Seduta letteraria

20 febbraio 2016

Prendi un romanzo. Anzi, prendine due. Molto diversi tra loro, per accontentare i gusti dei 25 alunni a cui li destinerai. Concedi loro di scegliere liberamente quello che li attrae di più dopo quel poco che gliene hai parlato. Fissa una data di scadenza entro la quale essi possano procurarsi il volume scelto e leggerlo senza l’affanno del tempo che corre. Per la data stabilita ordina di presentarsi a scuola non col solito foglio protocollo per la solita verifica, ma con un cuscino, delle candele profumate e degli incensi. Te ne chiederanno il motivo: non rivelarglielo. La mattina convenuta fai spostare tutti i banchi, libera l’aula, fai mettere per terra in cerchio i 25 cuscini, invita gli studenti a sedercisi sopra, accendi gli incensi e le candele. Lascia la porta aperta per evitare di morire tutti soffocati. Il profumo si diffonderà nei corridoi e qualcuno metterà il capino dentro per vedere che succede. Non ci badare. Come primo esercizio proponi a un gruppo di presentare il libro all’altro gruppo e viceversa. Come secondo esercizio chiedi a ciascuno di individuare una parola-chiave che a loro parere simboleggi il romanzo letto. Come terzo esercizio fai leggere a ognuno in modo espressivo la pagina più significativa. Come quarto esercizio invitali a trovare i limiti e i difetti del libro letto. Come quinto esercizio lascia che discutano, che si consiglino, che si confrontino liberamente, mentre tu li stai a guardare e scatti una fotografia per non dimenticare. Coordina i loro interventi, ma non pilotare i loro giudizi. Se chiederanno anche a te il tuo giudizio, di’ solo la verità.

Te ne saranno grati e ti chiederanno di rifare quel gioco. Che gioco non è.

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Innamorarsi a 50 anni

19 febbraio 2016

Tra le quattro tracce per il tema in classe figura anche quella di taglio personale, dedicata al sentimento dei sentimenti: Con le ali leggere dell’amore ho superato il muro, perché non si possono mettere limiti all’amore, e ciò che amore vuole, amore osa. Così la pensava William Shakespeare. E tu?
Ne nasce un’interessante discussione nel corso della quale riesco a far vuotare il sacco a tutti quanti con tanto di nomi e di cognomi del ragazzino o della ragazzina amati.
“E lei, professoressa?”
“Io cosa.”
“Lei, è fidanzata?”
“Cosa c’entro io.”
“C’entra eccome: viene sempre a chiedere cose personali a noi. A questo giro deve mettersi in gioco e rispondere alla sua stessa domanda.”
“Non ci penso neanche.”
“Ovvia, ce lo dica! E’ fidanzata sì o no?”
“La domanda è mal posta. Al massimo mi si potrebbe chiedere se sono innamorata.”
“Perché, lei è innamorata?!”
“Certamente.”
“CIOE’, LEI, INNAMORATA?!?!”
“Ehi, tu, cosa vorresti dire con quel tono?”
“Ma scusi, ci si può davvero innamorare a 50 anni?!”

Le rispondo che sì, ci si può davvero innamorare a 50 anni.
Già che siamo a far due chiacchiere in confidenza, le anticipo che ci vedremo a settembre per gli esami di riparazione.

Apparecchio

16 febbraio 2016

Alla veneranda età di quindici anni gli hanno piazzato in bocca una ferramenta che in futuro gli sistemerà entrambe le arcate dentali ma che al presente gli compromette una pronuncia decente di quello che dice.
“Senti, posso essere sincera con te?”
“Tcszertho profefforeffa.”
“Non ti posso né guardare né ascoltare con codesto apparecchio appiccicato ai denti: potresti togliertelo nelle mie ore per favore?”

Ha detto che non può, che è fisfhsfho.

Nota di merito

16 febbraio 2016

Nell’ora di Grammatica viene fuori che lui a casa ha fatto 7 esercizi anziché i 5 che avevo assegnato.
“E come mai?”
“Mi sono sbagliato. Mi mette una nota di merito, vero professoressa?”
“Naturalmente. Portami il quaderno.”

