Giù le mani dai suicidi

22 gennaio 2016

A scuola mia c’è un collega di Italiano dalla reputazione ottima. I ragazzi lo adorano perché è bravo, comunicativo, empatico e coinvolgente. Sicché, quando si è offerto per tenere una lezione dedicata a Dante nelle nostre classi terze, io ho accettato immediatamente.
“Ti va bene tra due settimane?”
“Certo, benissimo.”
“In aula magna?”
“Perfetto.”
“Ecco, semmai solo una cosa: ti chiederei nel frattempo di non fargli i suicidi.”
“Perché?!”
“Perché glieli faccio io.”
“Non se ne parla.”
“Come?!”
“I suicidi glieli faccio io.”
“No davvero: glieli faccio io, sono il mio forte!”
“Ma sono anche il mio cavallo di battaglia!”
“Non mi toccare i suicidi!”
“No. TU non toccare i suicidi a ME.”

Chi passava ci guardava come si guardano due pazzi.

Con questa cosa c’ho la fissa e pur di ficcargliela in quelle zucche dure sono disposta a ricattarli con l’abbassamento del voto.
“SI METTE PRIMA IL NOME E POI IL COGNOME, NON VICEVERSA!”
“Ma chi l’ha detto?!”
“Lo dice la grammatica, lo dicono i libri, e lo dico io!”
“Va be’, ma non c’è mica bisogno di farla così lunga. Del resto finora nessuno ce lo ha mai insegnato né tantomeno imposto.”
“Infatti, ve lo insegno e ve lo impongo io.”

Poi oggi, sulla chat del gruppo, una chiede ai compagni che qualcuno le ricordi il mio indirizzo email perché deve inviarmi un file.
“landi.antonella eccetera eccetera.”
“E poi a noi ci fa le storie se nei compiti mettiamo prima il cognome e dopo il nome…”

Irrompo in chat argomentando che, quando feci l’account, un’antonella.landi c’era già e non me lo accettava.
Non mi cagano neanche.

La Divina Commedia è programma di terza, quarta e quinta. Ma già in seconda se ne dà un assaggio per avvezzare gli studenti alle regole (e alla bellezza) della poesia.
La nostra antologia propone un brano tratto dal Canto Quinto dell’Inferno, Paolo e Francesca.
Gli spieghi tutta la questione, gli racconti come andarono le cose, lei che sposa Gianciotto perché era scritto, lei che s’innamora del cognato Paolo anche se non era contemplato.
“Ma scusi. Non poteva sposarsi con Paolo, visto che le piaceva lui?”
E allora gli ridici quella cosa che (fortunatamente) non riescono neanche a immaginare, cioè che una volta i matrimoni erano combinati dai genitori e non si discuteva.
“Solo che Paolo e Francesca avevano una passione fortissima che li accomunava.”
“Davvero?! E quale?”
“Non ci crederete mai. LA LETTURA.”

Infatti lui non ci ha creduto e ha liquidato la questione asserendo che Paolo faceva solo finta di amare i libri, in realtà pensava al fantacalcio.

Ciòussa(r)

21 gennaio 2016

Sono passati decenni, eppure mi ricordo alla perfezione quanto ce la menò la professoressa di Inglese con Geoffrey Chaucer.
“Ciòussa(r), ragazzi, mi raccomando: Ciòussa(r). Occhio alla pronuncia. Ci tengo in modo particolare.”
Lei era di Arezzo, diceva alò e cittino, in italiano aveva una calata improponibile. Il suo inglese però era impeccabile.
“Provate, su: Ciòussa(r). La erre si deve appena appena sentire, con la lingua ritratta fino in gola, guai a pronunciarla per esteso. E poi la esse, mi raccomando, leggermente raddoppiata, e grassa, corposa. Il gruppo Chau-, infine, va pronunciato Ciòu-. Chiaro? Fatemi sentire!”
E noi tutti lì a ripetere Ciòussa(r), Ciòussa(r), Ciòussa(r), tanto che io mi domandavo: ma a che ci serve tutto ‘sta menata sul nome di uno scrittore inglese?
La risposta è arrivata dopo 35 anni.

“Dopo Petrarca, finalmente inizieremo Boccaccio: e lì sarà godimento puro!”
“Ma non è quello del Decameron?”
“Esatto, proprio lui.”
“Ce lo ha accennato la professoressa d’Inglese.”
“Davvero? In che contesto?”
“Stiamo studiando i Canterbury Tales di…”

Ciòussa(r).
Chessodisfazione.

Ma quanta confusione fate?!

21 gennaio 2016

Nel gruppo su whatsapp con la classe seconda ci sono 24 alunni e 5 professori.
Non poteva andare tutto bene.
Già, durante le vacanze di Natale, si era palesata qualche insofferenza da parte dei ragazzi, che avevano smesso di interagire verbalmente.

