Tuttidieci al mare

12 luglio 2018

Alla fine dell’anno scolastico alla lavagna dei primini scrissi una lunga serie di titoli per le letture estive. Una volta a casa, Tuttidieci mi inviò un messaggino in cui confessava la sua insoddisfazione a causa dell’assenza di libri giallo-noir-horror, genere che infatti ignoro perché aborro. Attivandomi all’istante, consultai gli amici amanti di certa letteratura. Saltò fuori il nome di Jo Nesbø, che prontamente le girai, ricevendo da lei i più sperticati grazie.
Pochi giorni fa, durante una passeggiata alle Cascine, la mamma di Spino mi ha suggerito una trilogia schifosissima e terrificante scritta da Pierre Lemaitre (Irene, Camille e Alex), secondo lei adattissima allo stomachino corazzato di una ragazzina solo apparentemente inoffensiva come Tuttidieci. E quindi le ho riscritto, scusandomi di disturbarla mentre (lo si deduceva dall’immagine su whatsapp) se la spassava beatamente al mare.
Sono usa ormai da anni corrispondere via telefonia con i miei alunni: sia i miei messaggi che le loro risposte sono informali, buffe, leggerissime e scherzose. Seguono faccine rovesciate o linguacciute, occhi strabuzzati, storti e occhialuti, espressioni sornione, incredule, scioccate; occasionalmente libidinose. Immagini di spagnole danzanti (per esprimere la gioia), di giovani che fuggono (quando comunico un compito fuori programma), di unghie smaltate (per tirarsela di qualche privilegio).
Ma ecco cosa ha scritto Tuttidieci.

Intanto lei non mi disturba mai, professoressa. Le notifiche da parte sua sono sempre ben accette, a meno che un giorno non decidesse di inoltrarmi liste di compiti imprevisti. In quanto alla trilogia da lei suggeritami, le dirò che m’ispira molto, mentre con Jo Nesbø (digitato proprio così, con la “o” spaccata in due) non ho avuto un impatto felice poiché l’ottobre scorso vidi al cinema un film tratto da un suo romanzo, L’uomo di neve, proprio quello da cui avevo deciso di iniziare la mia lettura. Infelice scelta devo dire, dato che, appunto, avendo già veduto il film, le sensazioni trasmessemi dal libro erano diverse da quelle già provate durante la visione del lungometraggio (proprio così, “lungometraggio”, che ha scritto certamente per non dover ripetere il lemma “film”). Sarà la mia inesperienza da lettrice (bugia bella e buona, n.d.r.), ma ciò mi ha portata, una volta arrivata a circa pagina 60, ad abbandonare la lettura (e dato che, stando a Pennac, questo è uno dei dieci diritti imprescindibili del lettore, non me ne sono fatta un gran problema). In ogni caso, appena avrò terminato un altro libro rinvenuto per caso nella casa al mare, inizierò sicuramente la trilogia da lei consigliatami. Intanto la ringrazio molto per la disponibilità.

Dopo poche ore, evidentemente divorato il libro trovato per caso nella casa al mare, ha avviato suddetta trilogia e mi ha riscritto.

Mi hanno molto colpito le peculiarità dei personaggi: non sono affatto stereotipati, anzi, appaiono molto insoliti. Solo per fare un esempio: il protagonista è un poliziotto alto un metro e quarantacinque (scritto così, in lettere, perché io le ho insegnato che non si usano le cifre nei testi scritti), figlio di un’artista morta di cancro. Di solito invece il protagonista di gialli è un uomo sulla cinquantina un po’ sovrappeso e con il vizio del fumo e dell’alcool (o almeno, in quelli che ho letto io). La terrò ancora aggiornata, professoressa.

Come si fa a non amarla?

In cammino

12 luglio 2018

Buonasera professoressa! Un abbraccio dal Cammino di Santiago, la pensiamo molto.

A volte bastano una foto e un sms come questo. E il cuore ti si scioglie.

