Il buon preside

10 maggio 2015

C’è un preside a Firenze con cui non ho mai lavorato ma con cui mi piacerebbe farlo.
La fama che lo precede lo dipinge severissimo. Colleghe che conosco bene, con cui insegno e che stimo molto me lo raccontano preparato, colto, attento, coscienzioso. Gli istituti che ha ereditato in uno stato di caos sono tornati a fiorire. Quello che dirige ora è praticamente risorto.
Ieri ha tenuto un corso di formazione per giornalisti dedicato a La Buona Scuola.
Ha detto che il POF -Piano dell’Offerta Formativa- che dovrebbe essere la carta d’identità di ogni istituto ma che spesso si trasforma in un’operazione di facciata, dovrebbe essere breve, essenziale, di poche, pochissime pagine, tutte vere, concrete, realizzabili e dimostrabili. E che ogni scuola dovrebbe avere un regolamento d’istituto molto chiaro, costituito da un elenco preciso, condiviso e indiscutibile di regole da osservare, perché l’osservanza delle regole è la base dell’educazione da impartire a chi è adolescente oggi e sarà adulto domani.
Ha detto che l’annuale scompenso tra quello che in gergo si definisce organico di diritto e organico di fatto è uno dei grandi cancri della scuola perché impedisce la continuità didattica, pilastro irrinunciabile dell’insegnamento e della relazione tra chi l’insegnamento lo attua e chi lo riceve.
Ha detto che, oltre al merito, andrebbe messo a punto un metodo per valutare il demerito degli insegnanti inetti (veramente ha detto “capre”), che sono pochi rispetto alla stragrande maggioranza di quelli dotati, ma ci sono. E, pur nella loro apparente inconsistenza numerica (il preside parlava di un 3 per cento appena, a cui però va aggiunto quel 30 per cento che svolge questo lavoro con approccio impiegatizio), fanno dei danni inimmaginabili sugli alunni che capitano disgraziatamente nelle loro mani. Per cui non basta cacciarli da una scuola, perché approderanno in un’altra.
Ha detto che personalmente non aspira allo strapotere riservato da questa riforma alla sua categoria, che non vorrebbe poter dire agli insegnanti tu vai bene, tu no, perché crede nella libertà della didattica e sa che alcuni suoi colleghi ne hanno in mente una molto influenzata da convinzioni ideologiche. Certo è che da una valutazione professionale del corpo docente non si può più prescindere, che ovunque tranne che in Italia questa è accolta come una garanzia del buon insegnamento e non come una minaccia serpeggiante. E che il controllo va esteso alla professionalità dei dirigenti.
Ha detto che l’alternanza scuola-lavoro è un’occasione preziosa per ciascun ragazzo –non solo per uno che frequenta una scuola tecnica o professionale, ma anche per uno che va al liceo- perché le esperienze maturate parallelamente allo studio illuminano la strada che entrambi in futuro batteranno.
Ha detto che la coesistenza di una scuola privata accanto a quella pubblica è un arricchimento, non un pericolo, a patto che la prima non sia un diplomificio e non proceda alle assunzioni in base al criterio delle conoscenze.
Per l’ennesima volta mi sono convinta che la buona scuola non è fatta dalle leggi né dalle riforme.
E’ fatta dalle buone persone.
Beati quegli studenti e quegli insegnanti che hanno la fortuna di incontrarle.

Lo striscione

9 maggio 2015

“Profe! Ho appena avuto un’idea geniale.”
“Dimmi cara.”
“Per quando andremo insieme al concerto di Vasco, dobbiamo fare uno striscione!”
“Hai ragione. Che bello… mi ricorda quando avevo la tua età e andai a vederlo per la prima volta a Dicomano: anch’io feci uno striscione.”
“Davvero?! E cosa ci scrisse?”

VASCO, DAMMI UN FIGLIO.
Come faccio a dirglielo?