Gli ci ho scritto bravo bischero.

Lectio magistralis

16 febbraio 2016

Dai, picchia e mena, alla fine l’ha spuntata e la lectio magistralis in Aula Magna l’ha fatta sul Canto che voleva lui. Il Tredicesimo dell’Inferno, quello dei suicidi. La selva di anime, il gran pruno, Pier delle Vigne, la folla di figure retoriche suggestive e magiche, cred’io ch’ei credette ch’io credesse, uomini fummo e or siam fatti sterpi, ingiusto fece me contra me giusto, l’incursione degli scialacquatori, la fuga tra le frasche e i rami, le cagne nere, io fei gibetto a me delle mie case. Il canto più bello di tutta la Commedia.
Quei venduti dei miei studenti tutti schierati in prima fila a pendere dalle labbra del professore più carismatico del Liceo, che eccezionalmente si è offerto per tenere questa lezione trasversale a tutte le altre classi terze.
“Insomma alla fine ce l’hai fatta a soffiarmi il mio canto preferito, quello che ogni anno aspetto con tutto il cuore di spiegare ai miei alunni. Sei proprio un dispettoso.”
“Ringrazia Iddio che ancora non glielo avevi fatto. Avrebbero fatto il confronto e ne saresti uscita devastata.”

Succhiotti

16 febbraio 2016

Ci troviamo nel parco, davanti al portone della scuola, stiamo a chiacchierare un po’ tutti e quattro insieme prima di entrare.

“Ehi tu, furbino, cos’hai nel collo, un succhiotto?!”
“Ma cosa dice professoressa, è una macchia della pelle, non vede com’è stretta e lunga? Ce l’ho dalla nascita.”
“Professoressa, se lei fa i succhiotti in questo modo è messa male.”
“Ma che ne so, a colpo d’occhio mi pareva. Guardate qua, anch’io dalla nascita ho una macchia sul collo che viene scambiata per un succhiotto.”
“Sì, bella scusa: il suo si vede benissimo che è un succhiotto vero.”

Una delle prime cose che mi furono dette quando a settembre sono approdata al Liceo Artistico di Porta Romana riguardava il Carnevale.
“Tu non hai idea di cosa non succede il martedì grasso in questa scuola.”
“Perché, che succede?”
“Non hai mai visto in vita tua una festa di queste dimensioni. Millecinquecento studenti mascherati che si aggirano in questo edificio strepitoso. E alla fine della festa, la sfilata.”
Immediatamente decisi che, dopo gli anni giovanili in cui avevo dato tutto e dopo gli anni della maturità in cui mi ero convinta di non poter più dare niente, sarei tornata a mascherarmi anch’io.
“Qui ogni studente si confeziona l’abito da solo. Il risultato è un tripudio d’arte e fantasia.”
Ma siccome non so tenere neanche l’ago il mano, l’abito me lo avevano regalato per il compleanno, un enorme vestito viola da damona dell’Ottocento, preso a nolo presso la Sartoria del Duomo per una settimana intera.

La stessa che ho passato a letto, stesa da un’influenza che ha portato in dono moccichi, catarri e febbre alta.

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Controvento

7 febbraio 2016

La prima volta in cui presi in mano un’antologia per il biennio delle scuole superiori avevo quattordici anni e avevo appena iniziato il ginnasio. Ne ho un ricordo scolorito, e non solo perché è passato molto tempo. La mia insegnante di Lettere (di cui conservo invece una memoria nitida e luminosa) procedeva per lo più di testa sua, ci cuciva addosso le lezioni accogliendole come un accadimento quotidiano che si può pianificare solo in parte. Oltre a lei, ricordo bene anche l’immane raccolta di appunti che presi in quei due anni: era quella, la mia vera antologia, che non a caso tuttora custodisco con la cura riservata agli oggetti preziosi.