Inglese: “Good morning everybody!”
Lettere: “Ciao cara, come vanno queste vacanze?”
Discipline Geometriche: “Uè, mannagg’avvoi, stavo ancora sonnecchiando. Qui a Napoli la notte si vive! Ma che volete a quest’ora?”
Inglese: “Very well, and you?”
Discipline Geometriche: “Parla come mangi.”
Lettere: “Bene anch’io ma mi mancate.”
Discipline Geometriche: “Sé, come no.”
Religione: “Giro a tutti voi la foto del presepe.”
Discipline Pittoriche: “Buongiorno colleghi e buongiorno ragazzi!”
Discipline Geometriche: “Ecco, appunto. Ma i ragazzi dove stanno?!”

Al rientro, è arrivata la nuova insegnante di Educazione Fisica, che ha sostituito il grande Martino, trasferito in altra scuola.

Educazione Fisica: “Ciao a tutti! E grazie dell’invito a entrare in questo gruppo!”
Discipline Geometriche: “Ué, ma chissèi?! Antone’, indaga.”
Lettere: “Ciao, chi sei?”
Inglese: “Hallo! Who are you?”
Discipline Pittoriche: “Ciao!”
Educazione Fisica: “Sono la nuova collega di ginnastica! Piacere!”
Discipline Geometriche: “Ma cheppiacere eppiacere: ce le hai le credenziali?”
Lettere: “Infatti. E i prerequisiti?”
Inglese: “Ahahahah! Funny!”
Discipline Geometriche: “Antone’, ti dico indaga.”
Lettere: “Infatti. Non è che uno entra così.”
Discipline Geometriche: “Hai delle referenze?”
Educazione Fisica: “Ho il fisico.”
Lettere: “Beata te. Io cado a pezzi.”
Discipline Geometriche: “Eccapirai.”
Educazione Fisica: “Anche se le scale e i corridoi infiniti di questa scuola mi lasciano senza respiro.”
Lettere: “A chi lo dici.”
Discipline Geometriche: “Eccapirai.”

Ma ecco gli studenti.
“Oh. Ma quanta confusione fate?!”
“Bastaaaaaa!”
“70 messaggi in mezz’ora, non dico altro.”
“E poi dite di noi.”

Lettere: “La colpa è di quella di Discipline Geometriche.”
Discipline Geometriche: “La colpa è di quella di Lettere.”

“Ragazzi, sarò diretta e sincera con voi: l’autore che ci apprestiamo ad affrontare, ora che il Dante minore può dirsi concluso, non lo sopporto.”
“Ma di chi parla?!”
“Francesco Petrarca.”
“Come! Perché non lo sopporta?! E’ proprio bellino! Mi ricordo che alle medie mi garbò parecchio.”
“Anche a me!”
“Anche a me!”
“Po’ero Petrarca! O icché le ha fatto, professoressa, per starle così antipatico?”
“Non mi ha fatto nulla, ma non lo sopporto.”
“Ho capito, ma ci saranno dei motivi, non andrà mica a pelle con chi è morto da settecento anni.”
“Sinceramente un po’ a pelle vado anche con lui. Ma poi ci sono anche altre ragioni: tutto quell’anelito alla celebrità e alla fama… Tutta quella critica al volgare dantesco… Tutta quella boria con le opere in latino…”

Non avevo ancora detto che nacque nel 1304 ad Arezzo, che già stava leggermente sulle palle anche a loro.

Le cose stanno così: l’idea di avere sempre verifiche da correggere a livello psicologico mi uccide; la correzione in sé però (poiché porta alla scoperta di mondi umani sempre nuovi) mi appassiona; riportarli in classe mi diverte da morire. Quando sopravvivo alle prime due fasi, mi pregusto il godimento della terza.

“Ehm, ho riportato i compiti.”
“Davvero? Quali!”
“Epica e Grammatica.”
“Ce li renda subito!”
“Neanche per sogno. Prima abbiamo il nuovo scritto: il temone! Quattro tracce: due di letteratura, una personale, una di attualità.”
“Va be’, ce li renda mentre noi facciamo il tema.”
“Mettendo a rischio la concentrazione necessaria? Non se ne parla.”
“Ma ce li appoggia solo sopra il banco, in silenzio, senza spiegarci gli errori, solo per farci vedere il voto, poi la prossima volta ce li ridà e li guardiamo meglio.”
“Ho detto no.”
“Ma profe non è giusto, che li ha corretti a fare allora?!”
“Iniziate la brutta, forza, che poi vi manca il tempo per la bella e la rilettura finale, momento, vi ricordo, …”
“…fondamentale per qualsiasi forma di scrittura.”
“Appunto. Iniziate.”
“Almeno ci dica come sono andati!”
“Che discorsi: dipende dai casi.”
“Ma in generale?”
“Mai generalizzare.”
“Ma tipo una media approssimativa?”
“Non sono approssimativa. E non so fare le medie.”
“Professoressa, mi dica solo quanto ho preso io.”
“E io.”
“E io.”
“Toh, bellini loro, allora anch’io!”
“Non dico niente a nessuno.”
“Professoressa, ci sta facendo perdere un sacco di tempo. A quest’ora ce li avrebbe già resi. Via, ci legga solo i voti. Io, per esempio, quant’ho preso?”
“Sei sicuro di volerlo sapere?”
“In che senso? Dice che non mi conviene?”
“Mica tanto.”
“Allora se lo tenga per sé, non lo voglio più sapere.”
“E io professoressa? Mi merita saperlo?”
“A te sì: 7+ e 6 e mezzo.”
“Uh chebbello!”
“E a me professoressa? Meglio dirmelo o no?”
“Ti rovinerei l’umore e la giornata.”
“Ho capito: niente. Non mi dica niente.”
“Io?”
“Te sì, bravissima: 8 e 7 e mezzo.”
“E io? Oddio che ansia però!”
“Tu è meglio se mi fai una domanda di riserva.”
“Maccome! Eppure ave’o studia’o!”

