Relax (don’t do it)

17 novembre 2013

“Dottore, quando potrò tornare a lavorare?”
“A gennaio.”
“SCHERZA?!”
“No. Lei si deve mettere in testa che la sua convalescenza necessita di tanto tempo e tanta pazienza.”
“Tutte cose che non ho.”
“Dovrà trovarle, o le conseguenze saranno disastrose. Siccome finora è andato tutto bene, io direi di fare le cose a modo e non bruciare le tappe.”
“E quando potrò tornare a correre allo stadio come mi piace tanto fare?”
“Correre?! Vedo che lei non ha capito. Ne riparliamo a primavera.”
“Allora in centro in bicicletta?”
“La bicicletta se la deve scordare almeno fino a Pasqua.”
“Ma lo sa dottore, da quando lei mi ha sbranata e ricucita m’è entrata addosso una gran voglia di ballare. Ho dei remoti trascorsi come ballerina di salsa: lei non immagina cosa non darei per tornare in una di quelle baleracce a dargliene secche di bacino.”
“Guardi di tenerlo parecchio fermo invece, codesto bacino. Potrà andare a ballare tra un annetto.”
“Un annetto?! O dottore, ma questa non è vita, non posso fare nulla!”
“Può fare, piano piano, un po’ di sesso.”

Sfacciato.

Punture

15 novembre 2013

“Per i prossimi dieci giorni prendi queste pasticche, queste gocce e fatti queste punture, una al giorno, tutti i pomeriggi alla stessa ora.”
“Punture?! Ma dove?!”
“Dove te le abbiamo fatte noi finora qui in clinica: o sul braccio o sulla pancia.”
“E chi me le fa?!”
“Non saprei, tuo marito?”
“Non è mio marito. E’ il mio compagno.”
“Perfetto, il tuo compagno.”
“Ma il mio compagno è fobico e gli aghi non li può vedere neanche alla televisione: suda, trema e sviene.”
“Allora fattele da sola.”
“Da sola?! Ragazze, io non ho mai fatto una puntura in vita a mia a nessuno, figuratevi se me la fo da sola!”
“Ma guarda, ti insegniamo noi: basta stropicciare bene con alcol e cotone, sollevare la pelle, inserire l’ago un po’ di sbieco, iniettare, sfilare, massaggiare forte con lo stesso cotone di prima. Fatto!”

Ogni giorno, alle 18 in punto, lui rientra dall’ufficio.
Sul bancone ad aspettarlo trova una siringa pronta all’uso e un batuffolo di cotone imbevuto d’alcol. Accanto al bancone e alla siringa trova anche lei, con la parte da bucare nuda, esposta e pronta.
Lui, con una mano, le solleva un lembo di pelle. Con l’altra si tappa gli occchi girando la testa dalla parte opposta e gorgogliando (testualmente) oddioddioddio moio.
Lei, memore di quando da bambina si staccava i denti da latte con le mani, sprezzante di fili attaccati alle maniglie delle porte, fatine e monetine del cazzo, urlando come un’aquila per distrarre il fobico (e anche un po’ se stessa), si buca la pelle, spinge il liquidino fino in fondo, sfila la siringa, struscia forte col cotone.
Una squadra inguardabile.
Ma vincente.

