Il piano

10 ottobre 2014

Bi-bip!
“Profe, allora le piantine? Voglio venire con lei a rubarle per metterle in classe nostra!” (13:47)
“Ma certo. Ho bisogno di un complice. I ladri non agiscono mai da soli. Hanno sempre un socio. Tu sarai la mia.” (13:48)
Bi-bip!
“Poi però se ci beccano e ci dicono qualcosa facciamo che la colpa è tutta sua. (faccina con occhio strizzato)” (13:50)
“Ignava. Non ti ha insegnato niente Dante? Correrai per l’eternità dietro una bandieraccia sfilacciata, sarai inseguita da vespe e calabroni, le tue lacrime e il tuo sangue saranno raccolti a terra da vermi stomachevoli. Contenta te.” (13:51)
Bi-bip!
“Ma ho paura della vicepreside!” (13:52)
“Macché. L’importante, se la dovessimo incrociare, è simulare indifferenza.” (13:54)
Bi-bip!
“Allora va bene. Conti pure su di me.” (13:55)
“Brava. Lunedì porta una mascherina nera. Io vengo in tuta mimetica color pareti così non mi si nota.” (13:57)
Bi-bip!
“Ma le piantine dice quelle dell’atrio al primo piano, vero?” (14:00)
“Anche. Altrimenti quelle all’ingresso sulle scale esterne. Ho la mappa dell’intero edificio non temere, so come muovermi. Metti una maglia larga, ce le nascondiamo sotto.” (14:03)
Bi-bip!
“Che impressione, sembra una professionista.” (14:05)
“E’ quello che sono.” (14:06)
Bi-bip!
“Ma non sarebbe più semplice con una busta?” (14:08)
“Non essere banale. Daremmo nell’occhio. Tutti penserebbero che nascondiamo dei dolcetti e ci inseguirebbero. Nessuno invece insegue due panzone.” (14:10)

Sto creando un mostro.
Gli sms permettono di lavorare anche da casa.

L’arredatrice

10 ottobre 2014

La scuola dove insegno (onestamente) fa cagare.
Amabile e pittoresca nell’aspetto umano, accogliente e validissima a livello di colleghi, paradisiaca per quello che concerne le custodi, essa pecca -ahimè, ma tanto- nell’estetica.
Forse non eccedo definendola una delle scuole più brutte di Firenze.
Scortecciata dentro e fuori, essa consta di due edifici che giacciono appollaiati in un medesimo parchetto cittadino (parchetto che periodicamente assume le inquietanti sembianze di una giungla grazie alla manutenzione solo episodica della Provincia): il primo edificio è detto “la sede”, il secondo edificio è detto “la succursale”. Fanno cagare entrambe. Ma quando si può scegliere, tutti noi che ci lavoriamo dentro scegliamo a gran voce la sede. Semplicemente perché fa un po’ meno cagare della succursale.
La sede almeno è luminosa. La sede almeno è animata. La sede è un porto di mare, chi va, chi viene, chi entra, chi esce, chi vien buttato fuori, chi chiede di essere ricevuto, chi vocia, chi ride. In sede almeno l’ascensore fa.
In succursale il puzzo d’umido porta via, i neon ingialliscono pareti e volti umani, il sole non sfonda nemmeno a maggio. Tre piani e te li fai su e giù a piedi perché l’ascensore è rotto da due anni. Quando piove si allagano due cessi, un’aula e un corridoio. Due laboratori antichi come il lampredotto. Una LIM per tutto l’istituto e tutti che s’è smesso di leticarcela e s’è imparato a fare senza. In succursale (tenetevi forte) le lavagne sono ancora quelle con il gesso. Nulla contro il gesso, ma fosse solo per come ti riduce mani e vestiti.
In sede almeno le lavagne sono quelle lisce e bianche a pennarello. Lasciamo stare come mi riduco io col pennarello, ma almeno scrivo bene.
Ora, però.
Le aule della sede sono, in taluni casi, molto più piccole di quelle della succursale.
E così c’è la luce, c’è l’ascensore, c’è il viavai, c’è la lavagna a pennarelli. Ma si sta pigiati come sul 22 alle ore di punta (tutte).
“Profe, va be’ che siamo pochi, ma quest’aulina è davvero troppo ina per 15 studenti!”
Ne convengo e propongo loro un cambio coi tredici di quarta, che ballano in un’aia della succursale e da come son distanti dalla cattedra durante la lezione non li metto neanche a foco.
“Però va anche detto che ormai ci siamo abituati a questa intimità…”
“Sì, e poi questa stanzina è così luminosa…”
“E ha un bell’affaccio sul cancello principale…”
“… che ci permette di bracare i bellocci di quinta che entrano in ritardo o escono in anticipo…”
“Ho capito, così giovani e già così nostalgici. Ma ho la soluzione ai vostri mali: restiamo nell’aulina e facciamola strabella.”
“Sarebbe?!”
“Arrediamola!”