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Se ci fosse stata lei

10 luglio 2018

Oggi sono tre anni che la mamma non c’è più.
In chiesa non ci vado mai, però stamani m’è presa così, sono scesa dall’autobus e mi sono trovata davanti quel portone spalancato. Ho messo il capino dentro, l’odore dell’incenso mi ha fottuta e sono entrata. Sono rimasta in fondo, appoggiata all’ultima panca, era prestissimo, non c’era nessuno. Il silenzio delle chiese taglia fuori il mondo e ti ovatta, ti protegge, e un po’ ti frega. Non mi veniva una preghiera, non mi riusciva mettere insieme un pensiero, me ne stavo lì così, passiva e ricettiva, in ascolto del niente.
Ma ecco, da un lato dell’altare, venirmi incontro un uomo. Cencioso, spettinato, con gli abiti che gli piangevano addosso, evidentemente sudicio e trascurato. Si è fermato alla mia altezza, ma non vicino a me, discosto, accanto a una colonna. Lo controllavo con la coda dell’occhio. Un leggero sciabordio ha rivelato che stava armeggiando all’acquasantiera. Ho voltato leggermente la testa e l’ho guardato.
Prima s’è lavato le mani. Poi già che c’era s’è dato una sciacquata al viso, alle cispe degli occhi, alle ragnatele delle orecchie. Una scena surreale, fantastica, che avrei voluto durasse ancora e ancora e ancora.
Invece quell’antipatico del sagrestano lo ha visto, lo ha raggiunto e lo ha cacciato.

Se ci fosse stata la mamma, dalle risate avrebbe cacciato anche noi due.

Il partigiano Bobi

7 luglio 2018

Settantuno anni fa si concludeva in Europa il secondo conflitto mondiale e con esso terminavano anche i regimi che avevano causato la guerra. Grazie all’antifascismo e a quel gruppo di italiani che scelsero di ribellarsi, l’Italia ha potuto risorgere e trovare una carica innovatrice che ha gettato le basi di una società più libera e giusta e ha saputo proporre valori sui quali poggia le fondamenta (trinquellando un po’) la nostra (acciaccata) repubblica.
In mezzo al bosco di Montegiovi, oggi e domani, si svolge il 67mo raduno dei partigiani, una manifestazione che rappresenta l’eredità di una memoria collettiva, un messaggio che si rinnova nel tempo, una festa, e soprattutto un impegno per il futuro.
Il partigiano Bobi, col fazzoletto della Brigata Garibaldi al collo, addirittura si è commosso.

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In vacanza con la moglie

7 luglio 2018

I giornali oggi hanno pubblicato la notizia di un uomo che, rimasto vedovo, ha portato con sé la foto incorniciata della moglie a Gaeta e ogni mattina la piazza su un muretto verso il mare per contemplarlo insieme a lei.
Capirai.
Mio padre, da quando la mamma non c’è più, ogni volta va in Calabria nella casetta che comprarono trentacinque anni fa, prende l’urna lignea con le ceneri e se la mette accanto in macchina, fanno il viaggio insieme e quando arriva la sistema sul comodino accanto al letto, con dei fiorellini freschi intorno.
Mentre guida, fa attenzione ad addolcire le curve perché Sgomèa era debole di stomaco e spesso “faceva i gattini” (vomitava gli occhi, n.d.r.).
Di tanto in tanto aggiorna me e il Rondine con foto in simultanea, attribuendo alla mamma probabili pensieri e considerazioni, raramente serie.
Una volta andò in Calabria con un ospite e mise l’urna nei sedili posteriori. A me e mio fratello scrisse “la mamma l’ha presa malissimo e ora è incazzata nera”.

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Nel nome del beagle

5 luglio 2018

Le commissioni di maturità sono formate da tre membri interni, da tre commissari esterni e da un presidente, sempre esterno. Uno dei tre docenti provenienti da un’altra scuola, come me e il collega d’Inglese, è quello di Matematica. Un uomo serissimo dall’espressione austera, che il giorno dell’insediamento mi metteva in soggezione. Io però con quelli che mi mettono in soggezione mi c’incaponisco, sicché dal secondo giorno ho iniziato a ronzargli intorno per attaccare discorso. Egli tuttavia continuava ad apparirmi avaro di parole e leggermente respingente. Poi, la terza mattina, ho inconsapevolmente tirato fuori dalla manica il mio asso.
“Madonna che stanchezza -gli ho sussurrato dopo ore di scartoffie- Adesso l’ideale sarebbe tornare a casa e buttarsi a letto fino a domattina. E invece ho un canino che mi aspetta e che non vede l’ora di uscire.”
I suoi occhi si sono illuminati.
“Anch’io ho un cane!”
“Davvero? Che cane è?”
“Un beagle.”
“Anche il mio è un beagle!!”

Siamo diventati pappa e ciccia e adesso non facciamo che chiacchierare e ridere di Ettore e di Bobi.