Non è farina del tuo sacco

15 novembre 2013

Una professoressa corregge il tema di un alunno e, annusando puzzo di copiatura, gli dice chiaro e tondo che non è farina del suo sacco. Il ragazzo torna a casa e se ne lamenta con i genitori. I genitori corrono dalla professoressa, la interrompono nel bel mezzo di una lezione e l’aggrediscono verbalmente, vietandole di giudicare il figlio, minacciandola e sottolineando che uno dei due (il marito) è un agente di polizia. Volano parole grosse al cospetto di altri insegnanti, studenti e bidelli, poi i due fanno ritorno a casa. L’insegnante, sconvolta, querela il genitore, il quale però, una volta ripensato l’episodio, la ricontatta pregandola di ritirare la denuncia per non avere guai con la propria professione. Adesso l’Italia attende col fiato sospeso (si fa per dire) la decisione della professoressa.
Alcune domande logistiche.
Come possono due genitori, materialmente dico, fare irruzione in una scuola e interrompere una lezione? Dove erano i custodi dell’atrio d’ingresso? Dove quelli dislocati nei vari corridoi di ogni istituto? E dove diavolo era il Dirigente scolastico in quel momento? Visto il numeroso pubblico astante, perché non sono state chiamate da qualcuno le forze dell’ordine (visto che quella presente aveva perso il senno)?
E ora un aneddoto ripescato dalla mia memoria.
Si chiamava Massimo e fu mio alunno al mio secondo anno di insegnamento. Inetto alla scrittura, copiava di sana pianta i temi. Puntualmente lo sgamavo e gli scrivevo (certa di essere originale) che non era farina del suo sacco. Vennero i suoi genitori a consulto da me. Raccontai loro delle ripetute copiature. Mi chiesero di far chiamare il figlio dalla classe e farlo venire nella sala dei colloqui. E quando Massimo comparve, davanti ai miei occhi allibiti, lo sorbottarono di schiaffi. Certi ceffoni che nemmeno.
E infine, alcune riflessioni.
Tra i genitori di Massimo che cazzottano il figlio davanti all’insegnante e i genitori che l’insegnante la minacciano, ci sono tanti gradi intermedi che non sarebbe male pensare di percorrere.
Ma visto che ormai il disdicevole episodio ha avuto luogo, cosa consigliare alla collega: procedere con la denuncia o perdonare?
Perdonare permetterebbe la ricucitura di un rapporto evidentemente strappato e la ripresa un lavoro probabilmente più sereno tra il ragazzo e la docente, oltre a lanciare un eloquente messaggio cristiano.
Ma procedere con la denuncia (oltre che vendicare tutti quegli insegnanti che in questi ultimi anni sono stati presi a cenci in faccia da tanti genitori) insegnerebbe a quel ragazzo la differenza tra i comportamenti errati e quelli giusti, il senso della responsabilità delle proprie azioni, le conseguenze della tracotanza, l’importanza dei ruoli.
E qui siamo a scuola, mica in parrocchia.

(oggi sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera -che ha cambiato il finale cassando la parrocchia, ma perché? Ci stava tanto bene-)

