Dove la porta il cuore

Pubblicato il 12 settembre 2015 da antonella landi

Due anni fa, nella scuola dove ho insegnato fino a giugno, arrivò una ragazza peruviana.
Un cespo di capelli ricci e corvini, due occhi orientaleggianti, un sorriso da speranza eterna.
Eppure lei era triste.
Veniva da un’altra scuola fiorentina che non aveva colto i suoi talenti -l’intelligenza, la dolcezza, la bontà, la risolutezza, il coraggio- e non l’aveva saputa trattenere ma anzi, come se niente fosse, se l’era lasciata scappare dalle mani. Una di quelle studentesse per le quali don Milani avrebbe fatto follie.
Approdata nella nuova classe a anno scolastico avviato, fu accolta dalle compagne e dalle mie colleghe come meritava e immediatamente amata.
A me ci volle un po’ più tempo: quando lei arrivò, io ero prigioniera a casa in attesa di un’operazione che mi avrebbe tenuta lontana dalla cattedra per tre interminabili mesi.
Quando la vidi per la prima volta, non mi fece impazzire.
Ero (lo confesso) gelosa del legame che nel frattempo aveva stretto con la mia supplente e le leggevo in faccia il dispiacere per averla persa.
Mi ci volle qualche settimana per accettare quell’elemento che, pur cercando di non farlo, avvertivo estraneo.
Il salto di qualità relazionale e il colpo di fulmine tardivo ebbero luogo una mattina in cui il resto della classe era andata non ricordo dove e noi eravamo sole in aula.
Mi confidò il suo passato, il distacco scioccante dalla mamma trasferitasi a Firenze in avanscoperta, l’infanzia con i nonni, la nostalgia per una famiglia unita, il ricongiungimento con una donna che non vedeva da anni e che all’inizio stentava a sentire madre.
Mi raccontò le sue passioni, la lettura, la scrittura, il teatro.
E io m’innamorai di lei.
L’anno scorso l’ho fatta piangere una volta: l’avevo interrogata a Italiano, aveva fatto scena muta, le avevo dato 3.
Tutte le altre volte però l’ho fatta molto ridere, perché la scena muta non me l’ha più fatta, perché si impegnava molto e perché era una presenza veramente positiva.

L’estate è arrivata e lei è partita per il Perù, dove non tornava da tre anni.
Sbarcata nella terra natale, come prima cosa ci ha contattate tutte su whatsapp per darci il nuovo cellulare. Ci ha inviato foto, parole, pensieri, emozioni e cuoricini.
Pochi giorni fa, ci ha scritto che era in crisi.
Non sapeva più se tornare o se restare.
Si sentiva spezzata nel mezzo tra il desiderio di rientrare in Italia, finire la scuola, iscriversi all’università, cercare un lavoro, mettere radici. Oppure riafferrare radici che già aveva e restare in Perù, la sua terra, tra la sua gente, e finire lì gli studi, e cercare lì un lavoro, un amore, una vita.
Sull’onda emotiva del momento, ho capeggiato una petizione collettiva perentoria volta al tentativo di riaverla, certa che qui avrebbe avuto un futuro migliore.

Ma quando lei ha annunciato che non sarebbe tornata in Italia perché la cosa più importante per lei era l’amore per la sua gente, ho capito che la sua saggezza, la sua intelligenza, il suo coraggio e la sua risolutezza stavano proprio in quella scelta: andare (cioè restare) dove la porta il cuore.

Buena suerte e sii felice, Chichipe querida.

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