Porteremo suppellettili da casa, foto incorniciate dei nostri amici a quattro zampe, qualche libro che fa sempre ambiente. Ma soprattutto porteremo piante, presenze vive che richiedono una cura quotidiana, vigile e amorosa, che ci faranno sentire utili, ci renderanno attenti e servizievoli, ci responsabilizzeranno e ci ispireranno (visto che non si può trascinare una tomba a scuola) a egregie cose.
Suddette piante (ho suggerito) verranno rubate direttamente in loco: l’ingresso ne è pieno, l’atrio al primo piano ne pullula, il cortile ne ha in esubero. Sceglieremo le più belle e le trasporteremo in gran segreto in classe.
“Ma profe! Non si fa! E’ un furto! E’ scorretto!”

Al momento li ho convinti paragonando il gesto a un’eroica azione di Greenpeace.
Poi vediamo.

Appuntamento annuale

9 ottobre 2014

Ormai è statistica.
Ogni anno, cascasse il mondo, io mi busco (almeno) una bronchite.
Ma non una bronchite soft, chessò una tossettina, un abbassamento di voce, un filo di raffreddore ad accompagnarla.
La classica bronchite acuta (detta altresì da bestie), con afonia totale, generosa produzione di espettorato materico, alterazione dell’equilibrio di Qi (noto principio attivo proprio, secondo la tradizione culturale cinese, di ogni essere vivente), ingolfamento dei famosi quattro umori teorizzati da Ippocrate di Coo.
Senza neanche aver capito dove (cazzo) ho preso freddo, prendo così a tossire, a smoccicare, a starnutire. E, a causa delle azioni precedenti, (allegria!) a vomitare. Il tutto in uno stato di mutismo coatto e radicale che rende farraginosa anche la telefonata a scuola per comunicare la mia assenza.
“Istituto Tal dei Tali sono Cinzia, con chi parlo?”
“S.n. l. pr.f.ss.r.ss. L.n.d…”
“Pronto?!”
“S.n. l. pr.f.ss.r.ss. L.n.d…!!”
“Ma chi è?!”
Raramente tutto questo mi capita sotto le temperature rigide dell’inverno.
I miei bronchi sono irresistibilmente attratti dall’autunno, quando le temperature sono ancora miti, a tratti estive, quando il sole splende abbastanza alto nelle ore diurne e -grazie all’ora legale- tramonta tutto sommato tardi. I miei bronchi amano questa fascia stagionale qua, la trovano perfetta per mollare le difese, indebolirsi, capitolare e lasciare il varco spalancato ai bacilli, accoglierli, farli nidificare e riprodurre su scala industriale. Tempo due giorni e sono un cencio, palle degli occhi liquide e arrossate, nappa sbucciata, bocca semiaperta a pappafico alla ricerca d’aria, dolori muscolari addominali, gola di carta vetrata, inabilità oratoria.
Per fortuna c’è whatsapp.
“Profe! Come sta?” (faccina tonda e gialla che sorride con occhi a cuoricino)
“Di merda.” (cumulo di cacca marrone stilizzata, da cui fuoriesce filino di fumo teporoso)