Stanotte ti ho sognato

7 maggio 2015

Caro Federico,

stanotte ti ho sognato. I contorni della situazione, così netti appena ho spalancato gli occhi per la gioia di averti ritrovato, si sono scoloriti via via che la notte è diventata alba, l’alba mattina, la mattina mezzogiorno, e la vita s’è intrufolata tra me e te: il gatto che pretendeva i croccantini nella ciotola, il barista che chiedeva il caffè normale o macchiato?, gli studenti che aspettavano di far lezione, i colleghi che volevano parlarmi di una questione rilevante. Più mi sforzavo per trattenerti a me, più ti sei dissolto. Mi ricordo così poco, adesso. Solo poche cose. Che tu eri vivo. Che io ero tanto felice per questo. Che mi sono svegliata da com’ero felice. E che quando ho capito che era stato solo un sogno, un cazzotto nello stomaco mi ha fatto raggomitolare su me stessa e ricominciare a piangere in silenzio nel buio di una notte uguale a quelle in cui ci scrivevamo.
Perché non sei venuto a trovarmi da vivo, invece che apparirmi in sogno da morto? Perché, se stavi male e ti sentivi disperato, non mi hai chiamato e me lo hai detto quando c’era ancora tempo?
Sai cosa mi consola? La certezza che ha chi crede nella teoria assurda della reincarnazione: tutti coloro con cui il discorso è rimasto aperto in questa vita, si ritroveranno nella prossima, per concluderlo.
Io non ci credo.
Però ci spero.
E aspetto d’incontrarti ancora, di riconoscerti tra mille, tu e i tuoi occhi da genio malinconico, tu e le tue lenti squadrate, la tua voce che di giorno tagliava e di notte sanava, le tue mani che non guardai abbastanza, il tuo odore che adesso non ricordo.
Dobbiamo concludere il nostro discorso.
Non te lo scordare.

Il mio amico Perdigiorno

6 maggio 2015

Era il 2005 e io aprii il mio primo blog.
Ho raccontato tante volte questa storia.
Lasciatemi in pace, sono molto triste, la voglio raccontare ancora.

I blog, all’epoca, erano una realtà tutta da esplorare. Aprirne uno faceva figo. Averne aperto uno da cui tutti i giorni passavano migliaia di visitatori faceva ancora più figo. A me accadde, ma non me ne accorsi. Ero completamente sprovveduta, ingenua, naif. Gli accessi mandavano in tilt il contatore e io tutto mi sentivo fuorché figa.
Però (questo sì) mi sentivo fortunata.
Ogni giorno entravano lì dentro persone travestite da un nickname non solo per dire la loro su quello che scrivevo: entravano per leggere, per sbirciare, ma soprattutto per stare a chiacchierare, con me e tra di loro, come a un bar, a un circolino di paese, alla panchina di un giardino pubblico, sul muretto di una strada. Chiunque poteva leggere in tempo reale la conversazione intrecciata e schizofrenica di chi, entrando, decideva di fermarsi.

Un giorno entrò Davidone.
Un giorno entrò Spacciatore.
Un giorno entrò Fresia.
Un giorno entrò Liarit.
Un giorno entrò Albicoccabionda.
Un giorno entrò Opperbacco.
Un giorno entrò TaleAnonimo.
Un giorno entrò BossCarlo, tirandosi dietro tutto Il fischio.
Finché un giorno entrò anche Perdigiorno.

Perdigiorno si tirò dietro Fotoclick.
Insieme, facevano una coppia di rompicoglioni clamorosa.
Si intuiva che erano amici, che probabilmente vivevano vicini, forse nella medesima città. Ma oltre non era dato di sapere. Del resto, di nessuno era dato di sapere oltre. Il bello del blog era anche quello: esserci ma non esserci, essere tutto e il suo contrario, abitare lontani ma credersi a due passi, essere uno, nessuno, centomila.
Quando Perdigiorno e Fotoclick entravano nel blog, la prima a rimetterci ero io. Mi accerchiavano verbalmente e mi demolivano. Mi divertivo da morire.
Perdigiorno era un tipo inquieto: di giorno lavorava fino a tardi, di notte soffriva d’insonnia. A volte ci beccavamo dentro il blog alle ore più piccine (io dopo una discussione con il Pepo, lui a contare le pecore in soffitta) e allora Perdigiorno non era più il cinico disincantato disturbatore dentro un’invisibile folla. Diventava una voce scritta pacata, morbida, accogliente.

Quando Mondadori mi contattò per propormi il primo libro, dopo averlo detto al Pepo lo dissi a Perdigiorno. E sì che non sapevo neanche che faccia nascondesse. Eppure glielo dissi. Lo contattai in privato per chiedergli un consiglio, qualche dritta.
Fu allora che Perdigiorno decise di uscire allo scoperto.
Mi rivelò il suo nome e il suo cognome, la città dove viveva, mi dette il suo numero di telefono. Lo chiamai. Perdigiorno aveva una voce. Perdigiorno esisteva.

