Sentirsi a casa

14 aprile 2016

Quando Emmegì mi telefonò per propormi di presentare con Coautrice la nostra antologia nella scuola dove ci siamo conosciute e abbiamo lavorato 5 anni insieme, dire SI’ mi venne automatico e spontaneo.
Ma poi il giorno (ieri) è arrivato e, con esso, l’ansia da prestazione, da ritorno, da riabbraccio e da emozione.
Con caparbietà studiata, da quando ho ottenuto il trasferimento al Liceo Artistico di Porta Romana, ho evitato di tornare in un luogo dove ho innegabilmente lasciato un pezzo del mio cuore. Ho detto no agli inviti che i miei ex studenti mi facevano affinché andassi a salutarli, no alle custodi che mi mandavano a dire di passare all’intervallo per una colazione tutti insieme, no alle colleghe che posso incontrare solo in quel luogo perché fuori dalla scuola hanno tutte troppi impegni. Dico di no perché non amo i revival, ho sempre paura che la memoria passata venga compromessa da qualche inaspettata delusione presente, preferisco lasciare intatto ciò che è stato, cristallizzandolo nel ricordo che tutto sfronda, ripulisce e perfeziona.
Ma ieri all’ora convenuta ero in quell’atrio. Ero in quella sala professori. Salivo quelle scale. Entravo in quell’Aula Magna dove mi sono sorbita decine di Collegi dei Docenti. Stavolta ci entravo in un’altra veste e mi sedevo al tavolone della Dirigenza. Dovevo parlare davanti ai presenti, raccontare com’è nato il progetto di quest’antologia, confessare come è stato bello condividere il lavoro con quella collega che in cinque anni è diventata l’amicizia più importante di tutta la mia vita, lasciarle quindi la parola affinché anche lei dicesse tutto quello che ha provato, faticato e immaginato lavorando a questo libro.
Poi la parte istituzionale è terminata ed è partito il party, condito da dolci fatti in casa, irrorato da bicchieri di spumante dolce e secco, inghirlandato di fiori e immortalato da fotografie in cui vengo sempre male.
Ma le ore più belle sono state quelle a riflettori spenti, quelle consumate insieme alle ragazze che presi in seconda e che ho portato fino alla soglia della quinta, insieme alle colleghe che si sono trattenute fino a tardi, gruppo ridotto ma amoroso che si è fatto confidenze, si è raccontato un po’ di vita, ha rispolverato la memoria di un tempo ormai finito. Ma sempre verde dentro noi.