La prima volta in cui sfogliai un’antologia nelle vesti d’insegnante, invece, fu ventitrè anni fa. Rimasi sbalordita dalla metamorfosi che l’oggetto aveva subito mentre io ero impegnata a dare esami e laurearmi. La scuola in cui iniziavo a lavorare non mi sembrava neanche parente alla lontana di quella in cui avevo studiato. I libri su cui avevo sudato, sadici nella loro avarizia informativa, centellinavano le note e proponevano pochissimi esercizi. Tutto quello che imparavamo intorno a un brano giungeva dalla professoressa, senza la quale alcuni testi -poetici o narrativi che fossero- sarebbero rimasti un mistero irrisolto. I volumi che mi ritrovavo tra le mani ora che insegnavo, al contrario, mi supplivano completamente. Fiumi di note, pagine di spiegazioni, inserti, glossari, finestre, box, neretti, corsivi, attività, esercizi: un tripudio di agevolazione. Perfino (che orrore) la parafrasi scritta su colonna di fianco all’originale.

Cosa ci stavo a fare io? Che senso aveva la mia presenza? E che ne sarebbe stato del cervello dei miei alunni? Su ogni poesia veniva praticata una sistematica e impietosa vivisezione, il testo veniva smontato, i suoi componenti catalogati, numerati, registrati, infine assemblati nuovamente insieme. Tipo di verso, tipo di strofa, figure retoriche di contenuto, di parola, di sentimento. Ogni testo in prosa fatto a pezzi come il corpo di un vitello al mattatoio: le sequenze. Furono queste (ricordo) a farmi trasalire più di ogni altra novità. Non avevo mai fatto a pezzi un brano letterario. Non avevo mai sfilacciato Verga, né ridotto in macinato Pirandello. Mi ero sempre e solo limitata a leggerli, a godere di quelle parole. La mia professoressa del ginnasio non ci disse niente su L’uomo dal fiore in bocca: semplicemente, ce lo lesse. Ce lo lesse bene. Anzi, benissimo. Con le pause giuste, con un’intonazione teatrale ma non affettata, con un coinvolgimento emotivo che non puzzava di scimmiottamento. Tutta la classe si commosse. Io non avrei scordato mai quella lezione.

Ora scoprivo che le sequenze potevano essere molteplici: narrative, descrittive, riflessive, dialogiche. Ma non era finita. Potevano essere anche macro. Se la sequenza m’inquietava, la macrosequenza mi gettava nel panico. Mi affidai alle fantasiose mani di Gèrard Genette. Bevvi le sue Figure, Figure II e Figure III. Tentai di fare mia la sua frase-chiave (“Per me, l’apprezzamento estetico è costitutivamente oggettivista perché non può rinunciare al proprio corollario di oggettivazione senza pregiudicare se stesso come apprezzamento”) e mi azzardai perfino a riproporla ai miei primi studenti. Lo sguardo che mi lanciarono mi fece sospettare che la defenestrazione poteva essere vicina. Ma soprattutto, che il mio amore per quello che insegnavo io poteva diventare il disamore di quello che (non) avrebbero imparato loro.

A distanza di un ventennio abbondante, ho smesso di farmi quelle domande che mi hanno tormentato per tutto questo tempo (come si deve comportare un insegnante quando presenta un autore e i suoi testi a una classe di adolescenti? Deve allinearsi alle antologie in circolazione e alle direttive ministeriali? O deve puntare dritto al cuore -oltre che alla testa- dei ragazzi che ha di fronte e a cui prima di tutto deve rendere conto?) Ho smesso di chiedermelo, perché m’illudo di essermi data una risposta.

L’insegnamento è un atto seduttivo. L’insegnamento delle Lettere in particolar modo. Trattare un testo letterario come un esperimento chimico è fare come quell’uomo che, per conoscere una donna, le chiede il numero del piede. Un libro va prima di tutto amato. Se si insegna, va fatto amare. A qualsiasi costo, anche a quello di disubbidire a un Ministero. Per farlo amare agli studenti, è indispensabile che essi ne restino sedotti, non sdegnati. In passato, quando mi sorprendevo artefice di queste considerazioni, mi sentivo in colpa: perché tra tutti gli insegnanti furoreggiava la vivisezione del testo e io non riuscivo a sopportarla? Perché a me piaceva leggere un’opera, condividerla con quelli che mi stavano davanti e -al massimo- cucire addosso a loro delle attività che li aiutassero a farla propria, amandola? Mi sentivo sbagliata, inadatta, blasfema, e tenevo per me quel segreto immondo.
Poi, un giorno, ho iniziato a parlare. E ho scoperto che in tanti, in tantissimi, la pensano come me.