La più umana tra le arti

1 ottobre 2014

“Una casa tra le case”. Così Gabriele Lavia ha definito la Pergola, il teatro di cui è da poco diventato direttore artistico. Lo ha fatto oggi, nel pomeriggio dedicato alla presentazione della programmazione destinata alle scuole di ogni ordine e grado, dalle elementari all’università. E lo ha fatto in uno degli ambienti più suggestivi del teatro più antico (e bello) della città, quel Saloncino che è uno scrigno di arte, raccoglimento e raffinatezza. Lo ha fatto un po’ di corsa perché le prove dei “Sei personaggi” pirandelliani lo attendevano sul palco principale, ma le sue parole hanno toccato il cuore ai numerosi insegnanti convenuti. Il teatro come la più artistica tra tutte le arti, perché è fugace e va catturata nel momento esatto in cui viene fatta, mentre nasce e, contemporaneamente, svanisce. Il teatro come la più umana tra le storie, perché –a differenza di quelle narrate dentro un libro o di quelle rappresentate sulla pellicola di un film- fa coincidere il personaggio con l’attore, l’uomo con l’artista. Il teatro come l’unica disciplina in grado di svelare la verità. Sarebbero bastate quelle sue poche parole e quell’appello (“abbonatevi, sostenete il teatro, il teatro è unico”) a convincere i presenti. Ma i collaboratori del direttore generale Marco Giorgetti avevano preparato anche molto altro e, dopo l’arrivederci del Maestro, hanno invitato sul palchetto rappresentanze dell’amministrazione e di tutti gli enti coinvolti nella generosa offerta culturale e didattica.
Il progetto “La Pergola per la scuola” nella scorsa stagione ha coinvolto oltre 8000 persone tra insegnanti e studenti delle scuole primarie e secondarie: quest’anno rinnova per la terza volta la sua esplorazione intorno ai testi e agli autori, ai protagonisti e a tutte quello che si nasconde dietro le quinte, prendendo casa al Centro Studi, il nuovo settore del Teatro dedicato agli aspetti della formazione, della ricerca e della valorizzazione dell’immenso patrimonio che custodisce. La stagione di prosa è ubertosa coi suoi 27 spettacoli in programma (tra cui 5 prime nazionali e 4 produzioni proprie). E le attività didattiche presentano collaudate conferme (la collaborazione con la sezione didattica del Polo Museale Fiorentino e le attività integrate alla Galleria dell’Accademia) ma anche alcune novità, come la collaborazione con PortaleRagazzi.it, il progetto dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze dedicato ai giovani e alle nuove tecnologie.
Tra le attività didattiche, quest’anno trovano uno spazio ampissimo quelle destinate alle scuole elementari (“Il baule di Casimiro”, “Crea il tuo stemma”, “Buio in sala”, “Ghostbusters alla Pergola”, “Favole puzzle” e “Colti passatempi alla corte medicea”), ma le scuole superiori potranno godere delle incantevoli visite guidate ai locali del Teatro (una sorta di città nella città) e di spettacoli adattissimi a loro, nei quali vengono toccati temi cari all’età adolescenziale: la scoperta della sessualità (con il musical “Spring awakening” e le commedie “La gatta sul tetto che scotta”, “Gli innamorati”, “Improvvisamente l’estate scorsa”, “Favola”), l’educazione al vivere civile (con “Ubu and the truth commission”, “Il mercante di Venezia”, “Dopo il silenzio”, “Amerika”, “7 minuti”), il disagio giovanile (con “Cronaca di un amore rubato”), la famiglia (con “Sei personaggi in cerca d’autore”, “La professione della signora Warren”, “Father and son”, “Sinfonia d’autunno”, “Il tartufo”) e la fede (con “La leggenda del grande inquisitore”, “Il visitatore”, “Vita di Galileo”).
Particolarmente caldeggiato dal regista stesso, Emanuele Gamba, presente al Saloncino, è stato il musical “Spring awakening”, che pone il conformismo al centro dell’indagine ed esplora il sesso “con il pudore bene in vista”. Proprio a proposito di questa rappresentazione, che avrà luogo dal 2 al 7 dicembre, il regista ha annunciato che la compagnia cerca –per inserirli nello spettacolo stesso- 24 studenti fiorentini che amino la musica rock e desiderino partecipare attivamente con una comparsata di effetto potente.
La Pergola, insomma, riesce a soddisfare esigenze e gusti di tutti, a tutte le età. E’ un teatro antico ma sa parlare anche la lingua dei ragazzi: da un biennio accoglie studenti di scuole superiori come il “Peano” e il “Saffi” affinché i loro studenti svolgano lo stage presso la struttura. E a fine anno organizza una festa per le scuole che hanno collaborato offrendo una serata di alta qualità. Per aiutare i professori ad appassionare i giovani, propone prezzi agevolati e spettacoli di impatto e di valore.
Basta consultare “Le chiavi della città”, se siete docenti di scuola primaria e secondaria di primo grado. O andare direttamente sul sito del Teatro, se invece insegnate alle scuole superiori. Alla Pergola rispondono sempre, sono efficienti e (dote rara di questi tempi) gentilissimi.

L’utilità della scuola

1 ottobre 2014

Tu pensoso in disparte il tutto miri;
non compagni, non voli, non ti cal d’allegria…

“Si capisce cosa dice Leopardi?”
“Dice che il passero sta in disparte a guardare pensieroso gli altri uccellini. Dice che non sta in compagnia, non vola insieme a loro”.
“Bene. E non ti cal d’allegria che significa?”
“Boh.”
“Significa non ti importa dell’allegria. Presente la canzone di Heather Parisi delle cicale, ci cale ci cale ci cale, della formica invece non ci cale mica ?”
“Certamente”
“Non vi siete mai chiesti che diavolo vuol dire?”
“Veramente no.”
“Significa che della cicala c’importa, ma della formica invece no. Oh, ragazzi, in tutta confidenza: ma lo sapete che io il senso di questa canzoncina l’ho scoperto dopo vent’anni? All’inizio non capivo che il secondo cicale andava staccato, pronunciato ci-cale e considerato un verbo. Per me fu una rivelazione.”

Ammettono che ha appena avuto luogo una rivelazione anche per loro.
Insieme conveniamo che la scuola è veramente utile.