La cavalletta

9 aprile 2016

Ieri Firenze era bloccata.
A seguito di una copiosa perdita d’olio nel sottopassaggio della Fortezza, una serie di tamponamenti a catena ha immobilizzato il traffico per tutto il pomeriggio.
Ignara di questo, prendo la macchina per andare alla redazione del Corriere. Appena capisco di essere finita in un vicolo cieco, nell’impossibilità di annullare l’appuntamento e nella certezza di essere astutissima, faccio inversione e decido di prenderla larga. Talmente larga che mi ritrovo sulla via che porta in piazza Dalmazia. Pioviggina ma (per i miei gusti) fa ancora troppo caldo: procedendo a passo d’uomo, tengo il finestrino aperto facendo il coro a Gloria Estefan.
Ma ecco, con la velocità di un fulmine, un volatile si fionda a tutto fuoco nell’abitacolo passandomi a un pelo dal naso.
Per le dimensioni che ne avverto e per il tonfo sordo che produce andando a sbattere contro il parabrezza, penso sia un uccellino. Un passero, un fringuello, non lo so, l’ho visto entrare ma ora non lo vedo più: dov’è finito? Mi guardo intorno. E all’improvviso la vedo.
Una cavalletta gigante (lo giuro: GIGANTE), appostata sul cruscotto proprio sopra il mio volante, mi guarda negli occhi con una certa insistenza.
Istintivamente, caccio un urlo.
La cavalletta non batte ciglio e seguita a puntarmi.
Ora, io amo tutti gli animali, e in mille occasioni mi sono trovata a tu per tu con le cavallette, specialmente negli anni maremmani, quando Micino da Scansano me ne portava in casa numerosi esemplari come omaggio e testimonianza del suo amore.
Ma questa è veramente troppo grossa.
“Via! Via! Sciò!” le dico.
La cavalletta però non se ne va e seguita a guardarmi con i suoi occhioni staccati dalla testa. Non è di quel verde brillante bello a vedersi: è grigia come la polvere, sabbiosa come il deserto. Mi rincresce dirlo, ma mi fa schifo e mi fa pure paura. Per questo metto le quattro frecce e abbandono l’abitacolo.
“AIUTO! AIUTATEMI! C’HO UNA CAVALLETTA GIGANTE IN MACCHINA!” grido agli automobilisti imbottigliati come me.
Tutti mi guardano. Nessuno mi soccorre.
“GUARDATE: IO DA QUI NON MI MUOVO FINCHE’ QUALCUNO NON SCACCIA DALLA MIA AUTO QUELLA CAVALLETTA! PEGGIO PER VOI!”
Qualcuno s’impegna a leggermi il labiale, nessuno scende e prende la situazione in mano.
Lungo il camminatoio rialzato che costeggia quella via, però, vedo venirmi incontro sei ragazzi. Sono studenti, hanno lo zaino.
“RAGAZZI! ACCORRETE! AIUTATEMI!”
I ragazzi rallentano.
“RAGAZZI CORRETE! VI PREGO, AIUTATEMI, HO UNA CAVALLETTA GIGANTE NELLA MACCHINA!”
Estremamente perplessi, si appropinquano con evidente timore.
“Signora, cosa dice?”
“DICO CHE HO UNA CAVALLETTA ENORME DENTRO L’AUTO! VI PREGO, RIMUOVETELA!”
“Ma dove?!”
“LI’, GUARDATE! PROPRIO SUL CRUSCOTTO!”
Ma i ragazzi non si fidano. Si vede lontano un miglio. Se ne stanno a distanza, guardinghi e sospettosi. Mi dico: forse pensano che sia una candid-camera.
“RAGAZZI! NON E’ UNA CANDID-CAMERA!”
Poi mi dico: forse mi credono una mitomane.
“RAGAZZI! NON SONO UNA MITOMANE!”
Infine mi gioco la carta vincente.
“RAGAZZI! SONO UNA PROFESSORESSA DI ITALIANO! VOI SIETE STUDENTI GIUSTO?”
“Sì.”
“CHE SCUOLA FATE?”
“Il liceo qui vicino.”
“IL LEONARDO DA VINCI?”
“Sì.”
“OVVIA, ALLORA DOVETE AIUTARMI! NON POTETE ABBANDONARE UN’INSEGNANTE!”
Il senso di solidarietà tra membri dello stesso ambiente è una calamita a cui non ci si può sottrarre: all’interno delle mura scolastiche gli studenti mandano affanculo gli insegnanti. Ma fuori sentono di appartenere alla stessa categoria: la categoria degli incompresi e dei vilipesi.
I ragazzi, finalmente rassicurati, si avvicinano.
“Cazzo! Ma è enorme!”
“E COSA VI DICEVO?? VI PREGO, AIUTATEMI!”
Ora. Mentre al cospetto di una fetta demografica fiorentina si consuma questo imbarazzante siparietto, la cavalletta (vittima forse di un eccesso di notorietà improvvisa) prende ad esibirsi.
“Oh! Guardate lì come la sbatte le ali da ferma!” dice uno dei ragazzi
“Maremma, davvero, bada che lavoro!” dice un altro.
“RAGAZZI -urlo io- INVECE DI STARE A GUARDARLA, SCACCIATELA, VE NE PREGO!!”
“Ma signora, come si fa?! Sinceramente l’è un po’ grossa…”
Vale la pena ricordare che intanto la circolazione è paralizzata non più a causa della coda, ma semplicemente a causa mia e della mia cavalletta. Nessuno però strombazza con il clacson: tutti quei vigliacchi stanno a guardare come evolve la questione.
“Ci vuole qualcosa, un attrezzo con cui allontanare l’animale” dice uno dei sei.
“CE L’HO IO: VI DO LA LETTURA DEL CORRIERE DELLA SERA!” e prendo la copia sui sedili posteriori.
Il più impavido degli studenti del Leonardo da Vinci la afferra e la avvolticciola fino a farne una specie di randello.
“EHI, TU: NON PENSERAI MICA DI AMMAZZARLA?! IO SONO UN’ANIMALISTA!”
“Ma signora, ehm, professoressa, allora come devo fare?!”
“CONVINCILA A USCIRE, MA SENZA UCCIDERLA!”