Il libro uscì e a me toccò fargli promozione.
Un giorno mi mandarono nella città di Perdigiorno e io mi sentii gelare.
Se Perdigiorno lo avesse saputo, certamente sarebbe venuto a demolirmi. Indubbiamente si sarebbe tirato dietro Fotoclick. In due mi avrebbero fatta a pezzi.
Partii per quella città in gran segreto, sicura di farla franca, presentare il mio librino, ributtarmi in macchina e tornare a casa mia.
Nella biblioteca in cui avveniva la presentazione, mentre l’intervista era cominciata da una decina di minuti, si palesarono due tipi. Conquistarono le prime poltroncine e, non paghi della vicinanza, le accostarono ulteriormente a me. Io sospettai, ma continuai a sperare. Quando uno dei due estrasse da una borsa una macchina fotografica con un obiettivo più lungo di me, non ebbi dubbi: era Fotoclick. Ne conseguiva che quello accanto era Perdigiorno.
Mi sentii fottuta.
Lo fui.
Fotoclick, puntandomi lo zoom al naso, m’immortalò anche le narici.
Perdigiorno, intanto, con la mano alzata poneva una domanda più scomoda dell’altra.
Mi toccò supplicarli, letteralmente, al microfono, affinché mi lasciassero finire in pace. In cambio promisi un aperitivo alcolicissimo da consumare insieme.
Finita la presentazione, Perdigiorno e Fotoclick pretesero la riscossione della promessa incauta. Io infilai un braccio sotto uno, un braccio sotto l’altro e beata mi lasciai portare.
Mi portarono in un bel locale a bere un coctail.
Mi portarono a casa di Perdigiorno, affinché conoscessi la sua giovane moglie e la loro incantevole bambina.
Mi portarono al ristorante, dove cenammo tutti insieme.
Rientrai a notte fonda. Perdigiorno aveva un volto, oltre che una voce.

A casa scrissi un pezzone per il blog, raccontando a tutti com’erano andate le cose il giorno prima.
Anche Perdigiorno scrisse un pezzone per il proprio blog, raccontando una storia diametralmente opposta e arrivando ad asserire che, in una momentanea assenza di sua moglie, ci avevo provato con lui. Mi telefonò mio padre esigendo spiegazioni. Inutilmente tentai di fargli capire che Perdigiorno era un burlone. Il suo racconto sembrava più credibile del mio.

Rividi Perdigiorno qualche anno dopo, quando mi telefonò per farmi una proposta: sarei voluta andare al compleanno della sua bambina, palesandomi alla zitta e facendole quella che per lei sarebbe stata una bellissima sorpresa? Senza farmelo ridire, montai in macchina e tornai in quella città, portando con me anche il Pepo.
Alla festeggiata regalai le Fiabe italiane di Calvino e nel giardino della villa di Perdigiorno m’ingozzai di salsicce cotte sulla brace.

Per il resto, ci siamo scritti.

Finché ieri Fotoclick ha chiamato per dirmi che Perdigiorno, la notte prima, aveva deciso di andarsene per sempre.

L’esamino

6 maggio 2015

Secondo corso di formazione per giornalisti.
Che bello, una giornata tutta per me, di relax e stacco, niente lezioni, niente spiegazioni, niente interrogazioni, niente tensioni, fogli, documenti, riunioni, incontri e scontri.
Un mattina e un pomeriggio ad ascoltare passiva gli interventi dei funzionari europei che parleranno di istituzioni politiche e fonti di informazione.
Mi porto anche i librini piccoli di Piccolo sui momenti di trascurabile felicità e infelicità così nei momenti più tediosi mi eclisso e sprofondo nel mio guscio.

“Il nostro workshop durerà sei ore, quattro la mattina e due il pomeriggio, la pausa pranzo sarà di un’ora dalle 14 alle 15. Alla fine sarete chiamati a fare un esamino per l’assegnazione (o meno) dei crediti previsti.”

L’antistress

3 maggio 2015

Sono tre giorni che vivo piantata alla scrivania per correggere verifiche, preparare lezioni e redigere lo stramaledetto documento del 15 maggio per la mia quinta.
La tensione -percettibile anche per le vibrisse di Micino da Scansano- raggiunge vette elevatissime mentre correggo l’ultima esercitazione scritta in vista della prima prova d’Italiano, con quelle insopportabili palle al piede di analisi del testo, saggio breve e articolo di giornale.
Fioccano così tante insufficienze che, anche per condividere lo stress, fotografo il ventaglio cimiteriale dei fogli protocollo e lo giro su whatsapp a quel gruppo di polentoni che (ci scommetterei) sono tutti a zonzo mentre io mi faccio due palle così sulle loro eresie morfosintattiche.
Titolo di accompagnamento alla foto: “Un’ecatombe”.
Risposta: “Dobbiamo dire a Samu di venire a scuola domattina così la profe si sfoga un po’”.

Samu è un nodo di muscoli su cui io infierisco a suon di cazzotti quando mi girano le palle.
Lui incassa, non si smuove di un millimetro, e io riconquisto un minimo di serenità.