They are the robots

Pubblicato il 17 novembre 2015 da antonella landi

Quando si misero insieme io avevo 4 anni: era il 1970.
Scelsero di chiamarsi “centrale elettrica”, che in italiano fa cagare, ma in tedesco ha un fascino speciale: Kraftwerk.
La città era Dusserdolf, le menti pensanti Ralf Hutter e Florian Schneider.
Conobbero il successo popolare con un pezzo tormentone che imperversò per un’annata dove un coro di voci metalliche faceva: we-are-the-robots-pa-pa-pa-pa.
Negli anni precedenti e successivi a questo goderono di un successo sotterraneo ed esclusivo, riservato loro da un pubblico elitario che non li ha abbandonati mai, mentre il quartetto -precursore ed esegeta dell’era digitale- sperimentava di tutto passando dal krautrock alla new wave, dal technopop alla dance minimale.
Ieri sera -unica data italiana- erano al Nuovo Teatro dell’Opera di Firenze. Vecchi, trasformati, ma sempreverdi. Più che attuali, futuristi.
All’entrata, popolata di gente che proveniva da tutta Italia, gli addetti ritiravano il biglietto e regalavano una bustina con qualcosa dentro: un paio di occhiali con cui guardare il concerto. Che era in tridimensione.
Un mal di testa. Ma anche un ridere.

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