Cosa avranno pensato quei sei poveri ragazzi?
Non lo so e non m’interessa.
La cavalletta è volata via sana e salva, io li ho ringraziati in tutte le lingue.
“Cosa posso fare per sdebitarmi con voi per questo atto d’eroismo?”
“Venga a scuola nostra a raccontarlo a quella di Italiano: le stiamo tutti sui coglioni.”
Quasi quasi ci vo davvero.

Noi (non) siamo infinito

9 aprile 2016

“Questo romanzo di Stephen Chbosky mi è piaciuto moltissimo: inizialmente trovavo la punteggiatura eccessiva, singhiozzante. Poi ci sono entrato dentro, i temi mi hanno affascinato, i personaggi coinvolto. Ci sono certi libri che possono segnare un momento della vita, questo ha segnato quello che sto vivendo attualmente.”
“Ma per niente! A me questo libro non ha trasmesso nulla, anzi, mi ha inutilmente scandalizzata. Quel paio di scene spinte mi hanno messa a disagio. L’ho detto anche alla mia mamma: mamma, qui dentro ci sono scritte cose che a me non va di sapere! E lei mi ha chiesto: ma sono davvero così forti? E io le ho detto: sì, sono davvero così forti.”
“Accidenti, capirai che scene! Queste cose ormai si sanno tutti, a me non hanno dato alcun fastidio. Al contrario, ho trovato il libro ricco di situazioni attuali, che fotografano alla perfezione il mondo in cui viviamo. Il mondo di noi giovani, che ci piaccia o no, è questo. Il romanzo è realista, onesto, credibile.”
“Cioè, fammi capire, il tuo mondo è questo?!”
“No, però intorno a me c’è anche questo mondo. E’ inutile fingere il contrario e tapparsi gli occhi. Ho letto questo libro con immenso interesse: penso che ritragga la situazione attuale con molta precisione.”
“Il fatto che voi giudichiate questo romanzo fedele alla nostra realtà è veramente sconcertante. Il mio mondo non è affatto quello descritto dall’autore.”
“Neanche il mio. Oltretutto penso che questo libro straripi di stereotipi e luoghi comuni messi lì solo per catturare il lettore. L’editoria attuale non fa che proporre alla nostra fascia anagrafica storie che ci fa passare come nostre, ma che non ci rappresentano davvero.”
“La penso come lui. Io credo che un libro debba farci crescere, migliorare, capire meglio il senso della vita. Il livello dell’editoria occidentale gioca al ribasso e una parte della responsabilità è anche di noi lettori, che non pretendiamo molto dalla letteratura: i libri dovrebbero elevarci. E questo non lo fa.”
“Questo è il tuo parere: a me mi ha elevato.”
“Quindi tu ti senti migliore dopo aver letto questo libro?”
“Migliore non lo so. Più compresa di sicuro.”
“Professoressa, finora ci ha solo ascoltati. Ma lei cosa ne pensa?”

Penso che per la prima volta nella vita ho assegnato un libro a una classe senza averlo prima letto. Penso che non lo rifarò mai più. Penso che mentre lo leggevo, a casa, mi venivano i brividi per la vergogna di averlo assegnato. Penso che sia il classico romanzo furbacchione che contiene dentro tutti gli ingredienti che accalappiano, ma non lascia eredità emotiva, culturale e letteraria. Penso che non sia neanche scritto bene.
Ma penso anche che la discussione che ha scaturito sia stata estremamente formativa. Penso che il confronto tra pari in un luogo formale come la scuola -ma in un momento informale come una lezione fatta a sedere in cerchio per terra tutti insieme- sia comunque un episodio da ricordare. Penso che insegnare a esprimere il proprio punto di vista ma anche ad ascoltare quello degli altri sia il segreto per capire cosa vuol dire convivenza. Penso che il dialogo e lo scambio di opinioni portino sempre verso luoghi interessanti come boschi da esplorare.
E quindi no, Noi siamo infinito non mi è piaciuto per niente.
Però sì, mi è piaciuto molto tutto il resto.

