Cambiate scuola

Pubblicato il 30 settembre 2015 da antonella landi

Mentre ancora sopravvive la polemica per le destinazioni coatte piovute sui precari, che hanno avuto un posto a tempo indeterminato ma spesso in luoghi lontani da casa, io peroro la causa del trasferimento periodico volontario.
Dopo la laurea attesi tredici anni l’ingresso in ruolo. Anni di precariato e sacrifici immani, compresa un’emigrazione quinquennale in Lombardia. Dentro di me, tuttavia, sapevo già quello che avrei provato una volta ottenutolo. Senso di soffocamento. Ansia da prigionia. Paura di un processo precoce di invecchiamento mentale. Panico da calo dell’adrenalina. Timore di quell’abitudine che azzera i sogni e riduce progressivamente le aspettative. Insomma una tragedia, per chi fa un mestiere come il mio.
E fino a giugno scorso erano cinque anni che sostavo nella stessa scuola, un istituto a detta di tutti difficile, ma per me di grande appagamento emotivo e umano: vi avevo messo radici profonde grazie alla sintonia professionale coi colleghi e all’affetto genuino degli studenti, ci stavo bene, ero stimata e benvoluta come stimavo e volevo bene, il sabato la scuola era chiusa, la settima ora non mi toccava mai in virtù delle materie teoriche che insegno e che vanno fatte a mente fresca, con la dirigente rapporti sereni, con la vicepreside addirittura amichevoli e confidenziali, cinque minuti a piedi da casa ed ero in classe, custodi bravi e disponibili, rapporti lavorativi diventati col tempo amicizie vere e proprie. E (che non guasta mai) una delle pasticcerie più buone di Firenze proprio all’angolo in fondo alla via.
Eppure a marzo scorso ho inoltrato la domanda di trasferimento. Nell’elenco delle preferenze ho messo solo sette scuole, tutte molto più distanti da dove abito, ma dove veramente sentivo che avrei potuto maturare un’esperienza significativa. La prima della lista era il mio sogno da quando ho abbracciato questa professione e ho sentito il desiderio di insegnare la Storia e la Letteratura a chi ha scelto l’Arte come pane quotidiano e tutte le mattine varca un grande cancello per attraversare un parco immenso prima di trovarsi davanti l’edificio scolastico (23 mila metri quadrati di struttura per 1500 studenti e 150 professori) forse più bello d’Italia, certamente il più bello di tutta Firenze.
E siccome i sogni a volte si trasformano in realtà, quella scuola l’ho ottenuta, il primo di settembre ho partecipato al primo collegio dei docenti in una gipsoteca mozzafiato e il quindici ero in classe, circondata da una fauna adolescenziale policroma e bizzarra (il più normale ha i capelli azzurri). E’ vero: rispetto a prima mi sveglio un’ora prima, mi sposto in auto nel traffico urbano, non conosco i nomi dei colleghi, mi perdo nel dedalo di corridoi, aule, laboratori, lavoro anche il sabato e non c’è una pasticceria limitrofa particolarmente buona da segnalare.
Ma sono felice. Perché le classi sono stimolanti, l’ambiente è come me l’ero figurato in sogno, i colleghi sono accoglienti e la scuola -nonostante le dimensioni faraoniche- funziona. Sono felice soprattutto perché ho tenuto fede alle mie certezze antiche e non mi sono fatta ammaliare dalla sicurezza consolatrice del posto fisso e della scuola eterna. Ho sempre pensato che in questo mestiere il cervello debba restare attivo, fresco, giovane e curioso, che la mattina ci si debba alzare dal letto con la sana agitazione addosso di chi ha voglia di andare incontro a una giornata che non è pianificata a tavolino ma riserva imprevedibili sorprese.
Cambiare scuola -e con essa luoghi, atmosfere, dinamiche, abitudini, regole e persone- aiuta a mettersi alla prova, a non dare nulla per scontato, a non sentirsi mai arrivati, a provare la piacevole ansia del novellino principiante, a sapere di non sapere e aver voglia di imparare. Aiuta, insomma, a invecchiare più lentamente. Almeno con la mente.

(oggi sulle pagine fiorentine del Corriere della Sera)

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