Valdarno t’odio e t’amo

Pubblicato il 24 gennaio 2016 da antonella landi

In una classe del liceo ho un’alunna valdarnese. Questo fa di me e lei una diade empatica e compatta, forte e indistruttibile di fronte a ogni forma più o meno ventilata di dileggio.
“Ovvièn via, stai zitta te, che tu vieni dal Valdarno…”
“EMBE’?! COSA VORRESTI DIRE?!”
Io e la valdarnese ci sentiamo fiere della nostra origine semi-agreste, orgogliose di venire dal contado (come Leonardo che veniva da Vinci, Boccaccio che veniva da Certaldo, Giotto che veniva da Vespignano, Poggio Bracciolini che veniva da Terranuova, Marsilio Ficino che veniva da Figline come lei e Masaccio che veniva da San Giovanni come me).
Questo, quando siamo in mezzo agli altri. Poi, quando siamo sole, l’è tutto un lamentarsi zitte zitte.
(“Professoressa, ma a lei il Valdarno manca mai?”)
(“Mai, nella maniera più assoluta.”)
(“Ma a quanti anni se ne andò?”)
(“Dopo l’università.”)
(“E perché non prima?!”)
(“Perché non potevo chiedere ai miei genitori di pagarmi anche una stanza qui a Firenze: mi sembrava già tantissimo che mi pagassero le tasse, l’abbonamento al treno e tutti i libri.”)
(“E quando se ne andò cosa provò?”)
(“Come una seconda nascita.”)
(“E se n’è mai pentita?”)
(“Starai scherzando.”)
(“Anche a me sta tanto stretto. Dice che dopo il liceo dovrei andarmene anch’io?”)
(“Nella maniera più assoluta.”)
(“E starò bene?”)
(“Non bene. Benissimo.”)

Ma ecco i compagni a molestare.
“Certo il Valdarno l’è proprio brutto.”
“MA CHE DITE!!”
“Via, anche a livello paesaggistico, una tristezza: tutto spoglio.”
“SPOGLIO SARAI TE.”
“Senta professoressa, a me è capitato più di una volta di passare da San Giovanni: bello non è.”
“Ma come no! Ma che ci sei passata dalla via maestra? Ma che l’hai visto il Palazzo d’Arnolfo?”
“Ma non c’è nulla di tipico, nulla di carino…”
“Ma come no! E il panbriacone? E lo stufato? E la fantoccia? E il Perdono?”
“Ma icché l’è codesta roba?!”
“Vedi? Se non lo sai informati.”

Perché il Valdarno è come la mamma: nessuno può dirne male, a parte te.
Babbo apparecchia: oggi vengo a pranzo.

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