Perché non sanno scrivere

9 febbraio 2017

Una lettera firmata da più di 600 persone: docenti universitari, accademici della Crusca, storici, filosofi, sociologi ed economisti. E poi inviata al governo. Vi si denuncia lo stato di abissale e allarmante ignoranza in cui versano gli studenti che si iscrivono all’università senza possedere neanche competenze da scuola elementare.
Cosa si può dire a commento di una notizia che ha sollevato tanto polverone? Si può prima di tutto dire che purtroppo è vera. Si può poi citare Pasolini, che in tempi non sospetti previde quanto i mass media ci avrebbero resi imbecilli. Ma non ci possiamo accontentare di un’ammissione e di una citazione. Bisogna cercare almeno qualche ragione.
Per farlo, ho pensato di parlarne proprio insieme a loro, i miei studenti. Fanno la quarta, tra un anno e mezzo lasceranno il liceo per andare all’università. Eppure alcuni di loro scrivono dà senza l’accento e qual è con l’apostrofo, po’ con l’accento e ce n’è in modi fantasiosi che preferisco non trascrivere. Qualcuno non padroneggia l’acca nel verbo avere. In diversi litigano con la sintassi del periodo, partoriscono anacoluti, pensano che i segni d’interpunzione siano opzionali.
Eppure io correggo accuratamente i loro scritti, lascio su quei fogli ore di vita, spiego, motivo, minaccio, punisco, costringo addirittura certi pennelloni di un metro e ottantacinque a riempire pagine di quadernone con la versione giusta della parola sbagliata. Serve a poco, a pochissimo. “Perché, secondo voi?” chiedo oggi a fine lezione.
Perché la correzione di certi errori si acquisisce da bambini e alle scuole elementari (fiore all’occhiello dell’istruzione italiana), per dedicarsi alle tante (troppe?) materie previste e pianificate, si trascurano le tre attività fondamentali a quell’età: amare la lettura, padroneggiare la scrittura e andare in tasca alla calcolatrice. Perché alle scuole medie qualcuno pensa che la grammatica si sia già fatta alle elementari e si dedica ad altro. Perché i genitori si sostituiscono ai propri figli nello svolgimento dei compiti per casa, ma non alimentano (con presenza, fatica e dedizione) l’amore per la lettura. Perché le famiglie cedono alla lusinga comoda e fallace del telefonino e ne comprano uno anche ai più piccini. Perché anche il governo caldeggia l’uso massificato della tecnologia nelle scuole. Perché quasi più nessuno pretende dai ragazzi un testo scritto in corsivo e quasi tutti accettano lo sdoganamento selvaggio dello stampatello. Perché tra corsi, corsini e corsetti la scuola butta via un sacco di tempo prezioso che potrebbe dedicare all’educazione ortografica. Perché il progettismo dilagante in tutti gli istituti sposta altrove l’attenzione. Perché l’inclusione a tutti i costi livella al basso l’apprendimento dei ragazzi. Perché la Rete diffonde, convalida e rafforza strafalcioni. Perché una volta accendevi la televisione e appariva Enzo Biagi, l’accendi oggi e appare Barbara D’Urso. Perché tanto alla maturità dall’anno prossimo dovranno ammetterti anche se hai 5 in Italiano. Questo l’hanno detto loro, i diciottenni che ho in classe tutte le mattine.
Questa invece la racconto io. Un quotidiano nazionale online ha realizzato un video a dimostrazione dell’ignoranza dilagante tra i ragazzi: l’indicativo imperfetto del verbo benedire? Io benedivo, ha risposto una ragazza intervistata. La giornalista l’ha corretta: si dice io benedicevo. E invece no: si dice in entrambi i modi. E allora, di che cosa ci lamentiamo?

(oggi sull’inserto fiorentino del Corriere della Sera)

Tutte le sere

8 febbraio 2017

Arrivano al tramonto. Sono mille, duemila, cinquemila. Sono un’esagerazione. Attraversano il cielo, lo invadono, lo coprono, lo anneriscono. Sono quelli che, quando gli salta il grillo, lo disegnano di vortici e piroette. Sono quelli che, quando vanno a dormire, scelgono una fila di alberi e li abitano per una notte intera. Generalmente rumorosi, talvolta passano silenzi, in celeste anonimato. Nessuno sa quale sia il loro progetto all’indomani, quali rotte sceglieranno. Gli ornitologi li dicono tra i più intelligenti della razza alata. La stampa locale ne denuncia i danni. Cacano da far paura. L’altro giorno un turista è scivolato sopra il guano e si è abboccato a terra. A me stanno simpaticissimi anche se una volta mi hanno ricoperto l’auto di merda verde vomito. Tutte le sere mi passano davanti alla finestra di cucina. Io li aspetto come facevano gli etruschi.

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Ogni 7 febbraio

7 febbraio 2017

Ogni 7 febbraio si stupisce del fatto che io gli mandi gli auguri.
Sono passati ventitré anni da quando ero la sua professoressa d’Italiano.
“Pota profe, ma come fa a ricordarsi ancora del mio compleanno?!”
Pota, è anche il compleanno di Vascone.

Rerum vulgarium fragmenta

6 febbraio 2017

Erano i capei d’oro a l’aura sparsi: da quale opera petrarchesca è tratto questo sonetto?”
“Dal Canzoniere.”
“Sì. Ma in realtà l’opera porta un titolo in latino. Te lo ricordi?”
“Certo. Ora et labora.”

Email da Bergamo

6 febbraio 2017

E’ stato mio alunno per due anni, venti anni fa.
Oggi mi ha scritto.

“Dammi una spiegazione al tempo che passa, dimmi cosa leggere e come respirare.”

E’ rimasto il ragazzo speciale che ricordavo.

Buon compleanno a noi

1 febbraio 2017

In classe ci hanno fatto la festa (muffins, torta al cioccolato, pizze, schiacciata e patatine) e ci hanno fatto il regalo (un ukulele a lui che suona gli strumenti a corda, una Plain Notebook Moleskine a me che scriverei anche sui coriandoli).
Condividere il genetliaco con un diciottenne amplifica il senso di vertigine anagrafica.
Ma raddoppia l’allegria.