“Insomma profe, quest’ideona?”
“Prendete gli zaini: scendiamo nel parco.”
“Davvero? Che bello! Possiamo fumare vero?”
“Non facciamo niente vero?”
“E non si fa lezione vero?”
“Mica spiega vero?”
“E tantomeno interroga vero?”
“Voglio due persone che facciano da capisquadra. Giocheremo a bandierina letteraria.”
“IO!” dice La Bionda.
“IO!!” dice l’Amica della Bionda.
“Fate pari o dispari e scegliete a turno un compagno ciascuna per formare due gruppi.”
“Pari.”
“Dispari.”
“Tre e due cinque, dispari, parto io: CECE!”
“CrestaRossa!”
“Cocchino!”
“Lettrice!”
“Attrice!”
“Vladimiro!”
“Leo!”
“Ballerina!”
“Inglesina!”
“NanniBella!”
“Defilata!”
“Patty!”
“Dani!”
“Tommy!”
“Una squadra in fila alla mia destra, l’altra in fila alla mia sinistra. Datemi un cencio.”
“Che cencio?!”
“Un foulard, una sciarpina.”
“Sie sciarpina, l’è un cardo s’abbaia.”
“Profe ho il mio coprispalle, tenga.”
“Allora, ascoltate bene: attribuirò a ciascuno di voi un numero che equivarrà a quello del compagno rivale che gli sta di fronte. Quindi formulerò una domanda. Alla fine della domanda griderò un numero. Le due persone corrispondenti a quel numero (sempre che sappiano la risposta) dovranno correre ad afferrare la bandierina e tornare alla propria postazione senza essere toccati dal rivale che nel frattempo li inseguirà. Tutto chiaro?”
“Mica tanto. Facciamo una prova.”
“ATTENZIONE! In quale anno Dante Alighieri venne nominato priore del comune di Firenze? NUMERO… QUATTRO!!!”
Scattano il Cece e La Bionda. Il Cece scatta solo perché deve, in realtà ignora la risposta. La Bionda invece, fresca di ripasso, acchiappa il coprispalle la bandierina, fugge al suo posto e urla: “MILLETRECENTO!!!”
La sua squadra esulta.
“Allora, avete capito?”
“Vada tranquilla: siamo pronti.”
“ATTENZIONE! Se io dico versoio voi che cosa dite? NUMERO… DUE!!!”
“Se dico Hohenstaufen, voi che cosa dite? NUMERO… SETTE!!!”
“In quale anno Dante Alighieri fu mandato in esilio? NUMERO… TRE!!!”
“Quali sono i nomi dei personaggi della novella boccaccesca Lisabetta da Messina? NUMERO… SEI!!!”"
“In quali anni Boccaccio scrisse il Decamerone?” NUMERO… UNO!!!”

A un certo punto ho chiesto “in quale anno è stata composta la Divina Commedia?” e ho invocato il numero OTTO, che corrispondeva a Vladimiro e a Leo.
Entrambi si sono incamminati molto (ma molto) lentamente verso di me, quasi passeggiando. Come alla moviola, hanno preso la bandiera, dandosi la precedenza per una forma di (mal)simulata gentilezza. Una volta tra le mani quella, hanno staccato una corsa furibonda a cui si è accodato così, tanto per fare chiasso, anche il Cece. E tutti e tre hanno corso, corso, corso lontano, in mezzo al prato del parco tutto verde e punteggiato di margherite bianche e gialle. Si sono fermati laddove giacevano due signorine mezze ignude a prendere il sole. Vladimiro ha detto: “Scusate, sapete mica in che anno Dante ha scritto la Divina Commedia?”. Le signorine (sbigottite) hanno replicato: “In English, please”. Allora pare che il Cece (che vanta avi d’origine anglosassone) si sia fatto capire a modo suo, perché effettivamente le due signorine hanno fornito una risposta: thirteen o-four.
“MILLETTRECENTOQUATTRO!!!” ha sbraitato Vladimiro, rientrando alla base tutto rosso e ansante.
Quando ha scoperto che gli avevano suggerito male c’è rimasto di merda.

Ideona

5 aprile 2016

Domattina all’ultima ora in terza mancheranno alcuni alunni: la collega d’Inglese li preleverà per torturarli in una stanza a parte.
“Quindi non saremo tutti” scrivo sul gruppo.
“No profe” rispondono.
“IDEONA.”

Spariti.

