La mia vita, da quel giorno

Pubblicato il 21 luglio 2009 da admin

La mia vita, da quel giorno, è uno sballo.

Ragazzi che strabotta di culo ho avuto, ci penso in continuazione.

Morivo di fame, di freddo e di paura, avevo abbandonato il pagliericcio perché la mamma non tornava più nonostante non facessi che chiamarla, mi ero affacciato sulla strada a guardare il mondo e all’improvviso, dal mondo, sono arrivati loro due.

Lei bionda e vivace, gli occhi vigili e accesi, spalancati sugli scampoli di verde alla ricerca di un animale qualsiasi da indicare urlando ferma ferma.

Lui placido, flessibile e contemplativo, in sintonia col panorama agreste e disposto a tradurre i ferma ferma in brevi soste d’auto, i finestrini scesi, la ventola in azione.

Poi ho capito che cercavano mia madre. Perché mia madre era ospite fissa nei loro soggiorni maremmani. Mia madre era la loro gatta, quando arrivavano dove mi hanno trovato, dentro le colline morbide e tonde come i seni di una donna. Mia madre una volta avevano provato a portarla anche in città, ma lei s’era incazzata e aveva reclamato il suo diritto a vivere libera nel luogo in cui era nata. Lo stesso luogo dove sono nato io. Così l’avevano riportata indietro, stabilendo con lei un patto di convivenza part-time e un amore eterno e rispettoso.

Ma mia madre non è più tornata.

Mia madre, nessuno l’ha più vista.

Mia madre ci ha lasciati tutti soli, smarriti e con la pancia gorgogliante.

Mia madre, io me lo sento dentro: è morta.

Ora ho questa specie di mamma nuova che ha forme, voce e odori del tutto dissimili da quelli dei miei simili. Al posto di miao dice ciao, al posto delle fusa fa le risa e anziché di erba solida profuma di ambra liquida. Il suo odore mi resta attaccato al pelo e dal 2 di luglio profumo di ambra liquida anch’io.

Questa specie di mamma nuova non mi lecca, però mi alimenta e mi liscia con le mani. Mi parla piano vicino all’orecchio triangolare e mi dà i baci sulla gola. Mi porta con sé e non mi abbandona. Quando stiamo in campagna mi fa sfrecciare come voglio, mi fa fare buche nel giardino per cacarci dentro e poi coprirle e mi fa spendere il mio tempo sui rami del susino meditando sulla condizione umana, tanto triste rispetto a quella felina. Quando siamo in città mette su musica classica e mette su anche una rete nei terrazzi perché io non precipiti nel vuoto. Se faccio buche nel conchino dell’ibiscus mi rincorre finché non mi afferra ma io (che faccio Trattorini di cognome, come la mia mamma) con il mio rumore di motore acceso la blandisco e la convinco che non ci posso fare niente, che è nella mia natura.

Il mio preferito però è una specie di babbo che torna a casa nel secondo pomeriggio, si leva le scarpe, mi lancia i calzini e fa la lotta insieme a me. Dice che mi devo allenare perché in campagna ci sono gli istrici, i serpenti, le vipere e i cinghiali, e io mi devo difendere da solo. Così mi impegno e gli sbraciolo braccia e mani, gli infilo le unghie nella carne rosa e lo faccio morire di risate. Questo umano è molto strano: ne busca come un ciuco eppure ride.

Sono un po’ cresciuto.

Adesso sono lungo come una scarpa numero trentotto e peso più dei settecento grammi dell’inizio.

Mi è venuta la pancetta.

Mi viene sempre tanto sonno.

Quando è notte e io dormo, arriva sempre qualcuno in mezzo al buio a darmi i baci sulla gola, qualcuno che crede di non essere visto ma che io vedo eccome.

Non è la mia mamma vera, quella che aveva la mia voce, il mio odore e le mie forme, ma io sono felice uguale.

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