giornalini scolastici mi ci vorranno tutte le vacanze estive.

Del rapporto che i giovani hanno con la Rete si dice spesso molto male: si parla di uso inconsapevole e incontrollato. Si teme che essi le diano in pasto la loro parte più personale e intima, che scrivano parole e pubblichino foto di cui in futuro si pentiranno, insomma che non vigilino abbastanza. E noi adulti invece, cresciuti senza computer e senza internet, crediamo di essere molto più svegli di loro. Ebbene, in queste ultime settimane mi è successo un fatto spiacevole, della cui risoluzione devo ringraziare proprio i miei studenti. Furono loro a segnalarmi, qualche mese fa, l’esistenza di un account su facebook aperto a mio nome. Negai di averlo aperto io e spiegai i motivi che mi avevano portato a non gradire il social network fin dalla sua apparizione, nel 2004. Eppure essi insistevano col dire che su quella pagina comparivano non solo il mio nome, ma anche le mie foto, le copertine dei miei libri e i quotidiani riferimenti a certe attività attribuite a me, da un incontro pubblico a una doccia appena fatta e subito sbandierata al mondo. Scioccamente, minimizzai e li invitai a ignorare la persona che si divertiva con così poco. Loro però non hanno ignorato, al contrario, hanno seguito gli sviluppi di quella pagina farlocca. Recentemente sono tornati a chiedermi il perché della mia ostinata passività di fronte a quello che era in tutto e per tutto un furto d’identità, mi hanno esortata a fare qualcosa e si sono offerti di aiutarmi. Mi hanno fatto prendere coscienza del fatto che quella che stavo subendo era una violazione dei miei diritti, una violenza alla mia persona. Compresa finalmente l’entità della questione, mi sono affidata a loro e ho permesso che raccogliessero una serie di segnalazioni e le inviassero ai garanti della privacy. Inizialmente facebook ha liquidato il caso definendolo un semplice esempio di omonimia. Ma loro sono riusciti a dimostrare che quello compiuto dall’anonimo impostore era un autentico reato. Nel giro di poche ore quella pagina è stata chiusa, io mi sono sentita molto meglio e i miei studenti hanno dimostrato di non essere degli utenti ottusi e creduloni. Ora sono convinta che l’unione delle due forze generazionali (il prezioso legame col passato di noi adulti e la naturale proiezione verso il futuro delle nuove generazioni) possa portare a un utilizzo sempre più consapevole della macchina infernale, diventata ormai irrinunciabile.

(ieri nelle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

“Prima di parlare di Alessandro III detto Magno, è indispensabile parlare di suo padre, Filippo II re di Macedonia”.
“Scusa plofe, ma macedonia no è insalata di flutta?”
“Sì, la macedonia è l’insalata di frutta, ma la Macedonia è anche una terra che confina a sud con la Grecia, guardate qua sulla cartina. E proprio la Grecia quel furbone di Filippo II voleva conquistare.”
“Ma Gleci più fòlti, vincono anche contlo impelo pelsiano!”
“Sì, con l’impero persiano hanno avuto la meglio, ma con Filippo II non ce la faranno, state a vedere.”
“Ma Macedonia piccola!”
“Piccola ma furba, ascoltate: Filippo II da ragazzo aveva studiato proprio in Grecia ed era stato allievo di Epaminonda, che gli aveva insegnato l’arte della guerra confidandogli i suoi segreti di tattica militare. Filippo comprese quale fosse la debolezza della Grecia, causata dalle profonde divisioni e dai contrasti tra le poleis. Sicché, una volta diventato re, la prima cosa a cui si dedicò fu la riorganizzazione dell’esercito. La principale innovazione di Filippo riguardò la fanteria e fu quella di introdurre lo schieramento a falange macedone, che consisteva nello schierare i fanti in sedici file armate di sarisse.”
“Cosa è salisse?”
“Le sarisse sono delle lance lunghe sei metri che…”
“SEI METLI?! Ma più glandi di questa classe!”
“Infatti, più grandi della nostra aula: l’uso di un’arma così lunga frenava l’impeto delle falangi oplitiche avversarie, armate tradizionalmente, costringendole a esporsi e a logorarsi a lungo per cercare di avvicinarsi ai macedoni. Allo stesso tempo, un’arma così lunga riparava meglio i fanti di Filippo, preservando la vita a molti di loro.”
“Bello!”
“Insomma, bello, non dimentichiamoci che stiamo parlando di guerra, non di un balocchino. Comunque, dicevo: la falange macedone era formata da sei battaglioni composti da millecinquecentotrentasei uomini, suddivisi in reparti di duecentocinquantasei soldati. All’interno di questo schieramento, i falangiti erano disposti in quadrato: sedici uomini per sedici. Immaginatevi anche solo il colpo d’occhio!”

Tutta questa tensione bellica e tutto questo coinvolgimento della compagine studentesca cinese, per vedere Wu Da Lu in un angolo che ronfa come un tasso.

La logorroica

9 maggio 2013

Wu Da Lu viene (intuibilmente) dalla Cina.
Nelle mie ore di Storia non fa che ciondolare il capo avanti e indietro, a destra e a sinistra, cercando (talora invano) di resistere a subdoli attacchi di sonno.
Alle interrogazioni orali non proferisce verbo.
Ai compiti scritti non scrive una parola.
Al consiglio di classe, però, scopro che a Matematica e Fisica è un sveglio come un grillo: segue, scrive, lavora e ci azzecca.

“Wu Da Lu, scusami: perché nelle mie ore non fai un tubo e in quelle di Matematica e Fisica sei il primo della classe? Ecco, ragazzi, traducetegli le mie parole per favore”.
“艾美是中国人, 他呢 艾美是中國人,他呢?”
“我不是美国 我不是美國人”.
“Beh? Che cosa ha risposto?”
“Che lui dorme perché lei parla troppo”.

Quarta ora, classe seconda, lezione di poesia.
“Professoressa scusi.”
“Dimmi cara.”
“Posso andare a recuperare il cellulare?”
“In che senso?”
“Posso andare qui fuori a riprendere il mio cellulare?”
“Fuori dove?!”
“Qui fuori dall’aula, al tavolo delle custodi.”
“E perché, scusa, il tuo cellulare è al tavolo delle custodi?”
“Perché gliel’ho lasciato io un’oretta fa.”
“Posso saperne il motivo?”
“Ehm, ha avuto un incidente…”
“Un incidente?! Che incidente?”
“No, sa, profe… una cosa strana, inconsueta…”
“Perché inconsueta?”
“Be’, perché non capita tutti i giorni…”

In effetti non capita tutti i giorni di andare a pisciare al gabinetto della scuola e, ritirandosi su i jeans ancora prima di aver fatto partire lo sciacquone, udire l’inequivocabile suono di un telefonino che (splash!) cade nella fossetta dell’acqua (pisciosa, in questo caso).
Quando capita, non resta che lasciarlo alle amorose cure delle gentilissime custodi affinché lo sciacquino, lo sterilizzino e lo lascino ad asciugare al solicino di maggio.