Problema è qui

5 aprile 2016

Quarta seduta di agopuntura dalla dottoressa Fior Di Prugna.
“Vediamo la lingua.”
“…”
“Sentiamo il polso.”
“…”
“Sentiamo l’altro polso.”
“…”
“Il segni parlano chiaro: è in corso una grandissima stanchezza. Le caldane come vanno?”
“Se trascuriamo i 26 gradi di questi giorni, meglio.”
“Questa lingua però è eloquente: lei è stanca, stanchissima. A che ora va a letto?”
“Quando tiro tardi, le dieci.”
“Ma dorme?”
“Diciamo di sì.”
“E dorme bene?”
“Faccio spesso brutti sogni. L’altra notte una tigre del Bengala mi faceva a pezzi in un edificio industriale abbandonato.”
“Strano. Molto strano. Si evidenzia una stanchezza preoccupante che gli aghi non riescono a risolvere. Ma il cuore come sta? E la testa? C’è qualcosa che la angoscia? Qualcosa che la preoccupa? Qualche pensiero che la tormenta? Forse il problema è da cercare altrove. Vuole parlarmene?”

E a me è venuto in mente quel film di Woody Allen, Alice, quando Mia Farrow va dall’agopunturista cinese e lui le chiede: “Qual è disturbo?”, e lei gli dice: “Mi sento tutta dolorante e stanca, mi fa male la schiena in particolare”, e lui (dopo averle solo sentito il polso) diagnostica: “Problema non è schiena. Problema è qui (e si tocca la testa) e qui (e si tocca il cuore).”

Ignoranza

5 aprile 2016

Due dimostrazioni di ignoranza generale (fatte pochissime eccezioni) in terza.

La prima.
“Il prossimo libro da leggere a casa sarà… TADAAA’: La profezia dell’armadillo di Zerocalcare!”
“Zeroché?!”

La seconda.
“Siete andati al cinema a vedere Lo chiamavano Jeeg Robot?”
“Jeegchi?!”

Se non si acculturano li boccio in massa.
CrestaRossa e NanniBella, voi promosse fin da ora in quarta.

Mi pento e mi dolgo

4 aprile 2016

Mia cugina Voce (che era anche mia compagna di classe alle elementari) mi manda una foto su whatsapp. L’immagine ritrae un gruppo di cinquantenni schierati in una posizione che riconosco in un batter d’occhio perché riproduce quella di una foto di molti, molti anni fa, scattata nel parco del Museo Stibbert di Firenze, dove la maestra Sara ci portò una mattina di primavera. Sono gli ex bambini e le ex bambine con cui sono andata a scuola dai 6 agli 11 anni. Sono i miei amici dell’infanzia.
Il primo aprile è arrivato. La cena è stata organizzata. Il raduno ha avuto luogo. Io non c’ero.
Ma ora con quella foto luminosa nel display mi arriva un tonfo nello stomaco e un groppo in gola. Immediatamente sento che ho sbagliato, che sono stata sciocca, che avrei dovuto organizzarmi a modo, credere che non tutti i raduni sono tristi e retorici, fidarmi di chi si era dato tanto da fare per organizzare, e andare.
C’erano quasi tutti. Qualcuno veniva da lontano, altri dai dintorni. Molti non si erano più visti da più di trentacinque anni. Hanno parlato e riso molto. Si sono emozionati. E alla fine della serata, scambiandosi i numeri di cellulare, hanno creato un gruppo per restare in contatto.
Al racconto entusiasta di Voce mi sento sciogliere di rammarico e di dispiacere. Continuo a guardare quella foto e mi sembra di respirare il profumo della scuola elementare, diverso dal profumo di ogni altra scuola, di sentire le voci di tutti quei bambini che eravamo, di vedere il nero e il bianco dei nostri grembiuli e le zazzere datate dei nostri capelli.
Benché immeritevole, chiedo e ottengo di essere accolta dentro il gruppo. Scrivo un messaggio lungo in cui dico quello che sto dicendo qui. Che mi dispiace un sacco. Che ho toppato. Che aspetto la seconda occasione e che stavolta non la perderò. Mi salutano tutti con affetto. Mi sento ancora peggio.
Poi arriva Occhi di Pece, scrive “finalmente la mia perla di Labuan”, e io mi ricordo (ma non me n’ero mai scordata) che lo amavo come Sandokan.

