Bologna la rossa e fetale

Pubblicato il 26 maggio 2015 da antonella landi

Il bello di avere un’amica che vive a Bologna è che ogni tanto puoi andare a trovarla.
Io ce l’ho e ieri ci sono andata.
Dalla mia città alla sua il treno ci mette 35 minuti: non fai in tempo a sederti che già devi scendere. Riemergi dai sotterranei di Italo e sei in Piazza Medaglie d’Oro. Il sole ti scalda, Bologna ti abbraccia, il taxista ti dice “scialve, dove andiamo?” con la nenia più scensciuale della penisola. Tu gli rispondi “Aspetti he le leggo il messaggino della mi amiha: via del giascinto, specifihare che è una strada chiusa, ha capitho?”. Lui ride e ti prende in giro “Ho hapitho he lei è di Firenze. Bell’azzénto, il vostro”. Tu rilanci: “E’ più bello il vostro. Facciamo così: io le parlo in fiorentino, lei mi parla in bolognese” e in via del giacinto ci arrivate chiacchierando come se vi conosceste da tempo.

Gaia è a scuola.
Fa la professoressa di Lettere come me.
Ogni anno coinvolge le sue classi in uno spettacolo teatrale a cui ha dedicato mesi di lavoro, di prove, di fatica, di incazzature, di amore.
L’anno scorso fece il musical “Amor ch’a nullo amato” su quella mia storia alternativa della letteratura, riportando in vita un delicatissimo Leopardi e un fighissimo Foscolo che seguitai a sognare per settimane nonostante lo scarto anagrafico, e creando coreografie su un soundtrack raffinato che oscillava tra gli One direction di Story of my life e Dean Martin di That’s amore, tra Michael Bublè di Come fly with me e James Brown di Sex machine, per culminare nel bacio eterno di Prince.

Quest’anno l’ha buttata sul fantascientifico, con una performance che è partita da 2001 Odissea nello spazio e ha toccato i mostri del genere, dalla saga di Star Wars a Doctor Who, da Hunger games a Blade runner passando per Men in black e mescolandoci la Sentinella di Frederick Brown.

Arrivo e la vedo: è agitata, rossa in viso, sudata per le prove finali e gli ultimi berci fatti ai suoi studenti perché si concentrino, non si distraggano, diano il meglio di sé al pubblico che sta per entrare. Loro la guardano come si guarda una dea con le scarpette da swing.
Per un’ora recitano, cantano, ballano sulle note di Elton John, David Bowie, Jennifer Lawrence, Michael Jackson, Mark Ronson, e non le staccano mai gli occhi di dosso, lei ancheggia indemoniata e come un Mangiafuoco in paillettes muove i loro fili, decide i loro passi, guida le loro mani.
Mi sbuccio le mie per gli applausi e nella sigla finale mi ritrovo sul palco a saltare con cinquanta adolescenti bolognesi.

Passa un acquazzone. Lo guardiamo dal terrazzo di casa sua al quinto piano bevendo cocacola e aspettando che la Nina finisca un riassunto sul significato della libertà. Bologna ci chiama giù dalla strada. Portiamo la Nina all’allenamento di scherma. Ci appollaiamo in un baretto all’aperto e ordiniamo un aperitivo, ci inondiamo di racconti, di confidenze, di ricordi, di confessioni. L’aria è aprìca e amica, il tempo va via veloce, lo usiamo tutto senza sprecarne niente, ridiamo contente di questa nostra amicizia fortunata e imprevista che nacque dieci anni fa dai nostri blog e si è fatta solida come se fossimo state compagne di banco al liceo.

Si fa buio.
Trentacinque minuti, e sono a Firenze.

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