Le infermiere

14 novembre 2013

Nel mio ridotto e ottuso immaginario, le infermiere erano donne con la faccia di Edwige Fenech che, lavorando in ospedale, destinavano metà delle loro energie per riuscire ad andare a letto coi dottori belli. L’altra metà, a scansare quelli brutti (che avevano la faccia di Lino Banfi, Alvaro Vitali o Bombolo). Se la natura matrigna le aveva fatte nascere cozze e quindi destinate alla castità forzata, esse si vendicavano sui pazienti, vessandoli e seviziandoli con ferocia reiterata.
Negli interminabili giorni del mio ricovero ospedaliero, mi si è spalancato un mondo.
Le infermiere non sono sensuali zoccole da copertina né zitelle inacidite da denuncia.
Sono angeli in camice bianco.
Ti presenti in clinica e ti accolgono con un sorriso rassicurante, invitandoti a seguirle nella stanza dove registreranno il tuo arrivo, ti cingeranno il polso con un braccialettino identificatore e successivamente ti condurranno alla camerina destinata a te, la numero 14.
Ti spiegano i termini della vita ospedaliera, ti esortano a spogliarti dei panni mondani da professoressa d’italiano rampante su zeppa dodici e a indossarne altri più idonei alla tua nuova condizione di vecchia zia malconcia. Camicina da notte, ciabattine e vai di purga.
Quattro bustine insopportabilmente sapide da sciogliere in altrettante bicchierate d’acqua a una distanza regolare di quindici minuti. La notte, integralmente consumata sopra un vaso di ceramica, ti renderà pronta al tuo incontro con l’anestesista, i medici chirurghi e le assistenti.
L’infermiera che ti ci spingerà, distesa su un agghiacciante letto con le ruote gommate, prima ti aiuta a indossare l’ultimo modello di camice (verde sala operatoria in abbinamento alla cuffietta del medesimo colore, aperto sul davanti, un fiocchino da legare intorno al collo e sotto niente) (e quando dico niente è niente), poi ti dice le sette parole di cui hai bisogno: stai tranquilla, non ti accorgerai di nulla.
In effetti ha ragione.
In compenso, al risveglio, ti accorgerai anche degli arretrati.
Ma ecco la squadra intera delle infermiere, tutte inquadrate nella loro misteriosa turnazione, tutte fresche e sorridenti anche quando il turno è quello di notte, pronte a fare per te qualsiasi cosa.
Vomiti gli occhi per i postumi dell’anestesia subita? Ti reggono il capino e ti ripuliscono.
Hai una fame primitiva? Un theino.
Ti scappa la pipì? Un bel cateterino sistemato a modo.
Lamenti talune difficoltà a liberarti delle sostanze materiche? Un bel clisterino.
Non riesci a raggiungere il cesso a causa dell’effetto straordinariamente immediato del clisterino? Un bel vaso alto (meraviglia mai prima d’ora contemplata) su cui adagiarsi e abbandonarsi.
Certo, sempre al cospetto loro.
Perché le infermiere ti assistono in qualsiasi tuo atto, finanche il più intimo e vergognoso. E lo fanno sempre con rispetto comprensivo, con dolcezza equilibrata. Tanto che, col trascorrere dei giorni, tu smetti di imbarazzarti del tutto, comprendi l’inconsistenza del concetto di pudore in ospedale, e le senti amiche, sorelle, madri. Le ami quando la sera vengono a darti la buonanotte distillando per te le goccioline miracolose che ti aiuteranno a dormire senza interruzioni (una droga bella e buona, siamo onesti). E impari ad amarle anche quando la mattina alle cinque e mezzo ti piombano in camera che tu sei ancora a cavalcare le verdi praterie della tossicodipendenza autorizzata esclamando “Buongiorno! Ecco la nostra Fuori Servizio! Come andiamo oggi?”.
Come andiamo oggi. Di merda.
Ma almeno ci siete voi.
Le mie infermiere.
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La dura vita della supplente

11 novembre 2013

Qualcuno ha detto che la vita è quello che ti accade mentre stai facendo altri programmi. Per questo anno scolastico, i miei erano svolgere un buon lavoro con le quattro classi assegnatemi e in particolare preparare bene la quinta alla maturità. Quindi, godere di ottima salute, sprigionare energia da tutti i pori, destinare questa energia a quei vampiri che sono gli studenti e non assentarmi mai da scuola, scansando abilmente influenze e raffreddori stagionali.
Ma, appunto, la vita fa come le pare. Oltre a far dedurre verità indiscutibili a cui non si pensa mai abbastanza (non si è eterni, non si è indispensabili, il vero e unico padrone della nostra esistenza è il nostro corpo), l’increscioso imprevisto ha imposto la scelta di una supplente. In vent’anni di carriera, non mi era mai capitato di incrociarne una che dovesse avere rapporti diretti con me. Certo, di supplenti in giro per le scuole ne ho viste sempre tante: arrivavano, supplivano e sparivano senza che io mi rendessi bene conto di quello che vuol dire sostituire un insegnante per un tempo considerevole ma comunque limitato, perché erano sempre le supplenti di qualcun altro.
Ora che ho anch’io la mia supplente (due, a essere sincera), la loro condizione mi è spaventosamente chiara davanti agli occhi. La supplente, prima di essere nominata, aspetta a gloria che in qualche scuola ci sia bisogno di lei perché altrimenti quell’anno non lavora. Arriva a lavori iniziati e deve essere agile e scattante nell’incastrarsi mantenendo il ritmo di lezioni, compiti e interrogazioni. Ogni scuola è diversa, ma lei dovrà rapidamente captarne meccanismi, regole e consuetudini, se vorrà sopravvivere in modo decoroso. Si tratterrà per un tempo relativamente breve, ma non abbastanza da essere sollevata dal dovere morale di imparare a memoria tutti i nomi degli alunni. Se la scuola è simile alla mia (dove il cinquanta per cento dell’utenza è di etnia cinese), un bel segno della croce può aiutare. E infine il rapporto quotidiano, serrato, incalzante, faticosissimo, con i veri protagonisti di tutto questo, gli studenti. Perché sono loro a stabilire se la permanenza della supplente sarà per lei un piacevole ricordo o un incubo da rimuovere. Ci sono alcuni alunni per i quali le ore di supplenza sono ore di nulla cosmico autorizzato, altri che fortunatamente vivono questa condizione come l’opportunità di testare un metodo diverso, ma solo dopo aver sottoposto la supplente a prove di coraggio. In entrambi i casi la supplente ha buone probabilità di spuntarla, ma al costo di una faticaccia infame. Nella prima lezione verrà scannerizzata, nella seconda ritratta in tutti i tic che ciascuno di noi si porta dietro. Solo nella terza comincerà a essere ascoltata. Nelle lezioni a seguire le si riconoscerà che è simpatica, che spiega bene, che è equa nelle valutazioni. Quando tutto funziona a meraviglia, l’insegnante di ruolo rientra a scuola. E per la supplente è la fine.

