Senza scuola

Pubblicato il 16 novembre 2015 da antonella landi

Il liceo continua ad essere occupato.
Come mi sento? Sarò sincera: delusa e molto infastidita.
Non ho più voglia di tutta questa roba, le polemiche, gli attacchi, le rimostranze, le accuse, le repliche. I gesti plateali, le posizioni estreme, le regìe pianificate, le frasi fatte.
Non ci credo.
Da anni.
Mi sembrano tutte scuse orchestrate ma maldestre per perdere l’unica occasione che invece dovrebbe stare veramente a cuore: svolgere con piacere il proprio dovere.
Non ci sono più scuole oscurantiste contro cui imbastire una guerra (se ce n’è ancora qualcuna, non è quella dove insegno).
Non ci sono più docenti e dirigenti con cui è impossibile parlare.
Non ci sono più adulti che negano il confronto agli adolescenti.
Perché, allora, impossessarsi di una scuola pubblica, barricarcisi dentro sprangando le porte ufficiali e le uscite di emergenza, ventilare aperture poi negate, patteggiare senza mantenere? Perché non scrivere e diffondere neanche una dichiarazione circa i motivi di un gesto come questo? Perché non prendere in considerazione le posizioni di chi non la pensa come noi? Perché trascurare i bisogni dei compagni portatori di disabilità? Perché ostinarsi a ignorare che, impedendo l’ingresso agli amministrativi, si fanno saltare concorsi e posti di lavoro proprio in questi giorni in assegnazione? E ultimo, ma non meno grave: perché fare feste chiassose lunghe notti intere, mentre tutto il mondo tace per rispettare i morti di Parigi?
Sì, sono delusa e molto infastidita.
Sento che, quando torneremo in classe e me li rivedrò davanti, non sarà facile ricucire questo strappo.
E sento dentro di me, impetuosa e convinta, una speranza: che ciascuno sia messo di fronte alle proprie responsabilità. Perché è solo in questo modo che si cresce.

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