Se è un addio

Pubblicato il 31 maggio 2015 da antonella landi

Come ci si deve comportare quando si chiede il trasferimento in un’altra scuola? Non dico la domanda da compilare, quella lo so, sta tutta sul portale istruzionepuntoit ed è tutta telematica, la compili e la spedisci. Dico dei ragazzi con cui hai lavorato sudato condiviso discusso patito riso, insomma. Vissuto.
Glielo devi o non glielo devi dire?

“Eccerto che glielo devi dire! Vorrai mica sparire così, senza dire niente ai nostri studenti!”
“Ma che gliene frega a loro, scusa.”
“Che gliene frega?! Parecchio gliene frega. E comunque non si fa. Non si scompare da un luogo in cui si è lavorato cinque anni senza salutare i diretti interessati e soprattutto senza spiegare le ragioni.”
“Spiegare le ragioni?! Ma le ragioni sono mie: che faccio, vado a dirgli che la decisione dipende dalla mia natura inquieta? Che anche se questa è la scuola dove sono stata meglio (tanto da restarci cinque anni), ho bisogno di cambiare? E che se non cambio adesso poi non cambio più perché dopo è troppo tardi, divento troppo vecchia, e mi impigrisco, e mi ritrovo ad aspettare la pensione qui? E che invece voglio levarmi la curiosità di insegnare in altri tipi di scuole, con altri tipi di alunni, che voglio rimettermi in gioco finché me ne sento addosso le energie e continuo a credere in questo lavoro? E che questa scuola, che sembra un mercato multietnico, è tanto stimolante per certi aspetti ma è altrettanto frustrante per altri? E che le classi quando arrivano in quinta sono sempre una delusione perché di studiare non gliene frega più niente, si sentono già grandi, tu diventi un peso e non vedono l’ora di andarsene e lasciarti qui? Vuoi che vada a dirgli che per me le cose della vita sono come le cose dell’amore, vanno interrotte quando sono all’apice senza aspettare che sfioriscano?”
“Esattamente.”
“Ma figurati. Che cosa gliene frega a loro di questi discorsi? I ragazzi lo sai meglio di me come son fatti: finché ci sei ti amano, se te ne vai amano quella che arriva al posto tuo. Giustamente, tra parentesi. Del resto noi non facciamo la stessa cosa con loro? Lo diceva anche don Milani: le insegnanti son tutte puttane.”
“Ma che dici, tu sei pazza. Guarda che a quelli di quarta gli spezzi il cuore se, dopo tre anni trascorsi insieme, sparisci senza una parola.”
“Infatti io non sparisco senza una parola, senti come l’ho imbastita bene: l’ultimo giorno, alla fine della festa in classe, prima che partano per lo stage, lascerò sul banco di ciascuno una letterina in cui comunico di aver presentato domanda di trasferimento in sette licei e che, se non sarò scavalcata da nessun collega che ha crocettato le stesse sette scuole ma con un punteggio più alto del mio, a settembre potrei non esserci più. E questo dunque è un addio. Se invece sarò scavalcata e non avrò il trasferimento, pace, a settembre sarò di nuovo qui, sarò contenta uguale. E questo dunque è un arrivederci.”
“Pace?! Contenta uguale?! Un addio?! Un arrivederci?! Ma ti sembra il modo di parlare? Una lettera?! Che gesto ignavo! E sì, tu sai quanto io ami le lettere. Ma non in questo caso. In questo caso devi parlare. E mentre lo fai devi guardarli tutti negli occhi.”

Allora.
Li ho guardati tutti negli occhi.
E ho parlato.

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