(venerdì scorso, sulle pagine fiorentine del “Corriere della Sera”)

Lei insegna Psicologia e ha sei classi. Pur non essendo docente di Storia o di materie letterarie, e quindi non avendo con gli argomenti di attualità legami particolarmente stretti, rileva nei propri alunni un’ignoranza cosmica sui fatti che succedono nel mondo. Si rende conto, cioè, che ragazzi di sedici, diciassette, diciotto anni non sanno praticamente nulla di quello che ogni giorno accade nella nazione in cui vivono, né in tutti gli altri Stati del pianeta. Pur incredula e sgomenta, capisce bene che non può rinunciare allo svolgimento del programma imposto dal Ministero per dedicare ore di lezione a colmare una lacuna di queste impressionanti dimensioni. Tuttavia non riesce a farsene una ragione e, a casa, rimugina tanto che partorisce un’ideona: decide che, una volta al mese, preparerà per le sue classi un questionario su argomenti di attualità da somministrare in aula nel tempo circoscritto di un’oretta. Direte: capirai l’ideona, l’hanno bell’e avuta in mille. Ma aspettate. Siccome immagina già (come poi effettivamente accade) che molte domande resteranno intonse, stabilisce di assegnare successivamente a ogni alunno un argomento toccato nel questionario, affinché se ne informi, lo approfondisca e, in ritagli di lezione a venire, ne relazioni al resto della classe.
Al primo esperimento, per esempio, pare che nessuno fosse al corrente delle polemiche legate ai funerali di Erick Priebke (e neanche alla sua identità storica, a dire il vero), che nessuno avesse mai sentito nominare Lea Garofalo (né tantomeno il parco pubblico inaugurato di recente in suo onore a Milano), che nessuno avesse notizia della cinquantesima ricorrenza della tragedia del Vajont, che tutti ignorassero che l’uomo di Neanderthal praticava riciclaggio ante litteram, che nessuno conoscesse l’iniziativa del sindaco Renzi alla Leopolda. Solo una studentessa (le sia eretto un busto nel cortile della scuola) conosceva Malala Yousafzai. Ma ripeto: solo una.
Ora, nel giro di un mese, questi ragazzi si costruiranno, grazie a ricerche individuali che svolgeranno a casa, un giardinetto di conoscenze che andrà a sostituirsi alla selva oscura di ignoranza non più tollerabile a un’età come la loro. Non appena avranno sanato questi buchi neri, ecco un nuovo questionario mensile a spalancarne altri nuovi di zecca.
Ipotizzando una decina di argomenti a questionario, se ne deduce che, in un anno scolastico, il metodo della collega andrà a coprire una novantina di temi di attualità che è vietato non conoscere.
A me, ripeto, pare un’ideona, perché permette di portare avanti il programma ministeriale della materia che insegniamo, ma contemporaneamente di ritagliare spicchi di tempo per svolgere un lavoro che spetta (anche) alla scuola, guidando i nostri ragazzi nel districarsi tra le notizie cartacee e on line, a cui essi si avvicinano sempre troppo poco.
E io, per tutto questo, gliela copierò.

(ieri nelle pagine fiorentine del Corriere della Sera)