La malinconia

4 aprile 2016

Oggi in terza lezione speciale sulla malinconia.
Il loro libro di testo, ricco di riferimenti alla Storia dell’Arte, dedica un inserto a parte allo stato d’animo che interessa tutti gli uomini in generale, gli artisti in particolare. Prima brainstorminghiamo un po’, scrivendo alla lavagna tutte parole che ci sembrano affiancabili a quella in questione: depressione, tristezza, ricordo, pensiero, dubbio, disagio, malessere, umor nero.
“Le opere migliori dell’uomo nascono immancabilmente dal dolore”, scrivo in mezzo a tutto il resto.
Guardando le opere proposte (La melanconia di Jacob de Gheyn, il pensieroso Lorenzo dei Medici di Michelangelo, il Torquato Tasso in manicomio di Eugène Delacroix) ci accorgiamo che la malinconia impone una postura precisa e ben riconoscibile.
Metto una sedia in mezzo all’aula, chiamo vari alunni a sedervisi e ad assumere una posizione malinconica.
Attrice aggruccia le spalle e incurva la schiena.
Prince incrocia le gambe e abbassa la testa.

Cece mette il coccige sul bordo della sedia, il busto obliquo con la schiena appoggiata allo schienale, le gambe lunghe completamente distese e rilassate, le braccia dietro alla testa. Sulla faccia, un’espressione inequivocabilmente beata.
Più che malinconico, ci è parso uno che non aveva voglia di fare assolutamente nulla e che ha fatto dell’ozio la sua ragione di vita.

La zia Annetta

4 aprile 2016

Eccezionalmente, nonostante sia domenica e io detesti i pasti festivi, vado a pranzo con il babbo dalla zia Annetta. La zia Annetta è sorella della mamma, nonché suo clone persino nella voce. Solo che la mamma parlava un toscano strascicato e negli ultimi anni specialmente diceva un sacco di parolacce, mentre la zietta, in virtù del lungo tempo trascorso in Lombardia, parla tutta in chiccheri e forchette, facendo dell’allitterazione la figura retorica preferita e raddoppiando anche quando non sarebbe il caso.
“Zietta! Come stai?”
“Bene amoRRe, tu? Fatti vedeRRe come sei bella!”
Il canone di bellezza a cui si riferisce la zietta prevede che tu non oltrepassi mai i cinquanta chili.
“Come sei tondiNNa!”
Tondina nel vocabolario della zietta è sinonimo di ciccabombaferroviere.
La zietta si muove al rallenty. Quasi novantenne, si è abboccata diverse volte a terra sbraciolandosi parti plurime del corpo, poi recuperate grazie a forza di volontà e attaccamento all’esistenza. Una notte, andando al gabinetto, cadde a terra e non riuscì a rialzarsi. Aspettò l’alba sul parquet e la mattina dopo a forza di cazzotti in terra fece capire ai titolari del bar che le sta sotto che qualcosa non andava. Da allora ogni mattina il barista va in casa a portarle un cappuccio e una brioche con la marmellata di more o di arance. La zietta è golosissima di dolci: se le inzuccherassero il culo, si leccherebbe anche quello.
Per anni ha rifiutato l’assunzione di una donna che badasse a lei. Ha ceduto solo di fronte a Luda, purché non le rimanga tra i coglioni anche la notte.
La zia Annetta, nonostante la questione anagrafica si faccia per lei ogni giorno più pesante, ha un’ottima cera.
“Zia, ma ti dai sempre le tue cremine sul viso? Hai ancora una pelle così bella!”
“No, ho smesso: questa è natuRRa. Il mio dermatoloGGo mi ha detto di usaRRe solo la NiVVea, che è la miglioRRe in assoluTTo.”
Il babbo la chiama bradipo, ma lei non se la prende.
Va del suo passo, è completamente autosufficiente (ma se le tagli la braciola a pezzettini te ne è grata), ha una casa che pare un museo d’arte moderna e contemporanea, è fissata con l’ordine e la precisione. Cerca dove vuoi: non troverai mai niente fuori posto.
Dopo una vita passata accanto allo zio MauRRy, da anni vive sola.
Scopro per caso che la zia è drogata di latte come me.
“Zia! Ma il latte fa male! Non te lo hanno detto?”
“Come maLLe?!”
“Fa malissimo agli adulti, specialmente alle donne! Devi assolutamente smettere di berlo!”
“Ma chi lo diCCe?!”
“Zia, lo dicono i dottori, i nutrizionisti, persino la mia agopunturista me lo ha vietato!”
“Ma che dai retta a loRRo? Mmmmhhh, com’è buoNNo il latte: io tutte le seRRe me ne faccio una bella taZZZZa e ci inzuppo dentro due, anche tre fette di paNNe e marmellaTTa!”
Pattuiamo insieme che i dottori se ne vadano affancuLLo.