Moltiplicate tutto per 28 alunni.
Loro non lo so. Ma voi vi divertirete un sacco.

Ringraziamenti e scuse

21 gennaio 2016

Viene alla cattedra per esporre un lavoro di approfondimento a Storia che ha svolto da solo e di sua spontanea volontà. In testa ha una chioma di riccioli arruffati, sottobraccio un cartellone illustrato a mano con incredibile maestria. E’ serio, composto ed elegante come si potrebbe essere seri, composti ed eleganti non prima dei cinquantacinque-sessant’anni.

“Professoressa, posso?”
“Certo caro: puoi.”
“Prima di iniziare la mia esposizione, vorrei rubare alcuni istanti per porgere dei ringraziamenti e presentare delle scuse. Vorrei ringraziare i miei compagni, per le ricerche che hanno esposto nelle settimane scorse, poiché mi hanno aiutato a farmi un’idea panoramica del lavoro che successivamente avrei svolto io. E vorrei scusarmi con tutti voi che assistete a questa mia esposizione, perché il disegno sul cartellone non è venuto proprio come lo volevo. Ecco, vedete qui, c’è una lieve sbavatura del colore che avevo cercato di ottenere sciogliendo nell’acqua della polvere di caffè al fine di conferire al cartoncino quell’aspetto antico che lo rendesse ancora più credibile. Detto questo, credo di poter iniziare.”

Noi tutti così, a bocca spalancata.

Quel tizio del Trecento

21 gennaio 2016

“Ragazzi, sono rimasta indietro con la registrazione dei lavori scritti che settimanalmente fate a casa: aiutatemi a rimettermi in pari.”
“Certo professoressa. I voti della top ten della nostra vita li ha?”
“Sì, quelli ce li ho.”
“E quel tema sulla polemica religiosa che si scatenò in classe?”
“Sì, anche quello ce l’ho.”
“E quello sulla tragedia personale di ciascuno di noi, quando scoprimmo che Babbo Natale e la Befana non esistono?”
“Sì, anche con quello sono a posto.”
“Allora cosa le manca?”
“Mmmh, vediamo. Ecco: non ho Tre cose solamente m’enno in grado: quali e perché.”
“Cosa cosa cosa??? Professoressa, io codesto non ce l’ho, mi sa che ero assente e non l’ho proprio fatto. Ma che titolo è?!”

Gentilmente il suo compagno di banco le spiega: “Ma sì, dai, è una citazione dalla poesia di quel tizio del Trecento.”

Cecco Angiolieri, quel tizio del Trecento.

Liberi dal fumo

20 gennaio 2016

A scuola si è attivato un progetto per la lotta al tabagismo. Sono venuti due esperti esterni a farci formazione. Un corso di scrittura autobiografica da riproporre poi ai nostri studenti.

“E siccome, più di tanta teoria, è utile la pratica, passiamo subito all’azione: scrivete una lettera a una sigaretta. Ma non a una sigaretta a caso. A una precisa. La prima, l’ultima, quella che non avete mai fumato se non siete tabagisti, quella che avete visto fumare a qualcun altro. L’importante è che sia una sigaretta precisa, quella di quel giorno esatto, e nessun’altra.”

Hai notato come mi guardava quella sera, lungo l’Arno, seduto accanto a me sulla panchina in cui ci siamo ritrovati dopo 15 anni? Hai notato com’era stupito, com’era di sasso, come gli mancava la parola? Era solo occhi, occhi neri e profondi che scrutavano, che giudicavano. “Be’? -gli ho detto- Che c’hai da guardare?”.
“Tu fumi.”
Sì, io fumo. Ma solo da due anni, solo per un altro bisogno, solo per necessità.
A lui non è piaciuto, perché il mio alito se lo ricordava sempre profumato e pulito, da brava ragazza. Con te in bocca, quella sera, sulla panchina lungo l’Arno, invece, mi sentivo una ragazza cattiva, dispettosa, disubbidiente, interessante. Una donna bischera. Ti ho maneggiata tra le dita ostentando la mia disinvoltura tarda, quella che da giovane non avevo e non me ne importava. Ho cercato il tuo sostegno, mi sono un po’ appoggiata a te, come a una seggiola, a un muro, a un palo della segnaletica. Tu, nel frattempo, ti sei consumata, mi hai lasciata da sola lì con lui che mi guardava come si guarda una ladra, una mariuola, un’incosciente, una deficiente.
Ne ho accesa un’altra.