Da mi basia mille

Pubblicato il 16 aprile 2016 da antonella landi

“Voi non fate Latino, ma in questo caso permettetemi di scrivervi alla lavagna il testo originale del carme V di Catullo, l’iniziatore della poesia lirica.”
“Di cosa parla?”
“Parla d’amore e di passione: è dedicato a Lesbia, donna emancipata e colta da lui immensamente amata.”

Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis!
Soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum.
Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.

“Riuscite a intuire qualche parola prima che ve la traduca?”
“Sì: lui dice a lei di vivere e di amare.”
“Bravi. La invita quindi a infischiarsene dei pettegolezzi e delle chiacchiere dei vecchi severi e invidiosi.”
“Ha ragione, bravo Catullo.”
“Guardate poi i versi successivi: le dice che il sole tramonta e sorge ogni volta da capo, ma per loro (come per tutti noi) verrà un giorno in cui la breve luce (ossia la vita) cesserà, e al suo posto inizierà una notte eterna (ossia la morte) da dormire.”
“Scusi professoressa, ma non doveva essere una poesia d’amore?! Questo porta merda!”
“Porta quello che porta la vita: tanta bellezza, ma vincolata a una scadenza temporale. Per questo Catullo, nella seconda parte del carme, esplode in un’esortazione accorata. Osservate, seguite con me le sue parole: dammi mille baci, e poi cento…”
“Eeeeeeeh!”
“… poi mille altri, e poi cento…”
“Accidenti, esagerato!”
“… poi ancora mille altri…”
“Maremma, o quanti ne vòle!”
“… poi ancora cento!”
“Ancora??!”
“Alla fine, quando ne avremo accumulate molte migliaia, mescoliamoli per non sapere, e affinché nessun malvagio possa invidiarci, conoscendo un numero così esagerato di baci.”
“Ma è bellissima!”
“Vero ragazzi?”
“Sì, è meravigliosa!”
“La penso come voi: non è esattamente così, quando ci si sente innamorati?”
“Boh.”
“Come boh. Non lo siete mai stati?”
“Boh, sì, forse, però…”
“Però cosa? Tu, Primo Banco, sei mai stato innamorato?”
“No.”
“E tu, Jamaica?”
“Io? Penso di sì.”
“Ma come pensodisì?! O sì o no!”
“Ma veramente non lo so, profe. Cioè, quando uscivamo insieme lei mi piaceva, e quando non c’era mi mancava molto. Ma non lo so se posso dire di essere stato veramente innamorato. Anche perché, scusi, come si fa a stabilirlo?”
“Non si stabilisce: si sente!”
“E come si fa a sentirlo?”
“Quando la mattina, alzandoci dal letto, anziché andare in bagno trascinando i piedi o camminando normalmente, saltelliamo come gazzelle felici!”

Tutti concordi, hanno dichiarato che -siccome la mattina non si alzerebbero neanche a pagarli- non sono mai stati innamorati in vita loro.

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