La pensa esattamente come me, ad esempio, la coautrice di questa non-antologia, che ho avuto la fortuna d’incrociare lungo il mio sentiero professionale e con cui ho elaborato questa proposta editoriale. Da qualche anno, lavorando nella stessa scuola, uniamo idee, spunti e intuizioni nel tentativo di valorizzare e non di uccidere quello che insegniamo, col sogno di interrompere “quella strage quotidiana” che si perpetra a scuola e di cui il poeta Davide Rondoni ha scritto con il suo consueto ardire: “Vi dico: siete dei monaci. E dei guerrieri. Non tradite pure voi, in questo generale tradimento di chierici e di giornalisti, di esperti di comunicazione e di editori o agenzie di eventi culturali… Siete monaci e guerrieri a custodia e a incremento di un bene prezioso, che nessuno quasi più comprende. La chiamano: letteratura. Ma non è altro che vita ridestata dalla lingua. Lasciate perdere i programmi, le scadenze, i disegni analitico-storici… Fateli per quel minimo indispensabile. Che è vicino allo zero. Alzatevi in piedi, piuttosto, leggete. Fate teatro di questa vita della lingua quando in essa giunge il colpo della vita. Fate così, come i monaci in piedi, e i guerrieri. Perché da ovunque il nulla occhieggia. E cala sui viottoli o sulle autostrade della vostra possibile pigrizia, della vostra inappellabile buona coscienza, del vostro malinteso senso del dovere”.

Ecco, a me e alla collega che ho accuratamente scelto per giocare questa sfida, piacerebbe fare questo. Per realizzarlo, abbiamo selezionato testi che parlino ai ragazzi ed elaborato esercitazioni ispirate all’interiorizzazione dell’esperienza della lettura. Abbiamo inventato attività da concretizzare in piccoli gruppi. Abbiamo puntato su una didattica laboratoriale che spinga gli studenti a condividere l’amore per i libri, che come ogni amore va gridato al mondo e fatto riecheggiare.

In questa non-antologia destinata al biennio delle superiori vi aspettano autori che nel triennio non ritroverete e incontrerete nomi che, giunti alla fine della quinta, non avrete mai tempo di affrontare. Insomma è l’ultima occasione. Almeno a scuola.

Dalla Prefazione a: ANTONELLA LANDI-SILVIA COLLINI, Controvento. L’antologia per scoprire il piacere di leggere e scrivere, D’Anna editore.