Quattro giorni

5 luglio 2018

In questi giorni caldi e faticosi d’esame, Bobi è sicuramente quello che ci rimette di più: a volte sta solo a giornate intere (uscendo solo nella pausa pranzo, quando il cosiddetto “babbo” si palesa a bordo della sua rombante moto per portarlo ad espletare quello che non si può trattenere dieci ore) ad aspettare il mio ritorno, che non avviene a bordo di una comoda auto ma un po’ a piedi e un po’ su un autobus strapieno e afoso perché la scuola è in centro che più in centro non si può.
Quando mi rivede, dopo la mia scomparsa mattutina, generalmente mi aggredisce. Prima di me però ha già aggredito oggettistica domestica varia (astucci sventrati e pennarelli da whiteboard scappucciati e ciucciati, annaffiatoio trasformato in colabrodo, fotocopie ridotte a brandelli, l’intera raccolta annuale dell’Internazionale divelta e biascicata, e infine la ciotola della pappa trascinata nella cuccia e mangiucchiata giro giro).
Io però ho un presidente di commissione eccezionale, che per di più mi ama.
“Per la seconda prova suppletiva di tre giorni che somministreremo all’alunna influenzata e ora guarita, tu puoi restare a casa.”
“Davvero? E la sorveglianza?”
“La sorveglianza la facciamo noi. Tu sei stata qui per l’intera prova di Italiano, vai e goditi il tuo cane.”

E così per quattro giorni, da oggi a domenica sera, sarò completamente libera, leggera e sollevata da ogni impegno; autorizzata ad attardarmi a letto la mattina, a non rispettare orari e appuntamenti, a fare le ore piccole la sera, a vedere amici che non vedo da tempo, a coccolarmi il mio cagnone quanto mi pare e piace, a trascinarmi per la casa a piedi scalzi, a sfondarmi di serie Netflix, a sentirmi felicemente zingara e vacanziera.
Anche se le vacanze inizieranno ufficialmente solo dal prossimo mercoledì.

Il ripassone

4 luglio 2018

Arrivano alla spicciolata, primi il Cece e La Rouge, seconda Attrice, terza CrestaVerde. Dopo un po’ ecco la Cappe e la Puntols, ma suonano ancora, è Mister FortyFive, il Signor Quarantacinque, più comunemente noto come Cocchino, lui e la sua sfacciata tripletta di 15 alle tre prove scritte della maturità. Arrivano la Vane con la sua chioma voluminosa e mora, la Nesina con le sue cosce nude e lunghe. Si ruota il divano per fare più spazio, si stendono teli e tappeti per acciambellarsi a terra. “Profe posso togliermi le scarpe?”
Arriva un po’ più tardi -e bussa con i piedi- la Valdarnese, tra le mani regge una teglia da forno con un dolce alla frutta che in pasticceria ve lo sognate. Si sciacquano bicchieri, si mostra dove stanno le bottiglie, coca, chinotto, tè verde e due-litri-due di latte Mukki bello marmato come piace a noi. Un chilo e ottocento grammi di Nutella occhieggiano dalla vetrinetta. Si lavano e si servono albicocche del Mugello. Per la birra artigianale prodotta e portata da Cece aspetteremo la Gami, che ha promesso di venire per l’aperitivo.

I quattro mandati giolittiani, le leggi fascistissime, la società di massa, il patto Gentiloni, il suffragio universale, il Minculpop che a dirlo ci scappa sempre un sorrisino, don Luigi Sturzo, il delitto Matteotti, l’asse Roma-Berlino, il Patto di Londra, la Pace di Brest-Litovsk.
E ancora: il ciclo dei vinti, il fanciullino, i premi Nobel, i poeti-soldato, le figure femminili verghiane, la zoomorfizzazione dei personaggi umani, l’antropomorfizzazione dei personaggi animali, le figure retoriche, la musicalità del verso, i collegamenti con la tesina, macrotemi e microtemi.

Tra qualche sfondone e parecchie risate, ieri abbiamo fatto il ripassone. Abbarcati in ogni angolo, appoggiati in ogni dove, distesi perfino sul lettone. Insomma a casa mia. Dove per tre anni non li avevo fatti mai venire per il timore di eccedere in confidenza e rimetterci in autorità.
Ma ora che tutto è finito, anche le paure sfumano, come il tempo che ci è stato dato; adesso possiamo fare tutto quello che ci pare.