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Sotto le palle del David

5 febbraio 2016

“Allora. Ci troviamo a mezzogiorno in piazza della Signoria. Va bene?”
“Ma dove esattamente? Piazza della Signoria è grande.”
“Non lo so, dillo tu.”
“Facciamo sotto le palle del David?”
“Ok, sotto le palle del David, puntuali.”
“Puntuali.”
La giornata è meravigliosa, perfetta, come piace a me e a lei: soleggiata e pizzichina. Firenze mi sembra più incantevole di sempre. Attraverso il centro a piedi, mi sento fortunata, la mia amica del cuore, la donna che ha cambiato la mia vita dimostrandomi che fiducia non è soltanto una parola, mi aspetta sotto la statua di un uomo col pisello all’aria e sta per regalarmi una giornata di sorprese. Cosa posso chiedere di più?
“Te lo dico subito: se non mangio svengo.”
“Infatti: ecco qua due biglietti per gli Uffizi prenotati da una settimana e ritirati prima del tuo arrivo, così da non fare neanche la fila.”
Gli Uffizi?! Questa ha perso il capo. E’ ora di pranzo, ho saltato l’intervallo, ho camminato più di un lupo e mi porta al museo?!
“Prima però ristoriamoci il pancino” mi rassicura.
Solo che, insieme al pancino, ci ristoriamo gli occhi, la mente, il cuore e tutti i sensi dono di madre natura: il pranzo ha luogo sulla terrazza di uno dei musei più importanti della terra, davanti la cupola di Brunelleschi coi suoi rossi bianchi e neri oggi più sgargianti di sempre, di lato il Palazzo Vecchio coi suoi merli guelfi e ghibellini. Dio esiste. E quando esce dal Four Seasons viene qua.
“Le signore desiderano?”
“Una ribollita.”
(Signore sì, ma sempre fiorentine.)
“I regali quando li gradisci, ora o dopo?”
“Regali?! O quanti me ne hai fatti?!”
Me ne ha fatti tre: uno da mettere tutte le mattine sulle rughe della faccia, uno da tenere sempre al collo come portafortuna, uno da leggere la sera per addormentarsi pensando che la letteratura è l’incontro più significativo che puoi fare nella vita. Per me, però, il regalo più prezioso è il contenuto del biglietto che mi ha scritto.
Con la pancia piena un museo sembra più bello ancora. Entriamo e usciamo dalle sale con la sensazione di avere il mondo ai nostri piedi, il Tondo Doni, la Primavera, la Nascita di Venere, La Venere di Urbino, il Ritratto di Eleonora da Toledo, il Ritratto dei Duchi di Urbino, il Bacco di Caravaggio, Giuditta che decapita Oloferne, la Madonna col cardellino, le statue, lo Spinario, il corridoio, la Tribuna medicea. Dai finestroni angolari i ponti di Firenze si stagliano sotto di noi, la giornata è così tersa che si vedono perfino le montagne pistoiesi. Possibile che l’essere umano sia capace di tanta meraviglia? Possibile che la natura sia così perfetta?
“Ora però mi ci va un dolcino.”
Farcita per lei, semplice per me: la schiacciata alla fiorentina di Robiglio gareggia per i primi tre posti della mia top ten privata.
“Alle tre dobbiamo andare a ritirare il regalo che ti fa l’Imperatore.”
L’Imperatore è suo marito. Il suo regalo è un abito di alta sartoria teatrale da prendere a noleggio fino al martedì grasso, ultimo giorno di Carnevale.
La Sartoria del Duomo ha le finestre che sbattono sul lato sinistro di Santa Maria del Fiore. Ci accoglie un giovane e ci fa strada tra armadi stipati di abiti da scena.
“Che tipo di vestito avete in mente?”
“La mia amica ha un ego smisurato: faccia lei.”
“Allora ci vuole il Settecento.”
Peccato che nel Settecento le donne avessero tutte (maledette loro) quei vitini di vespa che io ho avuto solo per un biennio scarso (dai 14 ai 16).
“Sarà meglio andare sull’Ottocento, quando erano un po’ più in carne.”
Lo prendo viola. Lo prendo enorme. Lo prendo esagerato.
“Ci va a Venezia, immagino.”
“Macché Venezia: ci vo alla festa dell’Artistico di Porta Romana.”
“Questo è perfetto.”
Il sole inizia ad abbassarsi, calano le prime ombre.
“E ora si va dalla parrucchiera.”
Se a diciotto anni mi avessero detto pènsati quando ne festeggerai cinquanta, non avrei mai potuto immaginare tutta questa contentezza.

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Festeggiamenti a scuola

4 febbraio 2016

In prima una lavagna di auguri e una scatola di latta a forma di cuore piena di baci perugina.
In terza una sachertorte priva di una fetta (il babbo dell’alunna che l’ha preparata, mentre lei era sotto la doccia, è tornato dal lavoro, ne ha spolverato un bello spicchio e poi tutto soddisfatto è andato a dirle: “Oh, bona la torta” scatenando il panico).
In seconda uno scherzo del cazzo.
“PROFESSORESSA CORRA! E’ SUCCESSA UNA COSA GRAVE!”
Io corro col terrore in gola, svolto l’angolo del corridoio e me li trovo tutti lì davanti, con un grande mazzo di rose profumate tra le mani e un coro di auguri nelle bocche piene di sorrisi.

I compleanni a scuola sono impagabili.